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Ricordi - Una delle figure più tipiche della Viterbo che non c’è più

Armidoro, aveva la gobba e portava fortuna…

di Vincenzo Ceniti

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Viterbo - Armidoro alias Almidoro Costantini

Viterbo – Armidoro alias Almidoro Costantini

Armidoro

Armidoro

Viterbo – “Lavoro in cartoname”. Così rispondeva a chi gli chiedeva quale fosse la sua attività. E già abbiamo un’idea del personaggio che andiamo a raccontare.

Un ometto mite, furbastro e credulone, fisicamente gobbo.

E’ “Armidoro” (rigorosamente con “r”) alias Almidoro Costantini, classe 1884, figlio di Michele e Nazzarena Minissi, abitante a Viterbo in via del Suffragio 16, in un mini appartamento oggi abitato da extra-comunitari.

Simpatico, amicone, semi analfabeta, ben voluto da tutti e soprattutto portafortuna, apparteneva a quella schiera di icone che in vari anni del Novecento hanno segnato, loro malgrado e a loro insaputa, la favola della città.

A memoria ne ricordiamo altre il conte Pela, la Caterinaccia, Alfio, Pizzeccacio, Peppe Tramontana, Peppe l’Oca, Schiggino. Ma ce ne sarebbero molte ancora. Tutti catalogate in quell’inverosimile albo cui ancora ci aggrappiamo alla ricerca di identità .

Dunque “Armidoro”. Aveva un bottega in via Garibaldi e sbarcava il lunario costruendo piccoli oggetti in legno, sughero, carta e cartone: lampioncini con la candela, girelli, banderuole, aquiloni , casette per il presepio, che vendeva su una improvvisata bancarella agli angoli delle vie e delle piazzette della città, attirando la gente con una vocetta ritmata da una cantilena imitata da molti in quella Viterbo ante guerra sonnolenta ancora rinchiusa nelle mura castellane.

Aveva sempre un caffè pagato quando entrava da Schenardi, Quasi sempre ci pensava Checco Marcucci buontempone di spirito e di lignaggio, che si divertiva (insieme ad altri) a fare scherzi e sorprese al povero “Armidoro”, oggi severamente punibili per stalking. Sentite questa.

Marcucci lo invitò d’estate ad una merenda insieme ad un gruppo di amici nel suo villino al Respoglio presso La Quecia. Il tavolo era stato allestito dentro la lega, ovviamente senza acqua. Motivo? Lì si sarebbe stati più freschi data la gran calura.

Dopo aver mangiato e bevuto, ad un cenno prestabilito venne fatto aprire il bocchettone dell’acqua che ben presto riempì la vasca coinvolgendo solo “Armidoro”, dal momento che gli altri, più lesti e precedentemente informati, saltarono agilmente sui bordi.

Dirà “Me l’ete fatta arimpone‘sta merenna, era mejo che stavo diggiuno!”. Sempre Checco Marcucci lo invito in campagna a cogliere l’uva. Due carabinieri, precedentemente allertati, lo colsero in fragrante. Lui si difese dicendo che aveva avuto il permesso del padrone il quale subito interpellato negò e intimò agli agenti di portarlo in galera. Poi tutto finì in una risata. Ma “Armidoro” ebbe tanta paura.

Un mio prozio, Alfredo Fortini mi raccontava, come si fa con le favole, che invitava spesso a cena “Armidoro” per quattro chiacchiere in allegria ed anche per stare in pace con la scaramanzia. Lui lo sapeva che il merito andava alla gobba, ma non se ne faceva un problema anche perché a tavola si trovava a suo agio. Tanto era l’affetto per lui, che il sor Alfredo realizzò una statuina di gesso a sua somiglianza che ho avuto modo di vedere e fotografare a casa di Ruggero Fortini (figlio di Alfredo) nel 1994. Quella statuina stette per qualche tempo in una nicchia del Caffè Schenardi di Viterbo.

Ma c’erano altri che si contendevano la sua amicizia. Ad esempio i marchesi Afan De Rivera Costaguti, signori di Roccalvecce che gli affidavano alcuni lavori di fiducia come quello di tenere sempre accesi i lumini a cera davanti all’immagine del SS. Salvatore in via Cesare Dobici presso il ponte Tremoli.

A Carnevale, per passare inosservato ed anche per burla si mascherava nei modi più strani, ma subito gli amici gli appiccicavano un foglio alle spalle con il suo nome. Non ci voleva molto per riconoscerlo date la bassa statura e la gobba. E “Armidoro” incredulo si lamentava “Ma come fanno a riconoscermi?” Ho inteso dire che anche Pietro Ronchini si approfittò di lui per uno scherzo.

A casa di Fortini (che in quegli anni abitava in via Orologio Vecchio a Viterbo) finsero di chiamarlo al telefono dicendogli delle cose che lo terrorizzarono tipo “State attento a chi incontrate per strada”, Dalla paura se ne stette rintanato a casa per alcuni giorni.

Ma c’è dell’altro. “Armidoro” simpatizzava per il Fascismo e qualcuno disse che avrebbe partecipato alla marcia su Roma. In realtà assumeva talvolta atteggiamenti da squadrista che ostentava tenendo in mano un frustino. La sua figura veniva tollerata dai camerati che mal sopportavano però un “collega” con quel fisico. In occasione delle adunate a Roma, si metteva la camicia nera e accompagnava i camerati alla stazione. “Annate, annate – diceva loro – che qui a Viterbo ci penso io”. Altro scherzo.

Questa volta da parte di Righetto, una montagna di muscoli e comunista di ferro. “Armidoro” osò colpirlo col frustino nel sedere. Righetto lo attese presso il ponte Tremoli, lo afferrò per le caviglie e lo tenne a testa in giù.

Il poveretto dalla paura se la fece sotto e giurò che avrebbe lasciato in pace i comunisti. Morì il 4 marzo 1939 di broncopolmonite. Venne sepolto a terra nel campo comune del cimitero di San Lazzaro a Viterbo (riquadro R). I suoi resti vennero rimossi dopo la seconda guerra mondiale per confluire nell’ossario comunale. Oggi non possiamo neanche andarlo a trovare. 

Vincenzo Ceniti


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20 maggio, 2019

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