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Per una cultura del rispetto contro ogni forma di violenza - Interviene Leonardo Filesi, professore di Ecologia all’Università Iuav di Venezia

Il rispetto per l’uomo e rispetto per l’ambiente non vanno disgiunti…

di Leonardo Filesi
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Leonardo Filesi

Leonardo Filesi

Viterbo – Cultura del rispetto non è solo un’enunciazione; è un edificio per costruire il quale occorrono tanti mattoni, che vorremmo raccogliere in questa rubrica.

La cultura del rispetto richiede coscienza della profonda e originaria dignità di ciascun essere umano.

Ma una sensibilità crescente nel mondo moderno, specie tra i giovani, va anche oltre; avverte che rispetto per l’uomo e rispetto per l’ambiente non possono essere disgiunti, percepisce che la natura (un sistema così complesso da non essere ancora pienamente conosciuto dall’uomo) non è qualcosa di separato dall’uomo, il quale è invece incluso in essa, in qualche modo parte di essa.

Come contributo a questa rubrica, ho chiesto pertanto a Leonardo Filesi, che da qualche decennio studia quel sistema complesso che è la natura ed insegna l’ecologia nell’università Iuav di Venezia, quanto e in che forma il rispetto per l’uomo e il rispetto per l’ambiente siano tra loro connessi.

La risposta è che forse nulla meglio dell’enciclica di papa Francesco “Laudato si’” del 2015, dedicata al rispetto dell’ambiente, può aiutarci a capirlo e che già San Francesco, attraverso il sentimento e valore fondativo della “fraternità”, abbracciava ogni creatura e ogni elemento in un vincolo di affetto, il quale porta a prendersi cura con amore di tutto ciò che esiste e a rinunciare “a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio”.

Antonio Tabacchi


“Buona sera”. Queste sono state le prime parole (pronunciate ormai sei anni fa) dell’attuale vescovo di Roma nel presentarsi al mondo.

La guida spirituale di tutti i cristiani cattolici del pianeta ci ha anche ricordato più volte quanto importanti siano, soprattutto all’interno della famiglia, per il suo armonioso progredire, parole come “grazie” e “scusa” dette per tempo e con sincerità d’animo.

Non è solo buona educazione, questi sono segnali tangibili di rispetto per gli altri. Pulirsi le scarpe, o meglio ancora toglierle, quando si entra in casa è un segno di rispetto verso gli altri componenti della famiglia e, soprattutto, verso chi poi pulirà. Non gettare cartacce per strada e non tuffarsi avidamente sul buffet di un pranzo in piedi sono messaggi di rispetto verso il prossimo. E cosa sono queste semplici attenzioni se non le basi di una buona ecologia: non sporcare (leggi: non inquinare), non abusare delle risorse (alimentari e non) del pianeta.

Ecologia significa proprio studio della casa. Molti libri di ecologia sono stati scritti ma quando Antonio mi ha invitato a scrivere qualcosa che trattasse di ambiente su questa rubrica, dopo un attimo di smarrimento, ho pensato subito a papa Francesco e al suo “Laudato si’” (Enciclica sulla cura della casa comune).

Dobbiamo renderci conto che stiamo nell’universo come su una navicella spaziale, ha detto (forse per primo) il fondatore dell’economia ambientale (Kenneth Boulding); e l’astronauta Samantha Cristoforetti, osservando il nostro pianeta da lassù, lo ha percepito meglio di noi: “Siamo tutti astronauti e facciamo parte dell’equipaggio di questa astronave terra”.

Dobbiamo riuscire a farci bastare le risorse rinnovabili se vogliamo avere un futuro. Autorevoli studiosi ci informano che, nell’anno appena trascorso, le risorse rinnovabili sono state sufficienti a sostenere le attività dell’umanità solo fino al 1° agosto (il cosiddetto Overshoot Day).

Papa Francesco parla di “casa comune” già nel sottotitolo dell’enciclica e forse è soltanto così, se ci rendiamo conto che abbiamo a disposizione solo questo piccolo pianeta, con un sottile strato di atmosfera, con quantità limitate di terre coltivabili e di acqua dolce, che potremo guardare in faccia il futuro senza far finta di non vedere i problemi ma con il solido ottimismo di chi sa che sta facendo la cosa giusta.

Quando ho ripreso in mano il libro per poter scrivere queste righe mi sono accorto di quanto spesso Papa Francesco citi il termine “ecologia integrale”.

Lui non si rivolge ai soli cattolici, ai soli cristiani, il suo messaggio è rivolto a tutti, credenti e non, e il suo linguaggio è piano, scorrevole, tipico di chi le idee ce le ha chiare. Ho avuto la fortuna di acquistare la versione del libro con la prefazione di Carlo Petrini, dichiaratamente non credente, che offre una guida alla lettura ricca di pathos e di riflessioni profonde e puntuali.

