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L'opinione del sociologo - Un contributo sulla questione del centro storico

I problemi di San Pellegrino sono diversi da quelli di San Faustino e da quelli di via Orologio Vecchio…

di Francesco Mattioli
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Viterbo - Il quartiere San Pellegrino

Viterbo – Centro Storico – Il quartiere San Pellegrino

Viterbo – Il bell’intervento di Maria Elena Pierini sul centro storico di Viterbo non sminuisce i significati reconditi che si celano dietro le considerazioni (forse un po’ colorite e sommarie) di Ombretta Perlorca. Perché sono le due facce di un problema, quello dei centri storici, che ha riflessi ambigui e non è certo soltanto viterbese, ma italiano ed europeo.

A meno di non sottoscrivere un robusto processo di “decrescita felice”, i centri storici appaiono obsoleti rispetto al flusso della vita quotidiana del 21esimo secolo, alle attività commerciali, produttive, relazionali di oggi. Vie strette, abitazioni che non consentono il pieno godimento di certi servizi, spazi limitati, tutele e vincoli architettonici rendono come minimo “particolare” la vita quotidiana dei loro abitanti.

Quartieri che sono stati costruiti in altri tempi, per altre esigenze: questo ha fatto sì che nei centri storici si siano evidenziati due processi. Da un lato, lo spopolamento complessivo, che non è solo quello dei residenti, ma anche quello delle attività commerciali e artigianali, costrette a seguire lo sviluppo urbanistico e infrastrutturale delle città per poter continuare a godere di una clientela ormai abituata ad avere accessi facilitati a qualsivoglia spazio pubblico. Di qui, la chiusura di abitazioni e negozi, con il rischio di un progressivo degrado determinato dall’abbandono e dall’incuria. Dall’altro lato, si verifica un processo di gentrificazione che si può fondare su tre diverse tendenze, spesso in concomitanza fra loro: l’espulsione del tessuto sociale originario sostituito da ceti sociali medio alti in cerca di seconde case per il fine settimana, la diffusione di strutture turistiche e di divertimento “leggere” come i bed&breakfast e i locali notturni (da cui la movida), l’arrivo di nuovi residenti di origine migratoria, attratti dai costi bassi di acquisto e affitto delle abitazioni rimaste vuote.

Tendenze apparentemente contrastanti. Detto così, qualcuno potrebbe chiedersi: ma allora la gente va via o viene? I centri storici sono morti o sono vivi? E di che vita si tratta?

In realtà il problema dei centri storici ha sfaccettature diverse perché la dizione “centro storico” può indurre ad equivoci o a frettolose generalizzazioni. Nominalmente il centro storico di Viterbo è quello racchiuso dentro il circuito delle mura. Ma c’è una parte di questo centro storico che è di eccezionale pregio architettonico e quindi di grande richiamo turistico, come San Pellegrino; un altro in cui gli spazi consentono ancora una buona fruizione della città antica, come corso Italia e le piazze maggiori; e un altro ancora in cui, a parte certi dettagli a macchia di leopardo, non vi sono monumenti degni di particolare rilievo e per di più gli spazi stretti rendono difficile la vita. Si dirà che tutto questo è noto e che il recente studio della Facoltà di Architettura della Sapienza lo ha già evidenziato. Ma se tutto ciò è noto, sono note anche le fonti di ispirazione per dare risposte ai diversi interrogativi posti dagli abitanti, dalle associazioni e dalle istituzioni interessate. Senza facili battute, ma anche senza eccessivi romanticismi.

Per fare un esempio banale: nessuno pensi che, con l’introduzione delle auto elettriche si risolva in un prossimo futuro il problema del traffico automobilistico in centro: perché la questione non riguarda solo l’inquinamento, ma anche la fruizione stessa di uno spazio pubblico limitato. Forse una piazza intasata di auto elettriche sarebbe tollerabile? Secondo interrogativo: quali dovrebbero essere gli incentivi ai consumatori per far fare loro shopping (ma anche per accedere ad uffici) in centro, quando possono parcheggiare (e spesso al coperto) le loro auto a pochi metri dai negozi, nei centri commerciali di periferia? Ancora: quanto costa ad una giovane coppia rendere una abitazione in centro storico riscaldabile, accessibile, fruibile, obbedendo anche ad eventuali vincoli, rispetto alla nuova edilizia smart in periferia, che magari si trova anche in prossimità di scuole e servizi?

