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Mafia viterbese - Operazione Erostrato - Feroci e chiacchieroni - Traditi dalle intercettazioni e da una serie di errori i criminali che pensavano di essere più furbi degli investigatori - Danno fuoco a una Porsche e si scordano il passamontagna...

“Si ride e si piange, gli abbiamo dato indo culo…”

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Scacco alla Mafia nel Viterbese - Gli arrestati all'uscita dalla caserma dei carabinieri

Scacco alla Mafia nel Viterbese – Gli arrestati all’uscita dalla caserma dei carabinieri

Scacco alla Mafia nel Viterbese - Gli arrestati all'uscita dalla caserma dei carabinieri

Gli arrestati all’uscita dalla caserma dei carabinieri

Scacco alla Mafia nel Viterbese - Gli arrestati all'uscita dalla caserma dei carabinieri

Gli arrestati all’uscita dalla caserma dei carabinieri

Scacco alla Mafia nel Viterbese - Gli arrestati all'uscita dalla caserma dei carabinieri

Gli arrestati all’uscita dalla caserma dei carabinieri

Viterbo – Astuti, ma non troppo. Controllano le macchine per vedere che a bordo non ci siano microspie, lasciano i telefonini quando vanno a fare attentati incendiari, allungano la strada per evitare di incappare in qualche posto di blocco. Ma poi, quando danno fuoco alla Porsche di un buttafuori davanti alla discoteca, si scordano il passamontagna indossato da Sokol “Codino” Dervishi che viene ritrovato dagli investigatori. E quando danno fuoco ai camion di una ditta di trasporti Giuseppe Trovato resta ustionato al volto. E’ la mafia viterbese.

Commettono una serie di errori i 13 componenti dell’organizzazione di stampo mafioso italo-albanese arrestati lo scorso 25 gennaio a Viterbo. Ma soprattutto parlano e parlano, mentre le loro conversazioni vengono puntualmente intercettate. Raccontano di come per un attentato siano ricorsi a un cinese, per comprare indumenti per travisarsi e un accendino per appiccare il fuoco. Riferiscono di quando, in una macelleria vicino a Roma, acquistano le teste mozzate di animali, “intere non spaccate a metà”, da attaccare sulla serranda del Theatrò per scoraggiare le serate da ballo per i romeni. Si vantano delle proprie gesta passate e future.

Una valanga, le intercettazioni che inchiodano la banda. E’ l’autunno del 2017 quando il sodalizio criminale dà il via a un’escalation di intimidazioni, cominciate qualche mese prima con gli incendi appiccati alle auto dell’attuale assessore Claudio Ubertini e dell’avvocato Roberto Alabiso e culminate, alla vigilia e subito dopo la befana 2018, con i roghi di dodici vetture della concessionaria di Rinaldo della Rocca al Poggino e dei furgoni della ditta di trasporti di Roberto Grazini a Santa Barbara. 

Giuseppe Trovato e i complici, intercettati, controllano se sulle proprie vetture non ci siano delle cimici messe per spiarli dagli inquirenti. Secondo loro non ce ne sono: “Abbiamo bonificato”. E, sempre pensando di farla franca, quando vanno a fare gli attentati incendiari, lasciano i telefoni cellulari. 

“Meno male, aoh! A posto pure questo è sistemato, adesso il telefono lo lasciamo qua e basta“, dice Spartak Patozi, mentre con Trovato va a prendere il fratello “Gas” che abita vicino all’ex Reverse, nella zona di Valle Faul. “Basta che non troviamo posti di blocco”, replica “Peppino”, preoccupato per l’eventuale presenza, strada facendo, delle forze dell’ordine. “Non ce ne fotte una minchia”, gli risponde Spartak Patozi, mentre la conversazione viene regolarmente captata dagli investigatori.

Era il 7 novembre 2017 e stavano andando a bruciare, in via Diaz, fuori Porta Romana, la Fiat 600 parcheggiata sotto casa del gestore di un Compro oro concorrente per spingerlo a chiudere bottega. Trovato, mentre parla, fa scattare, per vedere se funzionano, gli accendini che gli ha dato Ismail Rebeshi il giorno prima. “Tre me ne ha dati”, dice. Temono di trovare polizia o carabinieri in via Rosselli o alla rotatoria di Valle Faul, ma gli va bene. Dopo avere appiccato il fuoco alla 600 si dividono. 