Una cosa in particolare mi è rimasta in mente della prefazione, come ad esempio una rivoluzione laica, relativamente recente, la Rivoluzione Francese, abbia professato valori universali ma come poi, rispetto a “libertà” e “uguaglianza”, la “fraternità” sia diventata con il tempo la sorella povera delle altre due. Papa Francesco quando parla di ecologia integrale pensa proprio ai diritti degli ultimi, smaschera le ipocrisie di alcuni approcci “green” solo per pochi.

Che senso ha parlare di ecologia se il sistema tecnocratico-finanziario che governa il mondo chiude gli occhi e induce tutti noi a fare altrettanto di fronte a persone che non hanno neanche accesso all’acqua potabile o ad una quantità di cibo sufficiente?

Nella sua enciclica papa Francesco esalta i contributi dei suoi predecessori sul trono di Pietro, del patriarca Bartolomeo, ci guida alla lettura delle sacre scritture in chiave ambientalista.

Non si limita a denunciare le cause che minacciano, e in parte hanno già fatto saltare, gli equilibri ecologici del pianeta. L’intera enciclica è fondata sulla ricerca dell’armonia, quello che un moderno ecologo, in maniera meno intuitiva, chiamerebbe forse approccio olistico.

L’armonia che ricerca papa Francesco è fondata sul rispetto verso i nostri consimili, soprattutto i più svantaggiati ma anche verso ogni forma di vita, anche quelle microscopiche.

Rispettare la biodiversità a tutti i livelli è un imperativo etico prima di essere la sintesi di un ragionamento logico fondato sull’importanza di ogni specie per l’equilibrio degli ecosistemi, alcune anche di utilità pratica (alimenti, principi attivi in farmacologia, ecc.). Se riusciamo però a vedere un’immagine del nostro Creatore in ogni vivente, in “sorella acqua” e in “fratello sole” si va oltre la logica e l’etica, diventa impossibile non amarli.

Molto altro c’è nell’enciclica “Laudato si’”, che invito tutti a leggere e anche a rileggere. All’inizio pensavo di riportare qualche passaggio ma poi mi sono accorto che sarebbero stati troppi. Un paragrafo però lo riporto integralmente perché meglio di altri, secondo me, ci fa capire lo spirito con cui è stata scritta e alcuni dei motivi che hanno indotto Jorge Mario Bergoglio a prendere il nome di Francesco.

Il papa ci ricorda che Francesco “è il santo patrono di tutti quelli che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia, amato anche da molti che non sono cristiani”, che “manifestò un’attenzione particolare verso la creazione di Dio e verso i più poveri e abbandonati”, che “amava ed era amato per la sua gioia, la sua dedizione generosa, il suo cuore universale”.

Ci ricorda che “era un mistico e un pellegrino che viveva con semplicità e in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso”. Che “in lui si riscontra fino a che punto sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore”.

Nel Paragrafo 11 aggiunge che “la sua testimonianza ci mostra anche che l’ecologia integrale richiede apertura verso categorie che trascendono il linguaggio delle scienze esatte o della biologia e ci collegano con l’essenza dell’umano.

Così come succede quando ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature. Egli entrava in comunicazione con tutto il creato e predicava persino ai fiori e “li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione”. La sua reazione era molto più che un apprezzamento intellettuale o un calcolo economico, perché per lui qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli d’affetto.

Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste. Il suo discepolo San Bonaventura narrava che lui, “considerando che tutte le cose hanno un’origine comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello e sorella”.

Questa convinzione non può essere disprezzata come un romanticismo irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento. Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati.

Viceversa, se ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. La povertà e l’austerità di San Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio”.

Per chiudere poi il paragrafo successivo con queste parole: “Il mondo è qualcosa di più di un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode”. Quindi ci dà una sintesi dell’enciclica nella “preghiera per la nostra terra” nell’ultimo paragrafo (246).

Noi non siamo santi e probabilmente nessuno di noi riuscirebbe a vivere come San Francesco, per scelta e con gioia. Il suo insegnamento però dobbiamo tenerlo ben presente. In un contesto internazionale nel quale gli amministratori delegati di alcune multinazionali hanno più potere di tanti capi di stato, correggere alcuni nostri comportamenti non basterà a salvare il pianeta (o l’umanità che lo abita) ma potrà contribuire a far progredire un diverso modo di pensare, una rivoluzione in cui vorremmo finalmente rivendicare la “sorella povera”, la fraternità nei confronti dei meno fortunati e delle nuove generazioni. In compagnia di Papa Francesco e della piccola Greta ci sentiremo meno soli.

Leonardo Filesi
Professore di Ecologia e Botanica presso l’Università Iuav di Venezia


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16 aprile, 2019

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