Così accade che negli spazi urbani spopolati e lasciati vuoti si introducano altri fruitori, attratti sostanzialmente dalla possibilità di esercitare un certo anticonformismo generazionale e di compiere una sorta di appropriazione identitaria degli spazi. Il novanta per cento della movida notturna è composta da under 30, gli stessi che (limitati dal tran tran della vita adulta durante il giorno) vanno ad impossessarsi della notte. Nei centri storici meno accessibili trovano i confini del proprio habitat, le ragioni dei loro comportamenti rituali, le occasioni dei loro incontri, il teatro (anzi, il nascondiglio) delle proprie intemperanze, spesso il loro Rogoredo. Sotto ogni latitudine.

Come intervenire, allora? Innanzitutto, astenendosi da superficiali generalizzazioni, di ogni tipo, ma andando a vedere le singole questioni. I problemi di San Pellegrino sono diversi da quelli di San Faustino e da quelli di via Orologio Vecchio.

In secondo luogo, evitando di mettersi contro la storia e contro un processo socioeconomico che, alla lunga, appare ineluttabile, cercando semmai di approfittare delle sue pieghe più favorevoli, cioè di certi processi simbolici e mediatici in grado di creare mode e abitudini “non razionali”.

In terzo luogo, abbandonando certe opzioni meramente ideologiche che non tengono alla prova dei fatti e rendendosi conto che il re è nudo ed è inutile immaginarlo vestito: ciò significa proteggere, valorizzare e fruire di certi luoghi/quartieri monumentali di maggior pregio come fossero Disneyland. Non nel senso di creare false coreografie, ma rendendosi conto che è impensabile aprirli ad ogni uso e allo stesso tempo mantenerli integri, socialmente e strutturalmente.

Chi ci va, chi ci abita, chi ci lavora, chi ne fruisce, chi li visita, chi li valorizza, chi li controlla deve sapere che non si tratta di un pezzo normale di città e che vanno sottoposti a strategie urbane differenti, anche a costo di limitare alcune libertà individuali. Occorre introdurre un concetto di “sicurezza urbana” che opera a trecentosessanta gradi ed è anche di carattere culturale.

C’è chi teme un asettica musealizzazione di questi spazi; stia tranquillo, oggi i musei non sono più fatti di polverose e incomprensibili collezioni, ma sono luoghi di comunicazione, di scambio, di crescita culturale e di sviluppo commerciale d’avanguardia. Può non piacere ai puristi del vietato vietare o ai fan del pittoresco, ma l’idea folclorica di origine gramsciana che un centro storico viva solo se è abitato e usato dal proletariato d’origine è tramontata; l’ha uccisa il progresso, qualsiasi cosa di positivo o di negativo questo termine voglia dire.

Fra l’altro potrebbe trattarsi perfino di un falso storico, perché ad esempio (diversamente da Pianoscarano) San Pellegrino nel 13esimo secolo è nato aristocratico e solo con lo spostamento del centro direzionale verso piazza del Plebiscito nel 15esimo secolo, la successiva decadenza politico-economica della città e poi lo sviluppo urbano extramoenia a partire dalla fine dell’800, divenne progressivamente un quartiere marginale, quasi esclusivamente popolare e artigiano, quello che appare nelle foto d’epoca o nella memoria dei più anziani viterbesi.

Forse, utilizzando gli studi degli urbanisti, osservando cosa si è fatto altrove, spesso anche di rivoluzionario, mettendosi in ascolto degli interessi sia dei residenti che degli operatori, invitandoli a prendersi degli impegni precisi, facendo seguire i fatti alle più buone intenzioni, i viterbesi (non solo gli amministratori) potranno dare risposte ad un problema che, ripeto, non è soltanto di Viterbo, ma è stato di Parma, Strasburgo o Barcellona, ed è parte integrante, nel bene e nel male, dei nostri tempi.

Francesco Mattioli


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8 febbraio, 2019

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