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Cassazione - Fu fermata dalla Polstrada di Arezzo sull'Autosole con 41 bestiole a bordo di un furgoncino diretto a Viterbo - Prescritto il reato di maltrattamenti agli animali, ma i danni restano

Cani stipati in gabbie da conigli, donna condannata a risarcire Enpa, Lav e Wwf

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La suprema corte di Cassazione

La suprema corte di Cassazione

Cani in gabbia (foto di repertorio)

Cani in gabbia (foto di repertorio)

Viterbo – (sil.co.) – Cani stipati in gabbie da conigli, titolare di canile condannata a risarcire Enpa, Lav e Wwf. Dovrà risarcire gli animalisti, nonostante il reato di maltrattamenti agli animali si sia estinto per prescrizione. 

E’ la titolare di un canile viterbese in strada Filante, sulla Cassia Sud, Annamaria Fontana. La donna, oggi 77enne, fu fermata assieme al marito dalla polizia stradale di Arezzo in un’area di servizio dell’Autosole nella tarda serata del 23 marzo 2006. La coppia, diretta a Viterbo, viaggiava su un furgone Ford Transit all’interno del quale erano stipati 41 cani in condizioni di estrema sofferenza. Nonostante l’intervento dei veterinari della Asl, due bestiole morirono, mentre gli altri 39 cani vennero confiscati e devoluti all’Enpa di Arezzo che, in collaborazione con la procura della repubblica del capoluogo toscano, riuscì a darli tutti in adozione.

Tre anni dopo, il 4 marzo 2009, la donna è stata condannata in primo grado dal tribunale di Arezzo a una multa di 15mila euro e al risarcimento di 4500 euro ciascuna alle associazioni Enpa, Lav e Wwf, parti civili al processo.

La corte d’appello di Firenze, il 25 novembre 2015, ha dichiarato il reato estinto per prescrizione, confermando però le statuizioni civili a favore degli animalisti. E adesso, a distanza di tredici anni, è giunto il sigillo della cassazione che, rigettando il ricorso della donna, ha ribadito il risarcimento complessivo di 13.500 euro agli animalisti.

Lo scorso 9 luglio la donna, stavolta assieme al marito, è stata condannata dal giudice Giacomo Autizi del tribunale di Viterbo a sei mesi in primo grado per la vicenda dei cuccioli affogati subito dopo la nascita nel canile in strada Filante. Secondo l’accusa, gli imputati avrebbero ucciso deliberatamente e crudelmente tra i 1200 e i 1400 cuccioli, calcolati sulla base della mancata sterilizzazione delle femmine, che solitamente prolificano due volte all’anno.

Secondo l’accusa, i cuccioli sarebbero stati sistematicamente affogati in dei grossi secchi pieni d’acqua. Le carcasse sarebbero poi state messe in sacchi di plastica di uso condominiale e gettate nei cassonetti dei rifiuti urbani.


– Cuccioli affogati al canile, condannati i gestori


Cani stipati nel furgone in gabbie per conigli

I 41 cani erano stipati in 14 gabbie, alcune delle quali per conigli. Cani di varie razze e taglie, alcuni dei quali in età avanzata, trasportati con un mezzo inadatto allo scopo, privo di sistemi di aerazione e troppo piccolo per il numero di animali trasportati, rinvenuti con evidenti difficoltà respiratorie ed un grave stato di disidratazione, dovuto alla mancanza di acqua e cibo. Animali sfiniti anche nel fisico, in quanto sfruttati fino allo stremo delle forze per procreare. Le femmine infatti, anche quelle in età avanzata, presentavano evidenti segni di ripetute gravidanze.

La difesa della 76enne ha sempre sostenuto che la donna aveva accettato di prendere in carico “a fini di accudimento” i 41 cani presenti in un allevamento del Reggiano dove si era recata per acquistare solo alcuni esemplari per la propria omologa attività nel Viterbese, benché il proprio veicolo non fosse in grado di trasportarli tutti. 


“Sofferenza giustificata solo dall’interesse economico dell’imputata”

La cassazione ha giudicato inammissibile il ricorso, sottolineando come l’intervento di assistenza “avrebbe potuto essere agevolmente compiuto interessando le competenti autorità veterinarie del Reggiano, dove si trovavano i cani ‘da tutelare’, senza disporne un trasloco oggettivamente improponibile per condizioni di viaggio, lunghezza del percorso, insufficienza degli spazi destinati all’accoglienza degli animali, stipati senz’aria e senza possibilità di difesa dalle stesse proprie deiezioni. Tanto più che la ricorrente, professionista del settore in quanto titolare di allevamento, si sarebbe facilmente destreggiata nelle eventuali incombenze burocratiche da affrontare per il ricovero nelle strutture emiliane”.

“Del tutto logicamente, quindi, i giudici del merito hanno osservato che agli animali era stata inflitta, deliberatamente e senza necessità, una sofferenza giustificata invece solamente dall’interesse economico dell’imputata, e non certamente dal loro agognato benessere futuro”, si legge nelle motivazioni della sentenza pubblicate il 17 aprile.


“Condizioni di trasporto impossibili poste in essere da un soggetto professionalmente attrezzato”

“In definitiva, pertanto, e tenuto conto che il prospettato viaggio da Reggio Emilia a Viterbo era stato fortunatamente interrotto poco oltre la metà dal fortuito intervento degli agenti della Polizia stradale, vi era piena consapevolezza da una parte, e palese disinteresse dall’altra, circa la totale incongruità delle condizioni di trasporto, cui la ricorrente si era comunque decisa per il proprio tornaconto economico, ovvero senza alcuna seria necessità per gli animali”, scrive la suprema corte.

E ancora: “Per completezza, in ogni caso, va altresì osservato che comunque la ricorrente, per distogliere la propria responsabilità, ha altresì sostenuto che i cani che aveva deciso di ‘salvare’ si trovavano in pessime condizioni generali. Va da sé che ancor più grave si presenta la condotta perseguita, atteso che le condizioni di trasporto impossibili sarebbero state deliberatamente imposte ad animali già in difficoltà, le cui condizioni ammalorate erano indubbie”.

“Tanto più – è la conclusione – che il comportamento era stato posto in essere da un soggetto professionalmente attrezzato, proprio per la sua attività commerciale, a comprendere e a rappresentarsi le esigenze e i bisogni degli stessi animali. Se pertanto il bene offeso è rappresentato dalla pietas nei riguardi degli animali, ossia da quel sentimento umano che induce alla ribellione nei confronti di coloro che incrudeliscono ovvero infliggono inutili sofferenze, tanto più nei riguardi dell’animale antropizzato per eccellenza come il cane, i provvedimenti di merito vanno sicuramente esenti da censura”.


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27 aprile, 2019

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