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Crisi in comune - Valerio de Nardo chiede che le forze della cultura, dell’informazione, del lavoro e dell’impresa, l’associazionismo diffuso prendano la parola per una svolta

Sporcarsi le mani per sortirne tutti insieme…

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 Valerio De Nardo
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Valerio De Nardo

Valerio De Nardo

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Caro direttore,

condivido pienamente il tuo editoriale di ieri sulla “crisi” di palazzo dei Priori. Mi permetto di rafforzarne la conclusione sull’afasia della politica per dire che anche le forze della cultura, dell’informazione (così come tu hai giustamente fatto), del lavoro e dell’impresa, l’associazionismo diffuso dovrebbero prendere parola e praticare insieme la necessità di una svolta.

A tal proposito cade bene la “citazione madre” dalla quale discende quella da te riportata di Rino Formica. È di Jean Paul Sartre, dal testo teatrale de “Le mani sporche”, quando Hoederer si rivolge al suo interlocutore apostrofandone duramente gli atteggiamenti ed i giudizi: «Come tieni alla purezza, ragazzo! Come hai paura di sporcarti le mani. Ebbene, resta puro! A che cosa servirà e perché vieni tra noi? La purezza è un’idea da fachiri, da monaci. Voialtri, intellettuali, anarchici, borghesi, vi trovate la scusa per non fare nulla. Non fare nulla, restare immobili, stringere i gomiti al corpo, portare i guanti. Io, le mani, le ho sporche. Le ho affondate nella merda e nel sangue fino ai gomiti».

E d’altronde anche il tuo caro don Lorenzo Milani chiedeva: “a che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca?”
Viene un momento in cui anche chi – come me e come tanti altri – è disorientato e non si riconosce più in alcuna formazione politica deve comunque prendere parte, essere partigiano e in qualche modo prendersi qualche responsabilità e qualche schizzetto addosso.

Quando mi capita di attraversare il centro di Viterbo riesco quasi sempre a scoprire come un’ulteriore attività commerciale abbia chiuso i battenti, in una sorta di desertificazione che sta consumando territorio sociale ed economico nello spazio che dovrebbe essere non soltanto la cartolina, ma il volano della città.

Da quel che mi risulta Caffeina, nelle sue versioni estiva e invernale, attrae molto pubblico spot ma non produce – come anni fa – presenze durature nelle strutture ricettive. Forse sono poco informato, ma non vedo nulla nella politica e nella società viterbese che configuri l’idea di un orizzonte di sviluppo: non nella relazione con Roma né in quella con l’asse Civitavecchia-Terni. Ogni tanto qualcuno agita la logora bandiera dell’aeroporto come arma di distrazione di massa, ma fortunatamente non fa fesso più nessuno.

Nei mari della politica viterbese c’è un piccolissimo cabotaggio del quale si approfitta per passare da una ciurma all’altra, con il Capitan Uncino di turno che reclama qualcuno da mettere sul trampolino della nave.

Tu dici che c’è da rimpiangere perfino la sballata giunta Michelini: ma che cosa è tutto questo se non la trasformazione della concezione della politica in quella di una sorta di agenzia di servizi? Si seguono le pulsioni del ventre della società (quando se ne dispone: dei sondaggi) invece di provare a esercitare una pedagogia sui cervelli. Si privilegia l’“io (o il mio gruppo) contro tutti” al “noi”.

Per questo la vicenda tutta politicista e autoreferenziale dei cambi di partito in Sala d’Ercole è, a mio parere, soltanto il segno marginale di un male più consistente: insomma è la linea del mercurio nel termometro, non la malattia.

Peraltro ciò avviene in un contesto nel quale riuscire a operare con le poche risorse a disposizione e i vincoli strettissimi nei quali ci si deve muovere, troppo spesso costringe a concentrarsi più sulle microdinamiche di potere che sulla soluzione dei problemi: lavoro da un quarto di secolo nella pubblica amministrazione e so benissimo quanto far qualsiasi cosa in favore dei cittadini e del territorio sia diventato difficile, complicato persino rischioso per chi è chiamato a farlo.

Per questo non mi sento di addossare una colpa esclusiva al sindaco in carica o al suo predecessore, né ai parlamentari in carica ed ai loro predecessori (l’alternanza secca sui seggi di Montecitorio e Palazzo Madama non pare produca apprezzabili differenze). Penso piuttosto che vada considerata anche la responsabilità di chi non va a votare (rammento che al primo turno delle elezioni comunali dello scorso anno non si arrivò neanche a due elettori su tre alle urne – 62,68% – mentre al ballottaggio non si arrivò neanche alla metà – 46,38%). Vi sia responsabilità di chi si è rassegnato al “tanto sono tutti uguali” e si rinchiude nel proprio egoismo menefreghista.

In questo spazio si affermano altre forze ed altri poteri: ieri sera a cena discutevamo con degli amici avvocati se le recenti vicende di cronaca viterbese possano indurre effettivamente a configurare una associazione a delinquere di stampo mafioso (insomma il 416 bis) oppure si debba ritenere che vi sia stata soltanto una associazione a delinquere aggravata dall’uso del metodo mafioso. Fatto sta che le automobili – omertà o non omertà – sono comunque andate a fuoco e non per autocombustione.

Don Lorenzo in “Lettera a una professoressa” scriveva: “Ho insegnato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Ecco, mi sa che oggi a Viterbo tocca sporcarsi le mani e sortirne insieme in un percorso che non può che essere civico, in grado di accogliere, rispettare e valorizzare le differenze.

Occorre mettersi a disposizione, con umiltà e orientamento al dialogo ed al reciproco ascolto, senza steccati e senza preclusioni, per richiamare l’attenzione e la partecipazione degli scontenti, dei delusi, dei rassegnati. Magari poi non si riuscirà a raggiungere le meta di un cambiamento reale, ma sicuramente tentarci è meglio che doversi poi rimproverare di non averlo fatto.


 Valerio De Nardo


 – Quando la politica è “sangue e merda”… di Carlo Galeotti


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25 febbraio, 2019

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