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L'opinione del sociologo -

Appena qualcuno dice o fa qualcosa spunta l’indignato…

di Francesco Mattioli

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – La nostra è una società che si indigna. Ce ne è per tutti: non appena qualcuno dice o fa qualcosa ecco che spunta l’indignato.

L’indignato preferisce in genere un Tweet, perché con quattro battute ben assestate colpisce la vittima costringendola alla vergogna, alla riparazione, alla ritrattazione. Ma c’è anche chi rilascia indignate dichiarazioni ai media.

L’indignato non resta a lungo con la pietra in mano; si sente al riparo da ogni errore e la scaglia senza pietà contro il reprobo. L’indignato non ha pagliuzze negli occhi e tanto meno travi, ma coglie immediatamente quelle che abbondano tra le ciglia dei suoi interlocutori.

L’indignato esprime valori assoluti, immodificabili e incontrovertibili. Quindi non teme obiezioni, anzi le considera blasfemie.

L’indignato, oltre che i social, frequenta le chiese, le moschee, le sinagoghe, le sedi delle associazioni socioculturali e di volontariato, le assemblee istituzionali a livello locale, nazionale, comunitario e internazionale e ovviamente le sedi di partito, dove esistono appositi ambienti in cui ci si può allenare nell’alzare i toni e nel formulare gli anatemi più appropriati.

L’indignato si trova anche tra letterati, poeti, filosofi, maitres à penser, opinionisti e influencer d’ogni risma; a volte perché rappresenta e officia i valori assoluti da cui nasce ogni indignazione, in altri casi perché ha fatto due calcoli e si è accorto che se pratica con scarsa prudenza l’arma del pensiero alternativo rischia di perdere lettori, accoliti e, ancor più spesso, la faccia.

Se in tivvù non ti indigni, la volta successiva non ti chiamano più, perché solo l’indignazione è telegenica, fa audience. E in una società in cui conta quasi solo la faccia – anzi, la maschera- tutto ciò può significare la fine di una carriera, e di una prebenda.

L’indignato sovente si sente un anticonformista, perché si vanta di praticare un sano e libertario laicismo delle idee; talvolta si indigna perché altri indignati si indignano con lui, e chiama a sua difesa i libertari di tutto il mondo. Non si accorge di quanto possa essere conformista e superficiale l’indignazione, di quanto spesso diventi un mero rituale per confermare l’appartenenza alla tribù.

Fa caso a volte assistere ad una lotta tra indignati. Perché emerge lo scontro senza quartiere, il desiderio di sopraffare l’altro, di affogarlo nei cavalloni della propria indignazione, senza dubbi, ripensamenti, senza necessità di ascoltare, di capire, di “mettersi nei panni altrui”. Perché oggi i panni altrui sono considerati inadeguati, ineleganti, stretti, talvolta persino luridi.

A ben vedere, la vera vittima dell’indignato è il rispetto. Il rispetto nei confronti dell’altro. Perché il rispetto esige la comprensione, l’approfondimento delle argomentazioni altrui, il senso delle proporzioni, la reciprocità e – addirittura ! – l’autocritica.

Insomma, il rispetto ti tira fuori dalle schiere dei tuoi compagni di indignazione e così rischi di trovarteli di fronte, a guardarti storto e a soppesare la pietra che hanno in mano, mirando alla tua fronte. Il rispetto non ha solo bisogno di buon senso, ma anche di intelligenza, cioè di saper “leggere dentro”. Ma l’indignato fa sempre parte di una setta, più o meno ampia e diffusa, che si aspetta comportamenti appropriati, che oltre a non tollerare qualsiasi deviazione dalla linea, giudica negativamente anche le omissioni e persino le semplici titubanze.

Tornerei sul senso delle proporzioni. La realtà che ci circonda non è né bianca, né nera, ma è complessa, articolata, con la compresenza costante di buono e cattivo, giusto e ingiusto, bello e brutto.

Grazie all’aiuto di quello spirito obiettivo che richiedono sia l’analisi storica che quella socio-antropologica, ci dovrebbe essere consentito di estrarre, dal nero che ci è di fronte, quelle tracce di bianco che inevitabilmente qualcuno di buona volontà ha voluto pennellare anche nei più profondi abissi del male.

Vale per le biografie delle persone malvage, sebbene non si debba risparmiare loro la peggior pena possibile per alleviare il vulnus inferto alla giustizia. Vale per certe tragiche esperienze storiche, di oggi e di ieri, anche se vogliamo e dobbiamo allontanarci da esse affinché non abbiano mai più a ripetersi.

Se l‘indignato praticasse intelligentemente il senso delle proporzioni, l’autocritica, la necessità di capire, piuttosto che i processi sommari ad uso e consumo dei propri sensi di superiorità e di illibatezza etica e ideologica, forse vivremmo in una società più giusta, più equilibrata, più consapevole, quindi più umana; e più costruttiva.

Ma forse, nell’epoca degli egoismi, della diffidenza e della paura del pensiero altrui, della propaganda elettorale infinita, del qualunquismo di massa, anche una proposta (o un sogno?) del genere finisce per essere oggetto di indignazione.

Qualcuno leggendo queste righe commenterà, coccolando la propria nitidissima coscienza: ma con chi ce l’ha questo qui? Eppure, penso che chi vuole capire, avrà capito.
Ma vuole?

Francesco Mattioli


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17 marzo, 2019

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