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Dalla fuga in Paraguay alla condanna, un decennio sul filo del rasoio per il dentista Fiorita

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L'avvocato Roberto Alabiso e il dentista Gianfranco Fiorita [3]

L’avvocato Roberto Alabiso e il dentista Gianfranco Fiorita

Il dentista Gianfranco Fiorita [4]

Il dentista Gianfranco Fiorita

Il dentista Gianfranco Fiorita mostra le foto di suoi vecchi impegni professionali [5]

Il dentista Gianfranco Fiorita mostra le foto di suoi vecchi impegni professionali

Viterbo – Condannato a due anni, tre mesi e 15 giorni di carcere Gianfranco Fiorita, il dentista sessantenne viterbese scappato in Sudamerica il 14 ottobre 2010 con circa 600mila euro di soci, pazienti, fornitori e colleghi che avevano pagato un corso in Bolivia. Nel frattempo è pssato quasi un decennio, che l’odontoiatra più noto della Tuscia ha trascorso sul filo del rasoio. 

Uccel di bosco per quattro anni, Fiorita fu arrestato in Paraguay nel 2014 e rimpatriato In Italia la vigilia di Santa Rosa dello stesso anno. Sbarcato dall’aereo trovò la polizia ad aspettarlo allo scalo internazionale di Roma-Fiumicino. In Italia è rimasto per un paio di mesi ai domiciliari, revocati dal Riesame a novembre su istanza della difesa. Finito nella primavera di cinque anni fa nel famigerato carcere di massima sicurezza di Emboscada, una cittadina di 5mila abitanti a 40 chilometri dalla capitale Asuncion dove venivano rinchiusi gli oppositori dei regimi totalitari, Fiorita è stato arrestato non per il mandato di cattura internazionale, ma perché denunciato per maltrattamenti dalla moglie segreta, della cui esistenza nulla sapeva nemmeno il difensore Roberto Alabiso. Moglie dalla quale, durante il “periodo sudamericano”, ha avuto due figli, un maschio e una femmina. 

Nel gennaio del 2015, per la prima volta dopo la fuga, Fiorita ha incontrato la stampa, nello studio del suo avvocato, per spiegare le ragioni del suo gesto. “Dovevo pagare 1200 dollari al mese di pizzo”. Sarebbe questa la ragione che lo ha spinto a scappare oltreoceano, piantando in asso soci e pazienti della Dental Action del Pilastro. “Ma non con 600mila euro, bensì con 720. Ho deciso lì per lì, perché gli estorsori mi avevano seguito a Fiumicino per minacciarmi. Per far perdere le tracce, ho preso un volo per Barcellona, poi sono andato in Colombia, in Bolivia, infine in Paraguay”. “Se avessi avuto 600mila euro – ha sempre sostenuto Fiorita – sarebbe stata una latitanza dorata. Invece, per paura e mancanza di fiducia nella giustizia, ho vissuto quattro anni nell’indigenza, lavorando a fatica perché su di me pendeva un ordine di cattura. Più di tutti mi hanno aiutato alcune congregazioni religiose”. 

Un processo monumentale quello che si è chiuso ieri con la condanna in primo grado di Fiorita. Un plotone le parti civili: sessantuno tra pazienti, soci, colleghi e fornitori, oltre all’Ordine dei medici della provincia di Viterbo.  Per il dentista due anni, tre mesi e quindici giorni d reclusione, oltre a circa 70mila di provvisionali da pagare alle parti civili riconosciute dal giudice Giacomo Autizi, da un minimo di 500 a un massimo di 10mila euro, con una media attorno ai 2500 euro per ciascuna delle parti offese, che una volta diventata definitiva la sentenza potranno chiedere ulteriori danni in sede civile. Finito a processo con l’accusa di appropriazione indebita, Fiorita è stato assolto con formula piena per 39 posizioni e condannato per altre 14. A sorpresa, però, il giudice ha riqualificato il reato di appropriazione indebita in truffa aggravata per 26parti civili e in insolvenza fraudolenta nei confronti degli ex soci della clinica dontoiatrica Dental Action del Pilastro.

Una sentenza che grida “appello”, secondo il difensore Roberto Alabiso, pronto a battersi per l’assoluzione in secondo grado. L’avvocato Alabiso resta dell’idea che per, quanto riguarda i soci, Fiorita debba andare assolto, trattandosi semmai di questioni civilistiche. Nel frattempo il giudice si è preso 90 giorni per il deposito delle motivazioni della sentenza. “Poi faremo ricorso alla corte d’appello. Non per la prescrizione, ma per ottenere la piena assoluzione del mio assistito”, ha tenuto a sottolineare ieri l’avvocato Alabiso, dopo la sentenza.  Riconosce, il legale, “la precisione del giudice di primo grado, che  ha avuto la forza e il coraggio di distinguere le varie posizioni, quando per altri sarebbe stato molto più semplice dire ‘tutti assolti’ o ‘tutti condannati'”. Ma ha un dubbio di carattere processuale. “Poteva riqualificare il reato in sede di sentenza oppure il diritto difensivo è compresso? Perché io non mi sono difeso sulla truffa e sull’insolvenza fraudolenta”, spiega. “Capisco che è un cavillo sostanziale, ma è un dubbio che giuridicamente mi pongo. C’è una sentenza della cassazione che lo considera una compressione del diritto di difesa”. 

Silvana Cortignani


 – Scappò in Sudamerica coi soldi, 2 anni e 3 mesi al dentista Gianfranco Fiorita [6]


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