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Cultura - Pedro Teran, artista venezuelano che risiede da un anno e mezzo a Viterbo, presenta la sua mostra in esposizione a Milano e parla della situazione che sta vivendo il suo paese

“La mia libertà è il mio lavoro e qui mi sento libero”

di Maurizia Marcoaldi
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Pedro Terán - L’emigrante di Manoa

Pedro Terán – L’emigrante di Manoa

Mostra L’emigrante di Manoa

Mostra L’emigrante di Manoa

Pedro Terán - L’emigrante di Manoa

Pedro Terán – L’emigrante di Manoa

Pedro Terán - L’emigrante di Manoa

Pedro Terán – L’emigrante di Manoa

Viterbo – “Tra i nostri paesi c’è un legame molto importante, con i miei lavori esprimo la connessione tra la cultura italiana e quella venezuelana”. L’artista venezuelano Pedro Terán è considerato uno dei pionieri dell’arte concettuale in Venezuela e sta presentando in questi giorni a Milano la sua mostra L’emigrante di Manoa.

L’appuntamento è alla Federico Luger gallery e c’è ancora tempo per ammirare le sue opere, esposte dal 24 gennaio al 15 marzo. Quello di Pedro Terán in Italia però non è solo un passaggio. L’artista ha scelto infatti l’Italia, e in particolare Viterbo, come sua seconda casa. Da quasi un anno e mezzo risiede nel capoluogo della Tuscia che qualche volta, scherzando tra amici, definisce: “La New York d’Italia”.

Lei è considerato uno dei pionieri dell’arte concettuale in Venezuela e in questi giorni a Milano sta presentando L’Emigrante di Manoa. Qual è il tema della sua mostra?
“Manoa corrisponde alla città mitica che cercavano i conquistatori spagnoli o inglesi: è la leggendaria El Dorado. E’ qualcosa che si cerca e che è lì, ma in realtà non sta da nessuna parte. È come un’utopia, una fabula. Manoa è la metafora che allude o si riferisce a una realtà contemporanea legata in un passato mitico e storico. Per me l’aspetto mitico nell’arte è importantissimo. È un tema a cui ho lavorato per molti anni. Poi c’è la figura del migrante: la rappresentazione della mia condizione, ma non solo. Io sono un migrante perché costretto ad andare via dal Venezuela per la situazione politica che stiamo vivendo in questi momenti. La mostra però rispecchia una condizione anche più generale”.

Una mostra quindi autobiografica e non solo…. 
“Esatto. E’ una mostra che rispecchia le identità sospese dei migranti in generale. La voce dell’emigrante narra visioni di sofferenze, esilio, cambiamento culturale. Riflette sia la mia posizione personale di migrante, ma anche quella di tutti i migranti di oggi. È autobiografica e rispecchia la mia storia, ma è anche la storia di chi oggi sta vivendo una situazione simile. Tutta l’arte è autobiografica però poi ci sono anche gli aspetti della realtà, che un artista può scegliere o meno di raccontare. Io ho scelto di farlo. Ho voluto esprimere una realtà storica che si riflette in me”.

C’è un elemento o un materiale dominante nella sua mostra?
“La mostra è un piano formale e concettuale dove ci sono diversi lavori come fotografie, materiali misti e installazioni. Materiale protagonista però è il cemento che è un riferimento alla nostra modernità. Questo materiale è legato a due situazioni culturali che mi sono affini: la cultura italiana e quella venezuelana. La nostra modernità è stata costruita in grande parte grazie ai migranti italiani. Questo materiale è molto significativo e l’ho scelto per parlare un po’ dell’identità del migrante, della nostra modernità, della nostra decadenza, del confronto tra le culture. Per parlare dell’identità sospesa della persona che è nella particolare condizione di migrante”.

Ci sono delle opere della sua mostra a cui è particolarmente legato?
“Le opere sono come dei figli e tutti i figli sono importanti. Ci sono però tre lavori in questa mostra che hanno un rapporto con l’Italia. Uno è In mora Morandi ed è un riferimento a Giorgio Morandi, il pittore italiano per eccellenza della natura morta. Poi c’è Lamento di pietra o Mantegna in Manoa, omaggio al Cristo morto di Andrea Mantegna che è una tra le prime opere che ho visto quando sono arrivato in Italia e mi ha particolarmente affascinato. E infine c’è  Cenacolo, riferimento a Ultima cena di Leonardo che è un’opera che mi colpì molto quando ero ancora uno studente di arte. La mia mostra esprime una connessione tra la cultura italiana e quella venezuelana. Tra i due paesi c’è un legame molto importante. Ancora rimangono nel Venezuela quasi 200 mila italiani, molti hanno lasciato il paese come anche molti venezuelani. La nostra modernità ha molto a che vedere con gli italiani. Anche il nostro mangiare: beviamo caffè, mangiamo la pizza o il risotto. Abbiamo molto in comune”.

