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“Vi ho cacciato fuori dai guai e voglio un bel ringraziamento”

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Piero Camilli [4]

Piero Camilli

Mafia a Viterbo - Giuseppe Trovato [5]

Mafia a Viterbo – Giuseppe Trovato

Scacco alla Mafia nel Viterbese - Gli arrestati all'uscita dalla caserma dei carabinieri [6]

Scacco alla Mafia nel Viterbese – Gli arrestati all’uscita dalla caserma dei carabinieri

Viterbo – “Dobbiamo acchiappare a Camilli. Gli devo dire: Noi ti abbiamo risolto il problema e tu ci dai 20, 30mila euro”. Con questa affermazione (intercettata) di Giuseppe Trovato inizia la vicenda relativa alla “richiesta di pizzo” ai danni di Piero Camilli. L’imprenditore, nonché sindaco di Grotte di Castro e patron della Viterbese avrebbe subito “ritorsioni”, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, se non si fosse piegato alla pretesa dell’associazione mafiosa. Ma Piero Camilli non ha ceduto, non dando i soldi. E per lui e per il figlio Vincenzo, presidente della Viterbese, sarebbero state pronte teste mozzate di agnello e di maiale. Nonché un pestaggio. Tutto fortunatamente sventato dai carabinieri, che da dicembre 2016 stavano lavorando all’operazione Erostrato.

Da Piero Camilli, Trovato avrebbe voluto “una ricompensa per quanto fatto”. Ovvero, lo “sblocco di un contenzioso civile per la proprietà di fondi agricoli che Camilli aveva con gli imprenditori Antonio e Giuseppe Vinci”.

Nelle carte d’inchiesta è scritto: “I fratelli Vinci, titolari di un esteso terreno a Canino, nel 2006 si sono rivolti a Camilli per essere aiutati nella procedura esecutiva pendente sui lotti agricoli. La famiglia Vinci, dopo che i terreni erano stati venduti all’asta e aggiudicati provvisoriamente per più di un milione di euro, si è rivolta a Camilli per reperire denaro e presentare un’offerta in aumento. Camilli è così subentrato nella proprietà, e la famiglia Vinci ha avuto la possibilità di rimanere in possesso dei terreni per anni. Fino a quando è nato un contenzioso civile tra Camilli e i Vinci per gli accordi del 2006. E nel 2014 Camilli ha attivato lo sgombero dei terreni”.

Gli inquirenti continuano: “In tale contesto Piero e Vincenzo Camilli hanno presentato una querela alla procura di Viterbo in cui hanno lamentano minacce di morte ricevute da Antonio Vinci, che avrebbe promesso di far intervenire familiari e conoscenti collegati con famiglie di ‘ndrangheta”. Nel 2014 e nel 2016 i carabinieri registrano due lettere minatorie recapitate a Piero Camilli. La prima con “gravi minacce di morte ai figli, se non avesse consegnato un milione di euro”. La seconda con “due proiettili e la scritta Fai l’uomo”.

“Durante il lungo contenzioso con i fratelli Vinci – ricostruiscono gli inquirenti – Camilli, forse anche a seguito delle minacce ricevute, richiede l’intervento del pregiudicato sardo Pietro Marras che, a sua volta, si sarebbe rivolto al pregiudicato sardo Franco Bachisio Goddi, a Daniele Casertano, gravato da plurimi precedenti penali, e a Giuseppe Trovato.
Dopo il pagamento della ‘ricompensa’, tra i 25 e i 50mila euro, da parte di Camilli al gruppo Marras\Casertano, si è scatenata una lite tra le persone intervenute per l’imparziale suddivisione della somma elargita dall’imprenditore e che è sfociata nell’incendio di due auto di Daniele Casertano e nella richiesta di pizzo nei confronti di Piero Camilli”. Ritorsioni ed estorsioni, secondo i carabinieri, da parte del clan Trovato\Rebeshi.

Il 18 novembre 2017, Trovato contatta telefonicamente Camilli. L’imprenditore, come sottolineano gli investigatori, “risponde di non conoscere personalmente l’interlocutore”. “Zio Peppino”, invece, gli avrebbe detto: “Ho saputo che avete risolto i problemi di questo terreno, ma a me non avete detto neanche grazie. Cinquemila euro, un pensiero… a me non date niente?!”.

