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“La crescita passa per tre direttrici: quella socio-educativa, culturale-ambientale ed economica”

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Gabriele Sabato, professore a contratto di Diritto amministrativo [4]

Gabriele Sabato, professore a contratto di Diritto amministrativo

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – I recenti eventi amministrativi che interessano la provincia di Viterbo e in particolare il suo capoluogo, fanno emergere le domande se esista o meno una visione di fondo che indirizzi le energie locali verso nuovi target di sviluppo, di cui il territorio ha bisogno, e in capo a quali attori è in mano la partita.

La ricerca di una risposta ai quesiti passa necessariamente per la ricognizione di alcuni fattori, la cui presenza è necessaria in qualsiasi processo di crescita.

Sono infatti almeno tre le direttrici lungo le quali si è soliti auspicare che un territorio e la sua popolazione accrescano il loro benessere: quella socio-educativa, quella culturale-ambientale e quella economica.

L’ordine con cui queste tre direttrici sono qui richiamate non è casuale e denota anzi l’opportunità di adottare una chiave di lettura sistemica dei processi in corso, soprattutto da parte di chi è chiamato a ricoprire ruoli di governo, a partire dal piano locale.

Le tre linee appena evocate sono fortemente interconnesse tra di loro e non possono essere trattate separatamente. Il tavolo su cui si decide lo sviluppo di un territorio poggia difatti su queste tre “gambe”: eliminarne una sola, qualunque essa sia, farebbe cadere il tavolo, e con esso lo sviluppo sperato e programmato.

Sotto il profilo socio-educativo, Viterbo e la sua provincia presentano da tempo dati assolutamente rassicuranti, ma senza dubbio migliorabili, al pari di molte altre aree della penisola.

L’alto tasso di scolarizzazione oramai consolidatosi negli ultimi decenni evidenzia una capacità strutturale della Tuscia di saper creare un significativo valore umano nel settore dell’istruzione e nella economia della conoscenza.

Le notizie che giungono da ultimo, in merito alla recente approvazione del Piano sociale regionale, sembrano dare l’avvio anche a una nuova stagione nella fornitura dei servizi sociali, in aderenza ai principi cardine della carta costituzionale, di solidarietà e di uguaglianza, e nello spirito riformatore di una legge, la n. 328 del 2000, che tra le prime ha cercato di fornire una lettura organica dei bisogni socio-assistenziali della persona e dei compiti operativi che il potere pubblico, in tutte le sue articolazioni territoriali, è tenuto a svolgere.

Se sull’evoluzione del primo dei profili trattati pesano non poco le scelte assunte a livello locale, per il secondo e il terzo le cose, almeno in parte, stanno diversamente, e per incidere su questi versanti occorre una forte capacità dialettica delle amministrazioni periferiche con il potere centrale, nazionale e regionale.

Desta più di una preoccupazione, venendo al secondo profilo citato, l’intenzione di porre un vincolo su una vasta area a sud-ovest del centro urbano del capoluogo (1600 ettari circa), come reso noto recentemente dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio, con la pubblicazione di una dichiarazione di notevole interesse pubblico, titolata “Dal Bullicame e Riello alle Masse di San Sisto”.

Vincolare un’area in base al Codice dei beni culturali e del paesaggio significa sostanzialmente sottrarre la stessa da interventi, più o meno massivi, di sviluppo urbano, residenziale o non residenziale: la previsione di sanzioni penali, a carico di chi compie una pur minima infrazione su queste aree, opera quasi sempre da deterrente a interessarsi allo sviluppo di progetti urbanistici in loco.

La zona su cui potrebbe essere posto a breve il vincolo rischia di essere superiore all’attuale perimetro urbano di Viterbo e quindi sembrano del tutto legittimi gli interrogativi di chi solleva dubbi in merito alla sproporzione del vincolo, rispetto alle reali esigenze di tutela, anche alla luce delle motivazioni addotte.

Seguendo il filo argomentativo della Soprintendenza, si potrebbe paradossalmente sostenere che a partire dalle c.d. leggi Bottai del 1939, sulla tutela delle cose di interesse storico ed artistico e sulla tutela delle bellezze naturali, Roma non avrebbe più potuto essere soggetta ad alcun tipo di espansione urbanistica ed edilizia, dato il conclamato valore storico, culturale e paesaggistico delle aree esistenti anche al di fuori delle mura aureliane. La storia degli ultimi ottant’anni ci racconta tutt’altro, come noto.

Si dirà che a partire dal recente d.p.r. n. 31 del 2017, che reca una semplificazione del regime delle autorizzazioni paesaggistiche, gli iter autorizzativi per gli interventi edilizi in aree sottoposte a vincolo paesaggistico, godono oramai di un notevole alleggerimento rispetto a quanto previsto dal precedente quadro normativo.

È corretto: ma un vincolo resta pur sempre un vincolo, e la sua presenza, già solo psicologicamente, pesa enormemente su chi ne è soggetto e spesso fa oscillare il pendolo di una decisione dalla parte dell’inerzia e dell’abbandono di ogni idea di utilizzo e di sviluppo territoriale.

Suscita infine più di un timore, e ancor più giustificatamente, se si vuole, il rischio che Viterbo possa al contempo vedere aumentare – sul fronte territoriale opposto rispetto a quello che rischia di essere vincolato – il carico di rifiuti in ingresso, proveniente da altre provincie del Lazio, in potenziale disprezzo delle regole basilari dell’economia circolare. La notizia sembra trovare un fondamento normativo con l’approvazione in giunta regionale delle “Linee guida del piano regionale rifiuti 2019 – 2025 del Lazio: da un’economia lineare a un’economia circolare”, su cui non resta che svolgere ulteriori approfondimenti, non appena le norme previste entreranno in vigore.

Il quadro che se ne trae è chiaro e solleva un allarme fondato in chi ha a cura la cosa pubblica. Viterbo, intesa come città in sé, e come capoluogo e centro nevralgico dell’intera Tuscia, rischia di trovarsi chiusa geograficamente in una morsa, tra un’impossibilità “di diritto” di espandersi sul proprio fronte meridionale e un’impossibilità “di fatto” di godere a pieno del proprio territorio sul fronte settentrionale (per non tacere, infine, del blocco al completamento della Orte – Civitavecchia, sull’asse est-ovest, per motivi legati al noto giudizio pendente di fronte alla giustizia amministrativa, su cui a breve si pronuncerà anche la Corte di giustizia dell’Unione europea).

A risentirne da subito, neanche a dirlo, il tessuto economico e produttivo.

Spetta ai decisori politici, non solo locali, naturalmente, fare il possibile per evitare che le criticità descritte poc’anzi possano effettivamente concretizzarsi. Per fare questo, serve una visione, lungimirante e partecipata.

Gabriele Sabato
Professore a contratto di Diritto amministrativo
Dipartimento di Economia, Ingegneria, Società e Impresa
Università degli Studi della Tuscia


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