Lei è in Italia da qualche anno. Come mai ha scelto di vivere a Viterbo?
“Io sono in Italia da un anno e mezzo e ho deciso di vivere a Viterbo fin da subito, all’incirca un anno e mezzo fa. Qui posso dedicarmi al mio lavoro e sono riuscito a fare questa mostra a Milano anche grazie a Viterbo. Questa è una piccola città, tranquilla e per un artista è molto importante. Non ha la dinamica culturale che può avere Roma o Milano, anche se poi la capitale è vicina. Per un artista è importante stare con se stesso, riflettere e avere il tempo per sviluppare un’idea o un percorso e Viterbo mi permette di fare ciò. Qui posso essere libero e la mia libertà è il mio lavoro. Con i miei amici spesso scherzo e dico che Viterbo è la New York di Italia. Poi vicino a Viterbo ci sono tanti paesi, penso per esempio a Bagnoregio, che sono stati una vera scoperta”.

Una tranquillità che mancava in Venezuela?
“Sono venti anni che stiamo in questa situazione e negli ultimi tempi è diventato insopportabile. Tanti venezuelani scelgono di andare via. Vivere lì vuol dire rischiare ogni giorno. Nel mio caso ho scelto di lasciare il Venezuela perché avevo paura di questa situazione”.

Quali sono i problemi effettivi che la popolazione vive in Venezuela?
“I problemi della popolazione in questo momento sono molto gravi. Non ci sono medicinali per i malati. La gente muore di fame. Ci sono tanti bambini denutriti. Anche solo una medicina che qui in Italia avete in grande quantità lì può fare la differenza. Tante persone cercano rifugio nei paesi vicini. In Colombia fino a oggi sono emigrate un milione e circa 175mila venezuelani. Poi ci sono i venezuelani non registrati e quindi il numero sarebbe ancora più alto. Il paese sta vivendo un’inflazione storica”.

Dal 24 gennaio ci sono due presidenti in Venezuela. Ad appoggiare Nicolás Maduro parte dell’America latina con paesi come Cuba, Nicaragua, Bolivia, Messico. I maggiori creditori internazionali sono Cina, Russia, Turchia e Iran. Sull’altro fronte, a sostegno di Juan Guaidò, ci sono gli Stati Uniti, molti paesi europei, paesi del sud America come Colombia e Brasile. Il rischio che la situazione possa precipitare è concreto?
“Certamente la nostra situazione in questo momento è difficile, per la prima volta sta capitando un qualcosa che mai è stato registrato prima nella nostra storia. E’ importante dire però che non ci sono due presidenti. Juan Guaidò non si è autoproclamato, lui è il presidente di diritto in base alla nostra costituzione: lui ha applicato ciò che ci dice la nostra costituzione agli articoli 333 e 350 in base ai quali il mandato di Maduro è illegittimo dal momento che le elezioni sono state svolte in modo irregolare. Quindi secondo la costituzione del Venezuela c’è un presidente e non due. Guaidò ha ricevuto il mandato dalla nostra costituzione. Maduro è un usurpatore”.

In Venezuela dovrebbero arrivare degli aiuti umanitari…
“Gli aiuti umanitari sono importantissimi per il Venezuela. Non si può fermare un aiuto umanitario e lo dicono anche le leggi internazionali. Negare l’aiuto umanitario è un crimine contro l’umanità. La situazione nel paese è molto complessa. Tutti i mezzi di informazione sono controllati dal governo, per vedere le immagini delle manifestazioni in piazza bisogna passare attraverso i mezzi non ufficiali. Bisogna però ricordare che il problema in Venezuela non è una questione di destra o di sinistra. E’ un problema umanitario che va al di là delle polarizzazioni”.

Cosa si aspetta per il suo paese?
“Io non sono un analista politico, ma posso esprimere la mia posizione personale. Stiamo vivendo un momento inedito, una situazione che certamente vede anche degli interessi internazionali come quelli di Russia, Cina o della vicina Cuba. Quel che bisogna sottolineare è però che la situazione è veramente grave sotto l’aspetto umanitario. Non bisogna però perdere la speranza di ricostruire il paese. Sia chi è rimasto in Venezuela sia chi ha lasciato il paese vuole ricostruire le cose, ma con un altro ordine. Questi ultimi 20 anni sono stati una tirannia e Maduro è un dittatore. Non so se tornerò nel mio paese, ma il pensiero torna spesso al Venezuela”. 

Maurizia Marcoaldi


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20 febbraio, 2019

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