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Tribunale - Usura e ricettazione - Alberto Corso non era stato informato - Sta scontando nove anni per associazione di stampo mafioso

Stop al processo, manca l’imputato condannato per ‘ndrangheta

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Alberto Corso

Alberto Corso

Viterbo – Usura e ricettazione, stop al processo a quindici imputati, quasi tutti di Canepina. Sarebbe dovuto entrare le vivo ieri, tre anni dopo i rinvii a giudizio, a nove anni dall’inchiesta e ben quattordici anni dopo la presunta commissione dei fatti. 

Motivo, Alberto Corso, il più noto degli imputati, non era stato informato della possibilità di presenziare all’udienza, facendosi tradurre in tribunale dal carcere dove sta scontando una condanna definitiva a nove anni per associazione di stampo mafioso. 

Si tratta dell’imprenditore 43enne di Canepina arrestato nel 2013 nell’operazione El Dorado, nell’ambito di una vasta indagine condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Un blitz che fece molto rumore nella Tuscia: oltre a Corso, finirono in manette il fratello maggiore Augusto, poi assolto, e Domenico Nucera, 46enne calabrese residente a Graffignano, condannato invece in via definitiva a sei anni. L’accusa era di aver messo in piedi un oliato sistema di riciclaggio di capitali sporchi che, dall’Aspromonte, risalivano la penisola fino a Viterbo, per il “lavaggio” nelle ditte amministrate da Corso e dai fratelli Nucera. 

Risale al 30 novembre 2010 il blitz della guardia di finanza, quando vengono arrestati in tredici. Nove finirono in carcere e quattro ai domiciliari. Tra Viterbo, Vignanello, Canepina, Civita Castellana e Terni. Il tribunale del riesame annullò poi le misure cautelari, ma l’inchiesta della pm Paola Conti andò avanti e altre due persone furono iscritte nel registro degli indagati. I fatti risalgono invece al 2005-2006.

Una sola la presunta vittima, che si è costituita parte civile al processo con l’avvocato Antonio Rizzello, un imprenditore 58enne che, angosciato dalla crisi economica, avrebbe iniziato a chiedere prestiti prima ai familiari, poi agli amici e infine ai futuri imputati. L’uomo, che ha avuto accesso al fondo antiusura, denunciò di essere vittima degli strozzini in una drammatica lettera in cui annunciava di essere pronto al suicidio inviata a un finanziere. 

In una spy-pen le prove dello strozzinaggio. Una finta penna a sfera dotata di registratore audio e telecamera sul cappuccio portata nel taschino dall’imprenditore, che l’avrebbe comprata di sua iniziativa, per dimostrare ai finanzieri che diceva il vero. 

La presidente del collegio, giudice Silvia Mattei, rinviando l’udienza al 12 febbraio, ha disposto la traduzione di Alberto Corso dal carcere, “salvo rinuncia”, ovvero sempre che il detenuto voglia a presenziare al processo. Inoltre, sottolineando come  gran parte dei capi d’imputazione saranno prescritti nel 2019, e parecchi altri nel 2020, la presidente ha chiesto che venga accertato il tasso di interesse praticato e la data precisa della consumazione dei reati contestati agli imputati. 

Silvana Cortignani

 


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9 gennaio, 2019

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