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Viterbo - Omicidio a Mammagialla - Nel racconto di Elena Andreoli, volontaria della Croce Rossa, la vita di Giovanni Delfino: "Poteva scontare la pena ai domiciliari, ma non aveva una casa. In prigione per riavere dignità, era una persona fragile"

“Aveva scelto lui di andare in carcere, per levarsi dalla strada e avere un tetto sulla testa”

di Raffaele Strocchia
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Giovanni Delfino

Giovanni Delfino

Viterbo - Il carcere Mammagialla

Viterbo – Il carcere Mammagialla

Elena Andreoli

Elena Andreoli

Viterbo – “Aveva scelto lui di andare in carcere. Avrebbe potuto non entrarci, ma non aveva una casa. Voleva levarsi dalla strada, avere del cibo caldo e un tetto sulla testa. Aveva scelto di andare in prigione per riacquistare un minimo di dignità, ma che destino che si è segnato…”. Elena Andreoli, volontaria della Croce Rossa di Viterbo, è stata l’angelo custode di Giovanni Delfino, il detenuto di 61 anni ucciso a colpi di sgabello dal compagno di cella. Per la Cri, Andreoli si occupa dei senzatetto. Come Giovanni che, interrotti i rapporti con la famiglia, non aveva più una casa. Dormiva per strada e, quando gli andava bene, da dei conoscenti. Senza un lavoro, chiedeva l’elemosina, andava a mangiare alla Caritas e frequentava il Sert. Giovanni era un povero, un emarginato, uno degli ultimi.

“L’ho conosciuto nell’inverno del 2016, quando già viveva per strada – racconta Andreoli -. Tra le gradinate davanti ai resti della chiesa delle Fortezze, accanto al parcheggio di porta Romana, e porta San Leonardo, vicino alla Caritas. Era una persona fragile, tranquilla e rispettosa. Non creava problemi né dava fastidio. Anzi, era spesso vittima di aggressioni. Più di una volta l’ho dovuto accompagnare al pronto soccorso perché era stato picchiato. A porta Romana lo andavo a trovare tutti i pomeriggi. Gli portavo coperte, scarpe e vestiti. Parlavamo molto. Ogni giorno, finché non è entrato in carcere”.

Giovanni era a Mammagialla da fine agosto. Doveva scontare circa un anno e mezzo per tre vecchi reati. “Poteva espiare la pena ai domiciliari, ma non aveva una casa, o con i lavori socialmente utili – sottolinea Andreoli -. Ma ha scelto di andare in prigione per stare al caldo. Dormiva nell’ex pub di valle Faul o in un sottoscala al Carmine. Al freddo, in un angolino. È stato in tuguri peggiori della strada, e così ha scelto di entrare in carcere per riprendersi un po’”.

Questa vita lo ha provato psicologicamente e fisicamente. Giovanni soffriva di diabete ed era claudicante. “Era invalido al 100% – continua Andreoli -. Zoppicava ed era malato. Non aveva forza fisica. Le notti d’inverno le trascorreva nella stazione di porta Romana e spesso capitava che tra gli altri senzatetto si scaldassero gli animi, ma lui si alzava e se ne andava. Sempre, non ne voleva proprio sapere. A 60 anni voleva solo fare una vita il più normale possibile, per potersi riavvicinare almeno al figlio. Giovanni beveva, ma al Sert era riuscito a disintossicarsi”.

Andreoli ripercorre tutta la vita di Giovanni. “Si era sposato giovane e dal matrimonio è nato un figlio. Vivevano al Carmine. Poi la separazione con la moglie e la relazione con un altra donna. Si arrangiavano, lui faceva qualche lavoretto ed erano riusciti a prendere una casa in affitto. Dopo la morte della compagna, è caduto in depressione e in miseria. Da solo non ce l’ha più fatta e ha iniziato a vivere per strada. Prendeva 300 euro di pensione di invalidità, e non riusciva a pagare l’affitto. Beveva, e la sua famiglia era disperata. La madre, il fratello e la sorella ne soffrivano. Avrebbero voluto accoglierlo, ma non si fidavano più di lui. Del fratello e della sorella aveva grande stima, e sapeva che la colpa dell’allontanamento era soltanto la sua perché beveva. Per anni non ha visto neppure il figlio, che è una bella persona. Fa il militare a Roma. Si sono rincontrati un anno fa, quando Giovanni ha divorziato dalla moglie. Si è sempre vergognato di andare a trovare il figlio in quelle condizioni, eppure il ragazzo è stato molto contento di rivederlo. Si era offerto di ospitarlo a Roma e di prendergli una stanza, ma poi Giovanni è andato in carcere”.

Mentre racconta, Andreoli si commuove. “La notizia della sua morte – conclude – mi ha addolorata. Sto male, ma sono anche molto arrabbiata. Per la fine che ha fatto a Mammagialla e perché non sono riuscita a dargli una casa. Ho fatto di tutto, ma le istituzioni non mi hanno aiutata. Per Giovanni non c’è mai stata una casa popolare, né una piccola camera”.

Raffaele Strocchia


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2 aprile, 2019

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