--
    Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • Wikio IT
    • YahooMyWeb
    • MySpace
    • Y!GG
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Tribunale - Processo Lions - A una svolta dopo otto anni il processo scaturito dagli undici arresti del 2011 - Alla sbarra un impresario di pompe funebri, un antiquario e un fabbro

Teste d’agnello sanguinanti e proiettili, finita la sfilata dei testi dell’accusa

Condividi la notizia:

L'operazione Lions

L’operazione Lions

I leoni che danno il nome all'operazione Lions

I leoni che danno il nome all’operazione Lions

Bolsena – Pistole alla tempia, teste d’agnello sanguinanti a un’agenzia di pompe funebri, proiettili a un consigliere comunale, minacce a un carabiniere, chili e chili di argenteria, opere d’arte e mobilia pregiata rubati per un valore di milioni di euro. Spiccano, su tutto, i due leoni in porfido che danno il nome all’operazione, trafugati nel 2009 al Real Collegio di Lucca, il cui valore si aggira intorno ai 700mila euro.

Sono gli ingredienti noir dell’operazione Lions, sfociata nel 2011 nell’arresto degli 11 componenti di una presunta banda di usurai, ricettatori e spacciatori operanti sul lago di Bolsena. 

Un giro con ramificazioni in tutta Italia, venuto alla luce casualmente, in seguito alle intercettazioni di un pluripregiudicato casertano 52enne. L’uomo, residente a Bolsena, era stato accusato nel 2009 di avere puntato una pistola alla tempia del nipote di un antiquario nel negozio dello zio, lungo il centralissimo viale Colesanti, per convincerlo a ritirare una denuncia. Ebbene, il processo per quell’episodio, che ha dato il via alla maxi inchiesta, si è concluso nel dicembre 2015 con la condanna a un anno e 3 mesi del 52enne.

E’ ancora in corso, invece, il processo iniziato nel 2014 a quattro degli undici indagati arrestati otto anni fa nell’operazione Lions, tra i quali sono ancora in attesa di giudizio un fabbro di Gradoli e un impresario di pompe funebri di Bolsena. Ieri davanti al giudice Elisabetta Massini, che ha ereditato il procedimento da una collega, sono sfilati gli ultimi due testi dell’accusa, completando davanti al nuovo magistrato la rinnovazione delle testimonianze, già rese tre anni fa, come chiesto dalle difese in seguito all’avvicendamento. 

Le indagini successive al blitz del 2011, condotte dagli investigatori con l’ausilio di intercettazioni telefoniche e ambientali, portarono alla scoperta, tra l’altro, di un giro di opere d’arte, mobilio francese del XVI secolo e chili e chili argenteria rubati in tutta Italia del valore di svariati milioni di euro, recuperati e restituiti ai legittimi proprietari.

Il grosso degli arrestati, tra cui l’antiquario, sono usciti di scena scegliendo riti alternativi, mentre una posizione è stata stralciata.

Per ricettazione di opere d’arte sono ancora a giudizio un fabbro 51enne di Gradoli, Marco Gentile, il 42enne Enea Alessandro Antoci di Ficulle e il 66enne Severino Cuseo di Pavia. A processo anche l’impresario di pompe funebri bolsenese Spartaco Pasquini, 52 anni, che – dopo aver patteggiato un anno e 8 mesi per aver tentato di “scoraggiare” un concorrente di San Lorenzo Nuovo recapitandogli una testa d’agnello sanguinante – deve ancora rispondere di minacce per le lettere corredate di bossoli inesplosi inviate a un carabiniere che indagava su di lui e al consigliere comunale di Sel Maurizio Puri, che chiedeva maggiore trasparenza sull’appalto dei servizi cimiteriali. 

Si torna in aula il prossimo 17 giugno, quando, per la prima volta dal 2011, saranno sentiti i testimoni della difesa. 

Silvana Cortignani


Condividi la notizia:
26 febbraio, 2019

    • Altri articoli

    • Articoli recenti

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564Informativa GDPR