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Tribunale - Tra i quindici imputati, l'imprenditore dei Cimini condannato per 'ndrangheta - Il 43enne ha rinunciato a farsi tradurre dal carcere dove sta scontando nove anni di pena

Usura e ricettazione, al via senza Alberto Corso il processo ai “canepinesi”

di Silvana Cortignani

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Alberto Corso

Alberto Corso

L'avvocato Mirko Bandiera

L’avvocato Mirko Bandiera

L'avvocato Giovanni Labate

L’avvocato Giovanni Labate

Viterbo – Usura e ricettazione, processo al via senza Alberto Corso. L’imprenditore canepinese 43enne, condannato per ‘ndrangheta, ha rinunciato a farsi tradurre dal carcere dove sta scontando una condanna definitiva per mafia a 9 anni.

E’ così entrato nel vivo senza di lui, a dieci anni esatti dalla maxinchiesta, il processo ai quindici imputati, quasi tutti di Canepina. Si è aperto con la deposizione fiume di un brigadiere della guardia di finanza. 

Alla sbarra, per l’appunto, anche il 43enne, arrestato nel 2013 nell’operazione El Dorado, nell’ambito di una vasta indagine condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Oltre a Alberto Corso, finirono in manette il fratello maggiore Augusto – anche lui tra i 15 imputati – poi assolto, e Domenico Nucera, 46enne calabrese residente a Graffignano, condannato invece in via definitiva a sei anni. L’accusa era di aver messo in piedi un oliato sistema di riciclaggio di capitali sporchi che, dall’Aspromonte, risalivano la penisola fino a Viterbo, per il “lavaggio” nelle ditte amministrate da Corso e dai fratelli Nucera. 


Il blitz della guardia di finanza

Risale al 30 novembre 2010 il blitz della guardia di finanza, quando vennero arrestati in tredici. Nove finirono in carcere e quattro ai domiciliari. Tra Viterbo, Vignanello, Canepina, Civita Castellana e Terni. Il tribunale del riesame annullò poi le misure cautelari, ma l’inchiesta della pm Paola Conti andò avanti e altre due persone furono iscritte nel registro degli indagati. Le indagini sono scattate nel dicembre del 2008. Una sola la presunta vittima, che si è costituita parte civile al processo con l’avvocato Antonio Rizzello, un imprenditore edile 58enne che, angosciato dalla crisi economica, avrebbe iniziato a chiedere prestiti prima ai familiari, poi agli amici e infine ai futuri imputati. L’uomo, che ha avuto accesso al fondo antiusura, denunciò di essere vittima degli strozzini in una drammatica lettera in cui annunciava di essere pronto al suicidio inviata a un finanziere. 


Il processo si è aperto con la deposizione fiume del brigadiere della guardia di finanza Serafino Pasquarelli, il quale ha ricordato come la prima denuncia del 58enne risalga al dicembre 2008, quando uno dei successivi imputati stava per strappargli casa.

A febbraio 2009 la vittima avrebbe cominciato a recarsi agli appuntamenti con i presunti strozzini munita di un registratore vocale, le cui microcassette venivano puntualmente consegnate agli uomini del comando provinciale di via Cardarelli, che provvedevano a trascrivere le conversazioni, alcune delle quali tradotte dal dialetto canepinese stretto parlato dagli interlocutori.

Il 18 marzo l’imprenditore sarebbe stato minacciato con un fucile semiautomatico. Il 19 marzo è passato in fretta e furia dalla caserma, lasciando una lettera in busta chiusa in cui annunciava il suo suicidio.

“Sono stati momenti concitati – ha spiegato Pasquarelli – all’inizio non rispondeva al telefono, poi mi ha riposto e io ho cominciato a parlarci, mentre una pattuglia del 117 lo cercava in giro per Viterbo. Lo hanno trovato in strada, quindi l’hanno portato in caserma per tranquillizzarlo, infine al pronto soccorso dell’ospedale di Belcolle”. 


In una spy-pen le prove dello strozzinaggio

Una finta penna a sfera dotata di registratore audio e telecamera sul cappuccio portata nel taschino dall’imprenditore, che l’avrebbe comprata di sua iniziativa, per dimostrare ai finanzieri che diceva il vero. Il 58enne avrebbe consegnato di volta in volta le microcassette, per un totale di 5-6, agli investigatori, che dopo averle ascoltate dallo stesso supporto, trascritte e tradotte se necessario dal dialetto, le avrebbero depositate in procura, restituendo il supporto all’imprenditore perché potesse fare ulteriori registrazioni.


Per l’accusa, gli imputati avrebbero approfittato dello stato di bisogno del 58enne, praticando tassi usurai anche superiori al 4mila per cento. Ad esempio, un prestito da 7mila euro fatto il 18 marzo 2009 in cambio di due assegni da 7mila e 10mila euro, per un totale di 17mila euro, da restituire dopo pochi giorni, il 30 marzo 2009. 

“Se era in crisi, come faceva a restituire in pochi giorni somme su cui venivano praticati tassi d’interesse altissimi?”, hanno chiesto le difese, sottolineando, l’avvocato Mirko Bandiera, che non esiste un calcolo complessivo di quanto avrebbe dato e di quanto avrebbe ricevuto. “Ha emesso centinaia, forse migliaia di assegni”, ha spiegato Pasquarelli.

La stessa presidente Mattei ha chiesto in base a quali elementi sia stato accertato lo stato di bisogno. Il finanziere ha escluso che ci fossero decreti ingiuntivi o pignoramenti. A carico della vittima solo un’esecuzione immobiliare; quella per cui, temendo di perdere casa, ha sporto denuncia nel dicembre 2008. Diversi protesti di assegni e cambiali e alcune cartelle esattoriali dell’agenzia delle entrate. 

La vittima avrebbe avuto rapporti di lavoro solo con due ditte: un’impresa edile analoga alla sua cui avrebbe dato oltre 200mila euro in cambio di 79mila; e l’Ortofrutticola Cimina dei fratelli Corso cui avrebbe dato 147mila euro in cambio di 227mila. Una discrasia, sottolineata dal difensore dei Corso, avvocato Giovanni Labate. “Avrebbe quindi restituito una somma inferiore al percepito”, ha fatto notare il legale. “Si basa tutto solo sulle dichiarazioni della vittima – ha proseguito – a me risulta che tutti i prestiti sarebbero avvenuti in contanti. Avete fatto controlli incrociati tra i 4-5 conti correnti del 58enne e quelli degli imputati? Avete cercato riscontri bancari?”. 

Il processo, che si preannuncia molto combattuto, riprenderà il prossimo 12 marzo, quando saranno ascoltati ulteriori testi dell’accusa.

Silvana Cortignani


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13 febbraio, 2019

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