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Operazione Erostrato - I giudici del riesame confermano l'impianto accusatorio sfociato nei 13 arresti di gennaio

“Un’associazione di stampo mafioso tutta viterbese capeggiata da Giuseppe Trovato”

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Mafia a Viterbo - Giuseppe Trovato

Mafia a Viterbo – Giuseppe Trovato

Mafia a Viterbo - Ismail Rebeshi

Mafia a Viterbo – Ismail Rebeshi

Viterbo – (sil.co.) – “Minchia avete fatto una bella fusione, calabresi e albanesi, la meglio fusione che c’è in tutto il mondo”.  

In una frase intercettata dagli investigatori il senso del presunto sodalizio criminale di stampo mafioso sgominato a Viterbo con i tredici arresti chiesti dalla Dda di Roma, scattati nel blitz dell’operazione Erostrato messa a segno lo scorso 25 gennaio.

Per il tribunale del riesame, cui una decina di indagati hanno fatto invano ricorso per ottenere una revoca o un alleggerimento della misura di custodia cautelare, “sussistono il reato associativo e il metodo mafioso”. Resta in piedi l’impianto accusatorio. Adesso le difese hanno tempo dieci giorni dal deposito delle motivazioni di lunedì 8 aprile per decidere se ricorrere in Cassazione. 

Modus operandi, struttura gerarchica e solidarietà reciproca, per i giudici capitolini, sono tipici della struttura associativa.

Il presunto boss Giuseppe “Peppino” Trovato, in particolare, “imita le metodologie mafiose della ‘ndrangheta, della quale esporta il know how, tanto che nella città di Viterbo viene comunemente chiamato ‘il calabrese’ e ritenuto appartenente della ‘ndrangheta. Ciononostante non può considerarsi l’associazione viterbse una cellula della ‘ndrangheta calabrese”.

“Rebeshi, a sua volta, presso le comunità albanesi e romene stanziate a Viterbo ha fama di essere un boss posto al vertice di un sodalizio composto da soggetti albanesi particolarmente violenti”.

“Comunque sta banda me piace de più, perché è piccola e aggressiva, noi siamo più piccoli e aggressivi ancora”, dice Trovato a Spartak Patozi, vantandosi dell’aggressività del sodalizio. 


Un preciso ordine gerarchico

Nell’organizzazione c’è, anche secondo il riesame, un preciso ordine gerarchico. “E’ di immediata evidenza – si legge nelle motivazioni – che il personaggio principale della vicenda è Giuseppe Trovato, al quale l’accusa attribuisce il ruolo di capo e organizzatore di un’associazione a delinquere di stampo mafioso operante a Viterbo”. “Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi ricoprono il ruolo di promotori e organizzatori, assumono le decisioni strategiche del gruppo, predispongono la struttura operativa per il raggiungimento degli scopi sociali, individuano le vittime e le modalità con  le quali eseguire gli atti intimidatori, oltre ad attribuire, con la loro caratura e fama criminale, una ulteriore forza intimidatrice al sodalizio”

“Il vincolo associativo è in alcuni casi rafforzato da consolidati rapporti di amicizia. Trovato, Gurguri e Dervishi hanno trascorso insieme le vacanze in Albania, così come nel passato Trovato e Rebeshi. Spartak Patozi accompagna Trovato, più volte, in Calabria, anche per l’incontro con prossimi congiunti collegati alla ‘ndrangheta. Rebeshi e Laezza si ritrovano quasi quotidianamente, così come Trovato e Forieri. La dipendente Martina Guadagno è confidente e consigliere di fiduciadi Trovato per ciò che concerne le azioni estorsive ai danni dei commercianti di compro oro. Trovato e Fouzia Oufir sono legati da un vincolo sentimentale”.


Scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso

“L’associazione in disamina – proseguono i giudici capitolini – non è evidentemente riconducibile alle associazioni ‘mafiose’ tradizionali, tipiche dell’Italia meridionale, quali mafia, camorra e ‘ndrangheta, tuttavia si ritiene che possa inquadrarsi nello schema normativo di cui all’articolo 416 bis, in forza delle elaborazioni interpretative che, nel tempo, ne hanno ridisegnato la portata incriminatrice, nella crescente consapevolezza dell’espansione delle mafie in diverse zone dell’Italia settentrionale, come Lombardia, Liguria, Piemonte ed Emilia Romagna, che tradizionalmente erano ritenute immuni da questo fenomeno criminale, per lungo tempo considerate espressione di ‘cultura meridionale’.  La stessa norma prevede ora chiaramente la riconducibilità all’associazione di stampo mafioso anche di altre associazioni, comunque, localmente denominate, anche straniere, che avvalendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso”.

