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La grande politica

De Michelis l’onto, ma sotto la chioma grande intelligenza

di Renzo Trappolini

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Renzo Trappolini e Gianni De Michelis

Renzo Trappolini e Gianni De Michelis

Gianni De Michelis

Gianni De Michelis

Viterbo – Nella prima repubblica c’erano due teste lucide.

Giovanni Galloni ispiratore di molta sinistra Dc e anche calvo e Gianni De Michelis, l’ex ministro socialista morto nei giorni scorsi che in testa, oltre alle idee, di capelli ne aveva e tanti.

Gli scendevano imboccoliti fino alle spalle dando all’accento ed al garbo galante di veneziano un che di allegro e ballerino che, anche plasticamente, mostrava la mutazione genetica in corso del Partito socialista di Craxi. Così diverso da quello del vecchio Pietro Nenni, il capostipite, che per entrare nella stanza dei bottoni del governo dovette comprarsi vestiti nuovi, perché non era istituzionale varcare il portone di Palazzo Chigi con quel suo antico e liso cappotto.

A Bettino Craxi che si ispirava a Garibaldi, ricordò di essere il suo Cavour e gli predisse la fine del comunismo dieci anni prima che il muro di Berlino crollasse e con esso, a catena, i regimi comunisti.

Deputato dal 1976 al 1994 e ministro per dieci anni (da titolare degli esteri nel governo Andreotti firmò con Guido Carli il trattato di Maastricht che cambiò l’Europa e portò all’euro) testimoniava l’aggiornamento del sol dell’avvenire socialista dimorando al Plaza, il grand hotel di via del corso a Roma e frequentando fino all’alba le migliori discoteche nella capitale e altrove, tanto da scrivere una guida per nottambuli di vita “Dove andiamo a ballare stasera?” e gli ambasciatori che preparavano le sue visite nelle capitali del mondo sapevano di non dover omettere qualche buon indirizzo ballabile.

Erano gli anni del boom economico craxiano ma anche del taglio della scala mobile per limitare l’adeguamento dei salari all’aumento dei prezzi. Mossa più confindustriale che socialista, ma il capitale aveva preso la sua rivincita sul proletariato e le leggi del mercato venivano guardate con buona predisposizione anche dai socialisti. E non solo.

Di quelle leggi e di prudente realismo economico Gianni De Michelis si fece interprete quel “martedì nero di Bagnoli” del 1981, il 23 novembre, quando, da ministro delle partecipazioni statali, affrontò un’assemblea di duemila lavoratori per convincerli a spegnere un altoforno e andare in cassa integrazione per la crisi dell’acciaio che lì si produceva e le nuove regole e prospettive dell’economia mondiale. Ce ne parlò qualche giorno dopo a pranzo.

Assistevo all’epoca il presidente della Bnl Nerio Nesi socialista come lui e ricordo l’impressione che fece, a me giovane democristiano, ascoltare appunto da un socialista parole che mostravano il coraggio di percorrere strade sicuramente diverse dal passato per lo sviluppo del paese e il benessere dei lavoratori.

Lo avevo già conosciuto nel marzo dello stesso anno a Bologna. quando fu costituita Nomisma la società di studi che Nesi aveva voluto e che Romano Prodi allora consulente della Banca fu chiamato a dirigere.

Ci aspettavamo tutti un paludato discorso ministeriale. Invece, De Michelis, saltando ogni preambolo, mise le mani nel piatto dell’attività bancaria, accusando le banche – la maggior parte delle quali erano dello Stato e alcune tra le più importanti controllate dal suo ministero – di ostacolare negli sportelli la vendita dei titoli pubblici, proprio quando la politica economica espansiva del governo richiedeva più capitali in prestito da ripagare con bot, btp, cct e simili.

Parlò senza arroganza, con garbo ma da governante e le banche ubbidirono. O meglio si adeguarono. E pure il debito pubblico.

Altri tempi, due repubbliche fa. In mezzo tangentopoli, Hammamet, avvisi di garanzia, archiviazioni, patteggiamenti e la fuga nelle calli della sua Venezia con i concittadini prima sudditi del Doge, lui, che gridavano “Ciapalo, ciapalo! Onto !”. Unto anche per via dei capelli, sotto i quali, però, fino all’ultimo ha lavorato una intelligenza non comune.

Renzo Trappolini


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14 maggio, 2019

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