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Tribunale - Processo "Fire" - Il presunto boss nega tutto in aula, a partire dall'alias che lo collega alla nota famiglia della malavita organizzata romana

“Mi chiamano Claudio Casamonica, ma sono solo pippe mentali”

di Silvana Cortignani

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Tribunale - Da sinistra gli avvocati Fausto Barili e Mario Giraldi con Consiglio Di Guglielmo

Tribunale – Da sinistra gli avvocati Fausto Barili e Mario Giraldi con Consiglio Di Guglielmo

Viterbo - La conferenza stampa dell'operazione Birretta - Il pm Stefano d'Arma

Viterbo – Il pm Stefano d’Arma

Viterbo – “Mi chiamano Claudio Casamonica, ma sono solo pippe mentali”.

Così ha risposto Consiglio Di Guglielmo al pubblico ministero Stefano D’Arma che gli chiedeva perché lo chiamino Casamonica, dal momento che lui sostiene di non appartenere alla nota famiglia della malavita organizzata romana. A Viterbo avrebbe tentato il racket delle estorsioni e dell’usura.

“Non so perché mi chiamino Claudio Casamonica, io e i miei sette figli ci occupiamo di commercio. Sarà forse perché vivo nella stessa zona di Roma dove ci sono le abitazioni dei Casamonica, ma non siamo parenti”, ha ribadito l’uomo, 67 anni, del quale si disse che era meglio conosciuto come Claudio Casamonica, esponente del clan più potente della Capitale e noto alle cronache come “il boss di Ciampino”.

A Viterbo è imputato di tentata estorsione e usura nel processo scaturito dall’operazione Fire, in seguito alla quale fu arrestato nel febbraio 2008 con l’accusa di avere tentato di dare vita, nella Tuscia, a un’organizzazione specializzata nel racket delle estorsioni e nell’usura. Assieme a lui sono imputati davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei anche il figlio Sabatino Di Guglielmo e i viterbesi Raffaele Polleggioni e Adolfo Perazzoni.

Ieri Di Gugliemo alias Casamonica si è sottoposto all’esame chiesto dai difensori Fausto Barili e Mario Giraldi, mentre accusa e parte civile hanno rinunciato.

L’unica presunta vittima pronta a chiedere i danni  è Yuri Cortellesi, imprenditore edile quarantenne e cognato dell’imputato Polleggioni. Due mesi prima del blitz sfociato nell’arresto del 67enne, nel dicembre 2007, Cortellesi e Pollegioni erano stati a loro volta arrestati nell’operazione Bobcat con l’accusa d’estorsione, furto, usura e ricettazione. Fu proprio Cortellesi – successivamente assolto con formula piena per la vicenda Bobcat – a confidare ai pm D’Arma e Tucci, durante l’interrogatorio, di essere una vittima di un “Casamonica”, presentatogli da un cugino.


Di Guglielmo alias Casamonica si difende in aula

Nega tutto Consiglio Di Guglielmo. Dall’appartenenza al clan alle accuse che gli vengono rivolte.

“Pippe mentali”, ha detto in aula, salvo scusarsi per la frase forte. Ma il pm DìArma non l’ha presa male, anzi gli ha fatto molte domande, in sede di controesame, chiedendo ragguagli sulle “pippe mentali” indicate dall’imputato, ovvero, alias Casamonica a parte, intimidazioni e minacce di cui lo accusano le presunte vittime. 

A partire dalle taniche di benzina lasciate come avvertimento di fronte alla concessionaria di Matteo Leporatti, per farsi consegnare 160mila euro, che gli avrebbe dovuto un suo ex socio.

“Doveva 160mila euro a un certo Alfredo non a me – ha detto – io mi sono recato da Leporatti per comprare due Ferrari, per la mia rivendita di auto. L’ho cercato tanto, ma non so perché non me le ha volute vendere”. 

Polleggioni avrebbe fatto per lui, “male”, dei lavori al ristorante “Vecchia Quercia”, nel comprensorio civitonico, e poi, “peggio”, in una villa di Zagarolo.

“Alla fine mi ha restituito parte dei soldi che gli avevo dato pagando i lavori anticipatamente”, ha sostenuto.

Sempre Pollegioni gli avrebbe presentato il cognato Yuri Cortellesi.

“Gli ho comprato un camioncino ribaltabile per 5-6mila euro e poi gli ho venduto una Mercedes Classe A a rate, ma il primo assegno è andato subito protestato. E’ andata che la Mercedes se l’è presa un cugino, che era dipendente di mio figlio, e l’ha finita di pagare lui”, ha proseguito Di Consiglio.

Infine l’accusa di tentata usura nei confronti di un costruttore.

“Mi ha cercato lui per finire una lottizzazione. Gli dissi ‘che ci ho scritto, banca?’, poi gli proposi di partecipare con 50mila euro al completamento di un locale di 45 metri quadri da rivender a 120mila euro, dicendogli che 60mila sarebbero andati a lui e 60mila a me. Il giorno dopo ha detto no alla proposta e non ha mai preso il cavallo che gli aveva venduto mia figlia, e che era stato già ferrato e sellato”, ha concluso. 

Il processo, giunto alle ultime battute, riprenderà il prossimo 17 settembre. 

Silvana Cortignani

 


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17 aprile, 2019

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