Per il tribunale della libertà, gli elementi indiziari raccolti, soprattutto attraverso le intercettazioni telefoniche e ambientali: “Offrono un quadro chiaro di questa organizzazione della quale Giuseppe Trovato è il capo, l’organizzatore e riconosciuto punto di riferimento degli altri sodali. La natura dei rapporti tra Trovato e i sodali emerge in maniera chiara dalla lettura delle numerosissime captazioni e non lascia dubbi, da una parte, sul fatto che si tratti di rapporti criminali e, dall’altra, sul fatto che all’interno della struttura organizzativa vi sia una relazione gerarchica”.

“Trovato si avvale della collaborazione di Ismail Rebeshi, dell’apporto dinamico di Sokol Dervishi e dei fratelli Spartak e Shkelzen Patozi, tutte persone aduse alla violenza, inseparabili compagni di ‘avventure delittuose’, veri strumenti di brutale intimidazione, tutti dediti a eseguire gli ordini impostigli per conseguire gli scopi del sodalizio”, si legge ancora. 


Un’unica strategia criminale

“Tutti gli episodi criminosi – sottolineano i giudici del riesame – sono riconducibili a un’unica strategia criminale, promossa da Giuseppe Trovato, calabrese trapiantato nel Viterbese da quasi quindici anni, il quale agisce, dapprima, alo scopo di assumere e mantenere il controllo delle attività economiche di compro oro del Viterbese, poi , anche attraverso l’associazione con la frangia calabrese, allarga i suoi obiettivi, puntando al controllo di tutte le attività economiche del Viterbese e da ultimo anche ad accaparrarsi il controllo dello spaccio di stupefacenti“.

“Giuseppe Trovato mutua i comportamenti e il modus operandi della ‘ndrangheta calabrese, di cui ben conosce le dinamiche. Emerge, infatti, che ha legami con esponenti mafiosi calabresi, tant’è che più volte si fregia di detti collegamenti, non facendosi remore nell’ostentare le proprie origini, come quando dice al sodale Spartak Patozi ‘come arriviamo noi si devono mettere i pannolini, noi siamo appoggiati dai boss della ‘ndrangheta’. Trovato appartiene a una famiglia della ‘ndrangheta originaria di Lamezia Terme, storicamente intranea al ben noto clan Giampà, con cui ha continuato a mantenere solidi rapporti anche nel corso degli ultimi anni, sovvenzionando la carcerazione di alcuni esponenti della cosca e favorendo la latitanza di altri, anche sul territorio laziale”. 


Gli indagati

1. TROVATO Giuseppe, detto “Peppino”, 43enne originario di Lamezia Terme, da anni trasferitosi a Viterbo, dove gestisce tre Compro oro, con un ruolo di vertice nell’associazione smantellata;

2. REBESHI Ismail, detto “Ermal”, cittadino albanese di 36 anni, domiciliato a Viterbo, dove gestisce una rivendita di autovetture ed un locale notturno, anche questo con ruolo di vertice nel sodalizio;

3. PATOZI Spartak, detto “Ricmond”, cittadino albanese di 31 anni, residente a Vitorchiano, operaio, partecipe dell’associazione;

4. DERVISHI Sokol, detto “Codino”, cittadino albanese di 33 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

5. GURGURI Gazmir, detto “Gas”, cittadino albanese di 35 anni, residente a Canepina, operaio, partecipe dell’associazione;

6. LAEZZA Gabriele, detto “Gamberone”, 31enne, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

7. OUFIR Fouzia, detta “Sofia”, cittadina marocchina di 34 anni, residente a Viterbo, compagna e dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

8. GUADAGNO Martina, 31enne residente a Viterbo, dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

9. FORIERI Luigi, detto “Gigi”, 51enne residente a Caprarola, titolare di un bar, partecipe dell’associazione;

10. PATOZI Shkelzen, detto “Zen”, cittadino albanese di 34 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

11. PAVEL Ionel, cittadino romeno di 35 anni, concorrente in alcuni delitti-fine;

12. PECCI Manuel, 29enne residente a Viterbo, titolare di un centro estetico, concorrente in un delitto-fine;

13. ERASMI Emanuele, 50enne residente a Viterbo, artigiano, concorrente in un delitto-fine.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


Multimedia: Fotocronaca: Mafia a Viterbo – I tredici arrestati – Operazione Erostrato, gli arrestati – Scacco alla Mafia nel Viterbese – Video: Prestipino e Palma spiegano come agiva l’organizzazione mafiosa – 13 arresti per associazione a delinquere di stampo mafioso – Scacco alla Mafia nel Viterbese


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10 aprile, 2019

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