Verso le 10 del mattino del giorno dopo, Trovato, che ha l’abitudine di parlare da solo quando guida, dopo essersi compiaciuto per sottintesi al telefono con la commessa e presunta complice Martina Guadagno, commenta tra sé e sé: “Si ride e si piange, gli abbiamo dato indo culo”. La scena si ripete nel pomeriggio quando, soddisfatto, sale di nuovo in auto verso le 19,20. “Tutto liscio come l’olio”, dice a se stesso, mentre viene intercettato.

Non finisce con l’incendio dell’utilitaria per la vittima. Tre giorni dopo, il 12 novembre, scatta una nuova missione. Muniti di bombolette di vernice spray, vanno a disegnargli un fallo “dimostrativo” sulla serranda del suo Compro oro, in via Leonardo da Vinci. Della spedizione fanno parte la solita coppia Trovato-Rebeshi, considerati ai vertici dell’organizzazione di stampo mafioso, con Dervishi e un suo cugino. 

Il fallo non piace però a Dervishi e al cugino che, tornando all’abitazione di Sokol, in via Monfalcone al Paradiso, commentano: “Non è buono questo, non lo ha fatto bene il disegno. L’ha fatto però non l’ha fatto”. 

Astuti ma non troppo. Non c’è però dubbio che fossero pericolosi. E temuti. Lo dimostra la reazione del proprietario della Fiat 600 e titolare di Compro oro che, a distanza di diversi giorni dall’episodio, il 16 novembre, chiede con insistenza ai carabinieri una copia della denuncia che aveva sporto, con la scusa di doverla dare al suo avvocato. Invece, lo stesso giorno, la consegna a Trovato, per dimostrargli di non avere fatto lui il suo nome. Trovato se ne vanta con la compagna Fouzia “Sofia” Ouzir, anche lei arrestata, con Martina Guadagno e con Spartak Patozi, dicendo che la vittima ha cercato di ottenere la sua benevolenza. 


Multimedia: Fotocronaca: Mafia a Viterbo – I tredici arrestati – Operazione Erostrato, gli arrestati – Scacco alla Mafia nel Viterbese – Video: Prestipino e Palma spiegano come agiva l’organizzazione mafiosa – 13 arresti per associazione a delinquere di stampo mafioso – Scacco alla Mafia nel Viterbese


Gli indagati

1. TROVATO Giuseppe, detto “Peppino”, 43enne originario di Lamezia Terme, da anni trasferitosi a Viterbo, dove gestisce tre Compro oro, con un ruolo di vertice nell’associazione smantellata;

2. REBESHI Ismail, detto “Ermal”, cittadino albanese di 36 anni, domiciliato a Viterbo, dove gestisce una rivendita di autovetture ed un locale notturno, anche questo con ruolo di vertice nel sodalizio;

3. PATOZI Spartak, detto “Ricmond”, cittadino albanese di 31 anni, residente a Vitorchiano, operaio, partecipe dell’associazione;

4. DERVISHI Sokol, detto “Codino”, cittadino albanese di 33 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

5. GURGURI Gazmir, detto “Gas”, cittadino albanese di 35 anni, residente a Canepina, operaio, partecipe dell’associazione;

6. LAEZZA Gabriele, detto “Gamberone”, 31enne, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

7. OUFIR Fouzia, detta “Sofia”, cittadina marocchina di 34 anni, residente a Viterbo, compagna e dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

8. GUADAGNO Martina, 31enne residente a Viterbo, dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

9. FORIERI Luigi, detto “Gigi”, 51enne residente a Caprarola, titolare di un bar, partecipe dell’associazione;

10. PATOZI Shkelzen, detto “Zen”, cittadino albanese di 34 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

11. PAVEL Ionel, cittadino romeno di 35 anni, concorrente in alcuni delitti-fine;

12. PECCI Manuel, 29enne residente a Viterbo, titolare di un centro estetico, concorrente in un delitto-fine;

13. ERASMI Emanuele, 53enne residente a Viterbo, artigiano, concorrente in un delitto-fine.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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17 febbraio, 2019

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