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Viterbo - Umberto Cinalli sulla sua pagina Facebook - Assieme a Legambiente ha collaborato alla stesura dei primi rapporti che denunciavano la presenza della mafia nella Tuscia

“Tutti trattengono il fiato, perché tutti sanno di essere colpevoli…”

di Daniele Camilli

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Viterbo - Umberto Cinalli

Viterbo – Umberto Cinalli

Mafia a Viterbo - I tredici arrestati

Mafia a Viterbo – I tredici arrestati

Mafia nel Viterbese - Un'immagine di un atto intimidatorio

Mafia nel Viterbese – Un’immagine di un atto intimidatorio

Viterbo – “E’ il più grave fatto di cronaca della storia recente di Viterbo”, e il silenzio di questi giorni, silenzio da parte della politica, delle organizzazioni, delle persone, “è solo cautela, paura, attesa di capire se e quando il proprio nome potrà essere fatto, associato, sfiorato. Da una intercettazione telefonica o ambientale, da una foto scattata in strada”.

Umberto Cinalli, sulla sua pagina Facebook. 

Il riferimento è ai 13 arresti per associazione a delinquere di stampo mafioso. La scorsa settimana, a Viterbo. L’organizzazione mafiosa avrebbe voluto controllare compro oro, locali notturni e ditte di trasloco. Avrebbe voluto condizionare la politica e l’economia del territorio, secondo gli inquirenti.

“Tutti trattengono il fiato. Perché tutti sanno di essere colpevoli”, prosegue Umberto Cinalli.

Cinalli conosce bene i fenomeni mafiosi che caratterizzano il territorio. Nonostante i “no, la mafia a Viterbo non esiste”, detto fino a poco tempo fa, è andato avanti. Ha studiato, analizzato, scritto. E’ stato uno dei protagonisti del rapporto di Legambiente sulle mafie nella Tuscia. Una decina di anni fa. Prima ancora di lui, che a Viterbo c’era la mafia, l’aveva detto Giuseppe Sini. Insieme, con altri, hanno dato vita al Tavolo per la pace, che si occupa di diffondere la cultura della pace e dei diritti della persona, della solidarietà sociale, della democrazia e del dialogo tra i popoli.

Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 Sini parlò di infiltrazioni mafiose, ossia l’arrivo sul territorio di Viterbo e della Tuscia della mafia siciliana tramite una serie di appalti. Nel caso invece della presunta organizzazione evidenziata dagli arresti della scorsa settimana, si parla invece di una mafia territoriale. Quella che Libera ha definito quinta mafia o mafia da contaminazione. Un metodo, che si fonda su convenienza e omertà e che trova le proprie radici direttamente sul territorio in cui si sviluppa.


Multimedia: Fotocronaca: Mafia a Viterbo – I tredici arrestati – Operazione Erostrato, gli arrestati – Scacco alla Mafia nel Viterbese – Video: Prestipino e Palma spiegano come agiva l’organizzazione mafiosa – 13 arresti per associazione a delinquere di stampo mafioso – Scacco alla Mafia nel Viterbese


“Occorre avere un minimo di capacità e di esperienza del fenomeno concussivo e ricattatorio che si trova alla base dei sistemi mafiosi – scrive Cinalli – per capire che a Viterbo probabilmente le persone coinvolte o consapevoli sono molte più di quelle arrestate. Molte più di quelle ‘presunte’ vittime”. 

“Il silenzio è solo cautela, paura, attesa di capire se e quando il proprio nome potrà essere fatto, associato, sfiorato. Da una intercettazione telefonica o ambientale, da una foto scattata in strada. Potrà essere tirato in ballo chiunque, anche gli insospettabili, anche le cariche più ‘alte’ delle amministrazioni locali. Le più alte”.

“Un piccolo favore elettorale, una raccomandazione, un consiglio, una battuta ambigua potranno essere letti alla luce di un fenomeno di grande rilevanza giudiziaria come un’ipotesi di favoreggiamento, come una desistenza colpevole, come un’incauta fiducia concessa senza giudizio”, sostiene.

Ma non è solo questo. “A Viterbo – spiega Cinalli – il sistema politico ed economico ha sempre avuto padroni e relazioni feudali, dipendenti, basate sulla convenienza reciproca (anche tra avversari) a spartire la gestione pubblica, quindi un sistema conveniente e ricattabile di relazioni”.

Un sistema clientelare. Fatto di raccomandazioni e spintarelle. “Ce penso io al tu’ fijo, nun te preoccupà”. “Te lo trovo io un lavoro”. Quante volte lo abbiamo sentito dire? Quanti figli e figlie si sono sentiti dire dai propri genitori che quello che conta è il quieto vivere. Che se vuoi trovare un lavoro ti devi prostrare al potente di turno. Che non ti devi mai ribellare, mai alzare la testa, perché non conviene. Perché potresti avere sempre bisogno di qualcosa. Oppure, “ma chi te lo fa fare?”.

“Le presunte vittime – precisa Cinalli – non lo sono in realtà, nella misura in cui si accetta il sistema per una convenienza. Il ricatto è parte dello scambio”. La paura pure. “Così lo spazio dell’incontro è comune, siamo tutti amici e nessuno pensa che ci si possa denunciare a vicenda. ‘Chiamami a casa fuori dall’orario di ufficio, ci penso io a darti una mano’…. E così facendo inizia il percorso verso la dipendenza dalla concussione implicita, il quieto conveniente vivere. Tra imprese e importanti esponenti della politica e della cultura la solidale e reciproca convenienza si gioca da sempre sul filo della legalità e sotto il filo dell’etica. Non troverete nomi di personalità indignate contro la mafia a Viterbo. Tutti spereranno con i propri avvocati (con evidenti conflitti di interesse difensori, amministratori, vittime e indagati) in una prescrizione prossima e salvifica. Tutti trattengono il fiato. Perché tutti sanno di essere colpevoli. Se non altro (i pochi) di non avere avuto il coraggio di denunciare per tempo”.

Daniele Camilli


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1 febbraio, 2019

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