La mattina del 27 novembre Trovato e Camilli si sarebbero incontrati alla Ilco di Acquapendente, ovvero nell’azienda dell’imprenditore. “Sono stato io quello che vi ha cacciato dai guai – avrebbe affermato Trovato – e vi posso cacciare anche in futuro se avete altri guai. Voglio un bel ringraziamento, proporzionato al problema che ti ho fatto. Perché io devo tenere conto a persone pesanti da giù”. Per gli inquirenti, Trovato avrebbe fatto intendere a Camilli di “aver fatto intervenire persone della ‘ndrangheta a cui è collegato e alle quali è destinata parte delle somme richieste. Inoltre, avrebbe offerto ‘protezione’ all’imprenditore per il futuro”. Trovato a Camilli: “Con me potete diventare amici o nemici. Ma è meglio se diventiamo amici, Camì. Se diventiamo amici, non vi avvicina nessuno. Né calabresi né sardi”.

Secondo i carabinieri “Camilli, dopo aver ricevuto la telefonata di Trovato, ha chiamato in soccorso il pregiudicato sardo Pietro Marras”. Quest’ultimo, in un’intercettazione con Daniele Casertano, afferma: “Mi ha chiamato Piero Camilli. Quel testa di cazzo (Trovato, ndr) insiste ancora chiamandolo, telefonandolo e andandolo a incontrare. Dobbiamo mettere una pezza, questa storia va calmata. Mica può stare ogni giorno a rompere i coglioni e a dire stronzate a questo. Può essere chi gli pare, ma io gli stacco la testa”.

Camilli non darà mai i soldi (“100, 120mila euro”) a Trovato. E da qui i propositi ritorsivi del gruppo mafioso. Di fatto, Camilli è una vittima di questa vicenda. Ma gli inquirenti non mancano di sottolineare la sua “omertà” e “mancanza di collaborazione”. “L’imprenditore – è scritto nelle carte d’inchiesta – non ha denunciato le richieste estorsive subite, preferendo far intervenire pregiudicati sardi (Marras e Goddi) nel tentativo, vano, di fermare le pretese di Trovato”.


Multimedia: Fotocronaca: Mafia a Viterbo – I tredici arrestati [7] – Operazione Erostrato, gli arrestati [8] – Scacco alla Mafia nel Viterbese [9] – Video: Prestipino e Palma spiegano come agiva l’organizzazione mafiosa [10] – 13 arresti per associazione a delinquere di stampo mafioso [11] – Scacco alla Mafia nel Viterbese [12]


Gli indagati

1. TROVATO Giuseppe, detto “Peppino”, 43enne originario di Lamezia Terme, da anni trasferitosi a Viterbo, dove gestisce tre Compro oro, con un ruolo di vertice nell’associazione smantellata;

2. REBESHI Ismail, detto “Ermal”, cittadino albanese di 36 anni, domiciliato a Viterbo, dove gestisce una rivendita di autovetture ed un locale notturno, anche questo con ruolo di vertice nel sodalizio;

3. PATOZI Spartak, detto “Ricmond”, cittadino albanese di 31 anni, residente a Vitorchiano, operaio, partecipe dell’associazione;

4. DERVISHI Sokol, detto “Codino”, cittadino albanese di 33 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

5. GURGURI Gazmir, detto “Gas”, cittadino albanese di 35 anni, residente a Canepina, operaio, partecipe dell’associazione;

6. LAEZZA Gabriele, detto “Gamberone”, 31enne, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

7. OUFIR Fouzia, detta “Sofia”, cittadina marocchina di 34 anni, residente a Viterbo, compagna e dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

8. GUADAGNO Martina, 31enne residente a Viterbo, dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

9. FORIERI Luigi, detto “Gigi”, 51enne residente a Caprarola, titolare di un bar, partecipe dell’associazione;

10. PATOZI Shkelzen, detto “Zen”, cittadino albanese di 34 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

11. PAVEL Ionel, cittadino romeno di 35 anni, concorrente in alcuni delitti-fine;

12. PECCI Manuel, 29enne residente a Viterbo, titolare di un centro estetico, concorrente in un delitto-fine;

13. ERASMI Emanuele, 53enne residente a Viterbo, artigiano, concorrente in un delitto-fine.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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