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Rapina alla gioielleria Bracci - Pronto a chiedere una riforma della sentenza in appello il difensore di Grancea - In primo grado al 27enne sono stati inflitti 11 anni e mezzo

“Costretto al colpo sotto minaccia, faremo ricorso contro la maxicondanna”

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Viterbo - Rapina alla gioielleria Bracci

Viterbo – Rapina alla gioielleria Bracci

Viterbo - Rapina alla gioielleria Bracci

Viterbo – Rapina alla gioielleria Bracci

Viterbo - Rapina alla gioielleria Bracci - L'auto della fuga

Viterbo – Rapina alla gioielleria Bracci – L’auto della fuga

Viterbo – (sil.co.) – “Costretto a partecipare al colpo sotto minaccia, faremo ricorso in appello”. Il difensore del rapinatore condannato a 11 anni e mezzo di reclusione per l’assalto a mano armata alla gioielleria Bracci del 13 marzo 2018 si dice pronto a ricorrere in appello contro la maxipena inflitta il 19 marzo a Stefan Grancea dal tribunale di Viterbo. 

“Abbiamo scelto il rito ordinario per far emergere la verità della situazione di grave minaccia subita dal mio assistito, ma non c’è stato ne il tempo né la possibilità di far apprezzare tale situazione al collegio, che non ha avuto gli elementi necessari per una valutazione di questo tipo; siamo fiduciosi e sereni di poterlo dimostrare in appello, ci stiamo già lavorando”, spiega l’avvocato Samuele De Santis, che assiste il 27enne d’origine romena condannato martedì scorso a undici anni e sei mesi dal collegio presieduto da Gaetano Mautone, giudici a latere Elisabetta Massini e Roberto Colonnello. 

Il basista e mente della banda Ignazio Salone, che ha scelto l’abbreviato, è stato condannato a otto anni e otto mesi lo sorso 5 novembre con lo sconto di un terzo della pena. Stesso rito e stesso sconto per una delle due donne che hanno fatto da palo, la moglie di Grancea, condannata a cinque anni e quattro mesi dal gup. E’ invece in attesa di giudizio la seconda complice, compagna di Salone, incinta quando i banditi sono stati fermati, il giorno successivo alla rapina, e per questo non sottoposta alla custodia cautelare degli arresti, e quindi nemmeno al giudizio immediato come gli altri tre. 

“Salone stesso ha spiegato il movente, raccontando di essere stato contattato da soggetti di Perugia che gli avevano data la pistola poi usata per la rapina, commissionandogli un duplice omicidio. L’uccisione di Grancea e della moglie, colpevoli di avere denunciato il sequestro della donna da loro commesso. Grancea ha dovuto partecipare alla rapina sotto minaccia, avvertito solo la sera prima che doveva venire a Viterbo e che doveva portare con sé anche la moglie. Salone stesso è andato a prenderli alla stazione”, ha spiegato in aula il legale, che proprio per questo ha acconsentito all’acquisizione nel fascicolo del processo delle carte relative a Salone. 

Il basista stava progettando il colpo da quattro mesi. Non con Grancea, che non ne sapeva niente ed è stato coinvolto sotto minaccia solo all’ultimo momento. Ma con altri personaggi viterbesi, tra i quali un commerciante, coinvolto in vicende di spaccio. Grancea è stato solo un partecipe forzato. Non era armato, non è stato lui a sparare e all’interno della gioielleria ha solo eseguito gli ordini da Salone “, ha detto il legale ai giudici di primo grado e tornerà a dire a quelli di secondo grado, quando sarà fissato il processo davanti alla corte d’appello. Presenterà ricorso non appena saranno state depositate le motivazioni della sentenza.


 – Rapina alla gioielleria Bracci, giovane condannato a 11 anni e mezzo


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25 marzo, 2019

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