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Tribunale - Processo "Drum" - Furono arrestati nel blitz scattato a giugno del 2013 - Un giro d’affari da oltre un milione di euro tra Viterbo e Roma

Maxiretata antidroga, alla sbarra 23 imputati

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La droga sequestrata nel corso dell'operazione Drum

La droga sequestrata nel corso dell’operazione Drum

Operazione Drum - Due degli arresti

Operazione Drum – Due degli arresti

Viterbo – Operazione Drum, falsa partenza del processo a 23 imputati di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Avrebbe dovuto aprirsi ieri con l’ammissione prove davanti al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone, ma è stato rinviato al 3 luglio per dei vizi di notifica.

Il blitz è scattato all’alba del 25 giugno di sei anni fa, nel 2013, con la notifica di ben 61 ordinanze di custodia cautelare, 23 nel Viterbese. 

Lo stupefacente sarebbe stato ordinato nella capitale grazie a contatti diretti con esponenti dei clan di San Basilio, del mercato dell’Olgiata e del litorale, quindi portato nel Viterbese da corrieri – tra cui disoccupati e pensionati incensurati – per poi essere piazzato sul territorio tramite un nutrito numero di pusher. 

Nel corso dell’operazione furono sequestrati oltre due chili di droga. Si calcolò un giro d’affari da oltre un milione, tra la Tuscia e la capitale. 

In provincia, oltre al capoluogo, furono interessati anche Tuscania, Marta, Montefiascone, Arlena di Castro e Capodimonte. A  Roma i quartieri San Basilio, Cassia, Olgiata, Monte Mario, Trionfale e Acilia. Sul litorale a Ostia e a Civitavecchia. 

Al centro dell’indagine um agriturismo e alcuni forni tra Marta e Tuscania. L’intera famiglia dei gestori fu raggiunta dall’ordinanza di custodia cautelare: padre, madre, il figlio e due figlie. Il figlio è l’unico dei 24 indagati finiti davanti al gup del tribunale di Viterbo  ad essere uscito di scena, patteggianfo una pena di quattro mesi con lo sconto di un terzo in sede di udienza preliminare.


– Droga stoccata nei forni e all’agriturismo, 23 rinvii a giudizio per spaccio


Agriturismo e forni sarebbero stati utilizzati come punti di stoccaggio dello stupefacente. Nelle intercettazioni, la droga veniva chiamata in modi fantasiosi e pittoreschi: “Sono arrivate le pecore”, “Mi serve altra farina”.

Tra gli arrestati fece scalpore un carabiniere di Tuscania, accusato di falso ed estorsione. Quest’ultima perché avrebbe chiesto denaro in cambio di informazioni riservate sulle indagini e sui controlli antidroga dell’arma. Il militare fu rimesso in libertà  dallo stesso gip dopo 17 giorni di carcere, senza dover passare dal Riesame. Per la difesa, sarebbe stato inguaiato dal fratello tossicodipendente, che approfittava della posizione del congiunto per vantarsi al telefono con i suoi fornitori della possibilità di avere informazioni riservate, alle quali però il carabiniere non avrebbe mai potuto avere accesso. 


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14 marzo, 2019

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