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Finisce nel nulla il maxiprocesso Asl

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Giuseppe Aloisio [4]

Giuseppe Aloisio

Roberto e Fabio Angelucci [5]

Roberto e Fabio Angelucci

Alfredo Moscaroli [6]

Alfredo Moscaroli

Viterbo – “Non esisteva un sistema Moscaroli, esisteva un sistema Selvaggini”. Si era chiusa con queste parole l’ultima udienza dedicata alle difese del maxiprocesso Asl, lo scorso 8 gennaio, tredici mesi dopo la discussione del pm Stefano d’Arma. 

Ebbene l’ex patron della Isa, l’imprenditore viterbese Alfredo Moscaroli  – finito a Mammagialla nel dicembre del 2009 e autore di una memoria al vetriolo scritta in carcere e passata alla storia – è stato assolto nel merito con formula piena per due capi d’imputazione, mentre altri due sono stati dichiarati prescritti.

Non sono stati invece assolti nel merito, come avrebbero voluto, gli imprenditori della sanità privata Roberto e Fabio Angelucci, padre e figlio, il primo nel frattempo deceduto. Ma anche per loro i presunti reati contestati sono stati dichiarati estinti per intervenuta prescrizione, come per molti altri coimputati.

Finiti con Aloisio e il superconsulente Mauro Paoloni al centro di una feroce campagna mediatica, mentre stavano aprendo a Viterbo la Nuova Clinica Santa Teresa sulla Tuscanese, gli Angelucci si videro sequestrare l’intero immobile che ospita il centro di riabilitazione di Nepi, fiore all’occhiello del Gruppo Rori. Immobile dissequestrato soltanto ieri dal collegio presieduto dal giudice Ettore Capizzi, a distanza di un decennio, al termine del processo. 

L’ultimo atto, al termine del lungo processo scaturito dalla maxinchiesta della procura su una serie di presunti casi di corruzione nell’affidamento di servizi esterni e appalti da parte della Asl di Viterbo tra il 2006 e il 2009. 

L’inchiesta, che ha fatto epoca, si è chiusa dopo tre anni nel febbraio 2012. Il rinvio a giudizio per 29 indagati – 24 persone fisiche e cinque società – risale a luglio 2013. Il processo, entrato nel vivo solo il 14 ottobre 2014, si è chiuso ieri, sostanzialmente con un nulla di fatto. Basti dire che l’iniziale accusa di concussione contestata all’ex direttore generale Giuseppe Aloisio, nel corso del processo si è trasformata prima in induzione alla concussione e infine in abuso d’ufficio. 

Assolti e prescritti i due principali imputati, l’ex dg Aloisio e l’ex direttore dell’unità organizzativa acquisto e vendita prestazioni sanitarie Renato Leoncini, l’accusa ha “portato a casa” soltanto una condanna pecuniaria, peraltro dimezzata: un’ammenda di 30mila euro, contro i 60mila euro chiesti dal pm Stefano D’Arma, per la società informatica Italbyte, nello specifico 100 quote da 300 euro ciascuna.

Per Aloisio è di due prescrizioni e un’assoluzione nel merito il bilancio della lunga vicenda giudiziaria, partita con le dimissioni pochi giorni dopo il clamoroso arresto “col sorcio in bocca”, ovvero una mazzetta, dell’ex responsabile del Ced Ferdinando Selvaggini (uscito dal processo per prescrizione a ottobre 2017) e di due imprenditori nel luglio 2009.

Derubricato il reato dalla più grave concussione alla meno grave induzione alla concussione, il primo dicembre 2017 la procura aveva chiesto due condanne: a tre anni e mezzo per l’ex direttore generale Giuseppe Aloisio e a due anni per il dottor Renato Leoncini. Ieri l’ulteriore riqualificazione da induzione alla concussione ad abuso d’ufficio ha fatto sì che per i due imputati venisse sancito il non luogo a procedere per prescrizione. 

Prescrizione anche per i fratelli Gianpaolo e Francesco Marzetti, promotori con l’amica d’infanzia Giovanna “Giannella” Monti, allora moglie del superconsulente Paoloni (uscito dal processo a fine novembre 2016, in parte assolto e in parte per prescrizione), di un centro diurno per disabili adulti, da tutti i testi definito d’eccellenza, l’Aureart di Montefiascone, che però non avrebbe avuto le carte in regola per l’accreditamento. 

Una pioggia di prescrizioni e diverse assoluzioni hanno posto fine a un’inchiesta che ha caratterizzato un’era, la più grande inchiesta contro la corruzione nella pubblica amministrazione della Tuscia, a cavallo tra il primo e il secondo decennio del Duemila.

Tra le assoluzione nel merito, “perché il fatto non sussiste”, anche quella dell’imprenditore Alfonso Lisi, coinvolto in quanto amministratore della società Probar. A proposito di società, è stata dichiarata l’insussistenza della responsabilità amministrativa di tutte quelle citate in giudizio, ad eccezione di Italbyte. 

Silvana Cortignani


 – Assoluzioni e prescrizioni per Aloisio e Leoncini [7]


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