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Delitto del Suffragio - In base alle loro conclusioni, il 19 giugno, si deciderà se il giovane dovrà essere processato oppure essere dichiarato non punibile per infermità mentale

Omicidio Barchi, sei periti per stabilire se Pavani è sano di mente

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Viterbo - Omicidio in via Fontanella del Suffragio - Il fermato Stefano Pavani e la vittima Daniele Barchi

Viterbo – Omicidio in via Fontanella del Suffragio – Il fermato Stefano Pavani e la vittima Daniele Barchi

I consulenti di parte Cristiana Morera e Giovanni Battista Traverso

I consulenti Cristiana Morera e Giovanni Battista Traverso in una foto di repertorio

Viterbo – Omicidio Barchi, sei periti per dire se Stefano Pavani è sano di mente. 

Oltre ai due consulenti nominati dal tribunale, i professori Giovanni Battista Traverso e Roberto Biagiotti, cui ieri mattina il gup Savina Poli ha conferito l’incarico per svolgere il quale si sono presi 90 giorni, anche i genitori della vittima e la difesa hanno nominato propri periti che entro il prossimo 19 giugno dovranno avere depositato le rispettive conclusioni, per decidere se il giovane dovrà essere processato col rito abbreviato oppure essere dichiarato non punibile per infermità mentale. 

La famiglia di Daniele Barchi, assistita dall’avvocato Pasqualino Magliuzzi del foro di Latina e parte civile in caso di processo, ha nominato il professor Marco Zanasi dell’università di Tor Vergata.

Il difensore di Pavani, avvocato Luca Paoletti, ha invece dato incarico al professor Stefano Ferracuti, della Sapienza, oltre alla psicologa viterbese Miria Brinchi, che aveva già visitato l’imputato in carcere nei giorni immediatamente successivi all’arresto.

Per la procura, inoltre, come si ricorderà, il 32enne di Corchiano è stato già visitato dalla psichiatra Cristiana Morera, anche lei viterbese, nominata dal pm Stefano D’Arma, secondo la quale all’epoca dei fatti Stefano Pavani era “affetto da infermità di mente, con disturbo della personalità, in misura tale da far scemare grandemente la sua capacità di intendere e di volere”. Per la consulente, inoltre, Pavani sarebbe da ritenere soggetto socialmente pericoloso, avendo vissuto gran parte della propria esistenza nel totale ”impoverimento affettivo” e all’interno di una ”grave disgregazione socio-ambientale e familiare”.


Il delitto del Suffragio

Stefano Pavani è recluso nel carcere di Mammagialla con l’accusa di omicidio volontario da nove mesi.

Era la sera del 22 maggio 2018 quando, in seguito all’allarme lanciato dalla fidanzata dopo una lite col 32enne in un alloggio del Serpentone di Bagnaia, la polizia piombò nel monolocale al pianoterra del civico 16 di via Fontanella del Suffragio, uno dei vicoli adiacenti a corso Italia.

Drammatica la scena che si sono trovati di fronte gli investigatori, che all’interno dell’appartamento trovarono il cadavere martoriato di Daniele Barchi, il 42enne originario di Gaeta, che in quei giorni ospitava nell’abitazione Pavani.

La vittima sarebbe stata massacrata di botte dall’imputato la notte tra il 20 e il 21 maggio. 

“Credo che lui abbia ammazzato un uomo, perché quell’uomo non respira più”. Con queste parole la fidanzata di Pavani, la 25enne viterbese Azzura Cerretani, anche lei iscritta nel registro degli indagati, aveva indirizzato la polizia verso l’appartamento del centro storico di Viterbo dove Daniele Barchi era cadavere già da un paio di giorni. 


Chi è Stefano Pavani

Pavani era stato già arrestato, la notte tra il 21 e il 22giugno 2014, finendo ai domiciliari, per avere aggredito un sessantenne in un bar di Corchiano, colpendolo al volto con i cocci di una bottiglia rotta, accecandogli l’occhio destro. Durante il processo, gli fu diagnosticata “una notevole incapacità di intendere e di volere derivante da un disturbo di personalità”. Condannato per lesioni gravissime, fu giudicato incompatibile col regime carcerario. 

Il 3 ottobre 2014, mentre era ai domiciliari, fu arrestato per evasione, accusa da cui è stato assolto lo scorso 6 novembre. Si era allontanato da casa verso le 15 spegnendo il telefonino e rendendosi irreperibile fino all’ora di cena. Ai carabinieri disse: “Meglio in carcere che in casa”. Durante il processo sono emerse in tutta la loro drammaticità la difficile convivenza coi familiari e il suo carattere irascibile a causa del quale, già allora, era stato segnalato più volte ai servizi sociali.

Il caso fu preso a cuore anche dalle assistenti sociali del Comune, che si adoperarono per sistemare il giovane in un altro alloggio, nel centro del paese, successivamente dichiarato inagibile, per cui il 31enne fu trasferito in un agriturismo, sempre a cura dell’amministrazione di Corchiano. Le vicissitudini familiari, secondo il difensore Luca Paoletti, avrebbero pesato sulle condizioni psichiche di Pavani.

Prima del delitto del Suffragio il 32enne era ricoverato in una Rems, una residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, da dove sarebbe evaso, secondo la banca dati che al suo nome, al momento del fermo, diceva “ricercato”.

Silvana Cortignani


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20 febbraio, 2019

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