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L’Irriverente

Assenze, sviluppo, Di Maio e Vanoni

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Se martedì sera Di Maio, andandosene in tv anziché in consiglio dei ministri, voleva dare un altro segno del cambiamento proprio del suo governo ha storicamente toppato. Perché di precedenti marinature di sedi istituzionali la storia patria è piena.

Per esempio, una quarantina d’anni fa un suo predecessore al ministero del lavoro, Carlo Donat Cattin sindacalista e di sinistra con la vocazione al cambiamento, andò dal barbiere mentre i colleghi ministri giuravano al Quirinale. Di Maio una mezz’ora dopo l’interrogatorio di Floris è tornato in sede; l’altro aspettò per giurare il giorno successivo alla irrinunciabile sbarbatura.

Perfino un uomo di protocollo come può essere un re, Umberto II (al cui senso patrio tanto deve la repubblica), la sera e la notte del 12 giugno 1946 in cui il governo ne decise la deposizione, anziché al Quirinale era a cena da un amico giornalista de Il Tempo, Luigi Barzini jr il quale a una cert’ora fece una capatina in redazione dove seppe e subito telefonò a casa pregando la moglie di informare l’ormai ex re.

Un conterraneo illustre di Di Maio, Enrico De Nicola, capo provvisorio dello stato e napoletanamente superstizioso, quando nel primo parlamento repubblicano in molti avrebbero voluto rieleggerlo per un settennato, scomparve da Palazzo Giustiniani dove aveva fissato la sede pure provvisoria ma da dove qualcuno aveva già fatto trasportare il suo letto personale al Quirinale, sede definitiva della presidenza della repubblica.

Per quanto lo cercassero non lo trovarono. Fu eletto Einaudi e il campano assente se ne partì adirato per Napoli.

Di Maio era atteso a palazzo Chigi per il cosiddetto Decreto Crescita, una legge per rilanciare lo sviluppo. Niente a che vedere con lo storico Piano Vanoni per lo sviluppo e l’occupazione di tanti anni prima, che non diventò mai legge ma il suo ideatore, il ministro Ezio Vanoni, con esso portò l’Italia al boom economico degli anni 60.

Vanoni era uno che non saltava una seduta o un impegno. Come quel 16 febbraio 1956, quando per non rinunciare a parlare in Senato tornò malato da Genova dove era andato per un consulto medico. Mentre teneva il suo discorso sull’austerità economica si sentì male. Lo trasportarono nell’ufficio del presidente e lì morì. Non aveva marcato visita.

Renzo Trappolini


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26 aprile, 2019

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