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Tribunale - Operazione "Sbiff" - Sette gli imputati di spaccio - Tra loro l'albanese arrestato nel blitz antimafia di gennaio - Detenuto a Nuoro, non gli è stato chiesto se volesse essere presente - Udienza rinviata

“Sokol Dervishi è dentro per mafia”, salta il processo ai pusher della movida

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Viterbo - Carabinieri - Operazione Sbiff

Viterbo – Carabinieri – Operazione Sbiff 

Mafia a Viterbo - Sokol Dervishi

Mafia a Viterbo – Sokol Dervishi

Viterbo - Carabinieri - Operazione Sbiff

Viterbo – Carabinieri – Operazione Sbiff 

Viterbo – “Dervishi è dentro per mafia”. Abbastanza per far saltare, per la seconda volta in tre mesi, il processo ai sette presunti pusher di cocaina della movida viterbese, arrestati quattro anni fa nella maxiretata antidroga “Sbiff”, scattata all’alba del 20 luglio 2015. La volta scorsa, a dicembre, fu per colpa di vizi di notifica.

Ieri l’udienza di ammissione prove è stata nuovamente rinviata dal giudice Gaetano Mautone, stavolta per l’assenza di uno degli imputati, Sokol “Codino” Dervisci, l’operaio albanese 33enne, da anni residente a Viterbo, tra i tredici arrestati della maxiretata antimafia sfociata nell’operazione Erostrato del 25 gennaio scorso. Attualmente è detenuto nella sezione di alta sorveglianza del carcere di Badd’e Carros di Nuoro, in Sardegna. E nessuno gli aveva chiesto se voleva essere tradotto a Viterbo per presenziare all’udienza, com’è suo diritto. 

“Facciamo sbiff”, avrebbero detto in gergo gli indagati  al telefono quando c’era da portare cocaina da sniffare. Da qui il nome dell’operazione, che avrebbe consentito di sgominare una banda di sedici persone dedite allo spaccio di cocaina fuori dei locali notturni, dei bar, delle discoteche e dei night club più modaioli ed esclusivi del capoluogo e non solo. Una banda di cui, secondo l’accusa, facevano parte anche due italiani, un medico di Amelia e un noto imprenditore viterbese. Gli altri sono 13 albanesi, tra cui Dervishi, e un romeno. 

In sette, tra i quali il medico, hanno patteggiato davanti al gup nel giugno 2017, quando sono stati rinviati a giudizio gli attuali sette imputati, mentre un altro, che ha fatto perdere le tracce, sarebbe tuttora latitante.

Considerato uno dei fedelissimi dei vertici dell’organizzazione criminale italo-albanese, nell’ambito invece dell’operazione “Erostrato”, Dervishi sarebbe stato il braccio destro del connazionale 36enne Ismail “Ermal” Rebeshi e del viterbese 43enne d’origine casertana Giuseppe “Peppino” Trovato.

Il primo, Rebeshi, imprenditore nel settore dei locali da ballo. Il secondo, Trovato, titolare nel capoluogo di tre compro oro. Anche Rebeshi ha precedenti per droga e lo scorso 25 gennaio era già dietro le sbarre, arrestato il 26 novembre scorso per narcotraffico nell’ambito di un’inchiesta nata in Sardegna.

Dervishi ha altri precedenti per spaccio. Oltre che nell’inchiesta “Sbiff”, sempre quattro anni fa, è rimasto coinvolto in un’altra inchiesta della procura di Viterbo, sfociata in 19 avvisi di fine indagine nel maggio 2015, relativi a un presunto giro di cocaina tra Viterbo e Vetralla, dieci dei quali  inviati a pusher poco più che ventenni. Presunte menti del traffico due romeni e sette albanesi, tra cui Dervishi.

Tornando a Sbiff, trasversale sarebbe stata la clientela: dai meno abbienti, ai consumatori della “Viterbo bene”, cui sarebbe bastato uno squillo per farsi recapitare la cocaina direttamente nei luoghi dello sballo. La droga, secondo l’accusa, veniva sniffata al volo, all’esterno dei locali, sull’auto degli spacciatori che, astutamente, portavano con sé solo poche dosi alla volta e si facevano pagare successivamente, per evitare vistosi movimenti di denaro. Un escamotage che non è bastato a garantirgli l’impunità.

L’inchiesta, nata da un’intuizione dei carabinieri di Bagnaia, ha fatto venire a galla un’articolata rete di smercio: fiumi di cocaina tra la frazione e il capoluogo, con decine di assuntori segnalati alla prefettura, 70 grammi di cocaina e 2100 euro provento dello spaccio sequestrati in flagrante durante i controlli.

Le indagini, partite nel luglio 2014, hanno avuto impulso da un caso di estorsione e furto. Un furto sospetto in un bar di Bagnaia, dove i ladri scassinarono le slot machine, in seguito al quale emerse che tre fratelli albanesi, tutti poi arrestati nell’operazione Sbiff, avrebbero ripetutamente minacciato uno dei soci, costringendolo a consegnare loro gli incassi del locale, disattivando le telecamere di videosorveglianza per agevolare la razzia. 

In seguito al rinvio, l’udienza di ammissione prove è slittata al prossimo 21 giugno. 

Silvana Cortignani

 


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16 marzo, 2019

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