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Tribunale - Processo "Fire" - Dopo oltre dieci anni dall'arresto per estorsione e usura, Consiglio Di Gugliemo prende le distanze dall'organizzazione criminale capitolina

“Non c’entro niente col clan Casamonica”

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Consiglio Di Guglielmo

Consiglio Di Guglielmo

Tribunale - Da sinistra gli avvocati Fausto Barili e Mario Giraldi con Consiglio Di Guglielmo

Tribunale – Da sinistra gli avvocati Fausto Barili e Mario Giraldi con Consiglio Di Guglielmo

Viterbo – “Non c’entro niente con i Casamonica”. E’ tornato ieri a Viterbo per testimoniare al processo in cui è imputato di reati gravissimi Consiglio Di Guglielmo arrestato nel febbraio 2008 nell’ambito dell’operazione Fire contro un presunto giro di racket e usura. E con l’occasione ha voluto mettere un punto a quello che secondo il presunto boss è un equivoco che si trascina da oltre dieci anni.

“Non sono un Casamonica, non sono un boss e non sono un pregiudicato. Sono incensurato e non ho mai subito una condanna”,  ha tenuto a precisare Di Guglielmo, assistito dai difensori Fausto Barili e Mario Giraldi del foro di Roma.

“A Roma quando si parla di criminalità, il pensiero corre subito ai clan Fasciani, Spada e Casamonica. Ma il nostro assistito non ha niente a he fare coi Casamonica e d’ora in poi siamo pronti a querelare chiunque accosterà Di Guglielmo ai Casamonica”, ha insistito l’avvocato Giraldi, per sgombrare ogni dubbio.

L’accostamento risale al febbraio 2008, quando Consiglio Di Gugliemo fu arrestato nell’ambito dell’operazione Fire con l’accusa di avere tentato di dare vita, nella Tuscia,  a un’organizzazione specializzata nel racket delle estorsioni e nell’usura.

Di Consiglio Di Gugliemo, 67 anni, si disse che era meglio conosciuto come Claudio Casamonica, esponente del clan più potente della Capitale e noto alle cronache come “il boss di Ciampino”. Oggi, a distanza di oltre un decennio, la smentita.

A Viterbo è imputato davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei assieme al figlio Sabatino Di Guglielmo e ai viterbesi Raffaele Polleggioni e Adolfo Perazzoni.

Pronto da anni a difendersi davanti al tribunale, è sempre stato presente in aula, tranne quando ha avuto problemi di salute. la prima volta avrebbe dovuto essere sentito il 12 dicembre 2017. Si è arrivati a ieri con un susseguirsi di nulla di fatto, per la malattia dell’imputato e altri impedimenti. Ma anche ieri è slittato l’interrogatorio del superimputato, per via di un maxiprocesso alla sua prima udienza, quello per corruzione legato alla lottizzazione in zona Acquabianca. Sarà ascoltato il prossimo 26 aprile, quando sarà la volta anche del coimputato viterbese Raffaele Pollegioni. Un interrogatorio, quest’ultimo, che, come anticipato dal pm Stefano D’Arma, si preannuncia lungo.

A Viterbo,tra il 2007 e il 2009, una manciata di imprenditori, secondo l’accusa, sarebbero stati minacciati con taniche di benzina ai cancelli delle loro aziende. Un avvertimento sinistro nel caso si fossero rifiutati di pagare il pizzo. 

Ma contro Di Guglielmo una sola presunta vittima si è costituita parte civile: è Yuri Cortellesi, imprenditore edile quarantenne e cognato dell’imputato Polleggioni. Due mesi prima del blitz sfociato nell’arresto del 67enne, nel dicembre 2007, Cortellesi e Pollegioni erano stati a loro volta arrestati nell’operazione Bobcat con l’accusa d’estorsione, furto, usura e ricettazione. Fu proprio Cortellesi – successivamente assolto con formula piena per la vicenda Bobcat – a confidare ai pm D’Arma e Tucci, durante l’interrogatorio, di essere una vittima di un “Casamonica”, presentatogli da un cugino.

Silvana Cortignani

 


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20 febbraio, 2019

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