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La donna stuprata: “Li spingevo via, ma hanno infilato le mani sotto la maglia e nei pantaloni…”

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Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi [3]

Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi

L'Old Manners [4]

L’Old Manners

Viterbo - L'arresto di Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi di Casapound [5]

Viterbo – L’arresto di Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi di Casapound

Viterbo - L'arresto di Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi di CasaPound [6]

Viterbo – L’arresto di Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi di CasaPound

Viterbo – “Mi abbracciava e mi baciava sulla bocca. Contemporaneamente mi toccava il seno e il sedere. Io lo spingevo lontano da me”. Inizia da qui il racconto del presunto stupro che la 36enne ha fatto agli investigatori. È all’Old Manners, la taverna di piazza Sallupara che sul sito di CasaPound compare pure nell’elenco delle sedi del partito neofascista. Ci è arrivata con Francesco Chiricozzi, 19 anni, consigliere comunale di CasaPound a Vallerano, e il militante 21enne Riccardo Licci, conosciuti la sera dell’11 aprile al Toto’s Pub. La giovane donna, bevuta una birra, stava mangiando una pizza quando i due ragazzi, ora in carcere per violenza sessuale di gruppo e lesioni, le si avvicinano. Quattro chiacchiere e, con la scusa di “continuare a bere gratuitamente”, la fanno salire in auto e la portano all’Old Manners. Un amaro a testa e, “con il pretesto di mostrarle il locale”, Chiricozzi, “seguito dall’amico”, la porta “nel seminterrato” della taverna. È qui che Licci avrebbe iniziato a molestarla.

“Mi abbracciava e mi baciava sulla bocca – ha raccontato la 36enne agli investigatori -. Contemporaneamente mi toccava il seno e il sedere. Io lo spingevo lontano da me”. La donna riesce a divincolarsi e a raggiungere il piano superiore, ma Chiricozzi la blocca. “Dai, non fare così, divertiamoci un po’”, le dice mentre le palpa il fondoschiena. “Si è avvicinato a me – prosegue la vittima – continuando a toccarmi il sedere, il seno, infilando la mano sotto la maglietta, e la vagina da sopra i pantaloni. Cercando di infilare la sua mano dentro i miei pantaloni”.

La 36enne continua a sottrarsi, ma “l’ennesimo rifiuto” provoca la “repentina reazione” di Chiricozzi, che le sferra “un violento pugno sull’occhio sinistro”. Per la donna è “blackout”. Da quel momento in poi non ricorderà più nulla. “Non sa spiegare – scrive il gip Rita Cialoni nell’ordinanza d’arresto – neppure come sia tornata a casa, dove il mattino seguente si è svegliata completamente vestita e dolorante”.  La corsa al pronto soccorso dell’ospedale di Belcolle. Sette giorni di prognosi per “contusioni multiple da riferita aggressione”, “tumefazioni”, “ecchimosi” e “abrasioni”. Nel referto i medici riportano anche le continue “crisi di piano” della 36enne, per poi allertare le forze dell’ordine perché avrebbero davanti “verosimilmente una vittima di violenza sessuale”.

Le indagini dei poliziotti della squadra mobile e della Digos si concentrano subito su Licci e Chiricozzi, che la 36enne riconosce grazie all’album fotografico che gli agenti hanno dei giovani dell’estrema destra viterbese. Ai due vengono sequestrati i cellulari, e nel Samsung di Licci, nella cartella denominata “privato”, gli investigatori trovano quattro immagini e altrettanti video che raccontano ciò che la donna non ricorda. Sono l’elemento fondamentale del “gravissimo quadro indiziario” a carico degli indagati. Ma quelle foto e quei filmati sono finiti pure nelle chat di Whatsapp “Gruppo Bazzi” e “Gruppo Blocco Studentesco”, l’associazione neofascista in cui è iniziata la militanza di Licci e Chiricozzi. “Cancellate i messaggi. Regà, cancellate la chat che sto giro so’ cazzi pe’ tutti sennò”. “Cancellare obbligatoriamente la chat. Sia chiaro, obbligatoriamente”. “Ricca’, leva tutti i video e tutte le foto di quella di ieri sera. Ci so’ le guardie al pub, di corsa”. “Fai l’hard reset del telefono”.  Il giorno dopo il presunto stupro, su Whatsapp impazzano i messaggi degli amici. Ma anche del padre di Licci, Roberto, assicuratore di 54 anni, pure lui vicino a Casapound. “Riccardo, butta il cellulare. Subito”, scrive l’uomo, che al Corriere della Sera dice: “Non ho ricevuto né guardato quei video e quelle foto. Io non sapevo con precisione di cosa si trattasse. È vero che gli ho scritto di gettare via tutto, ma credo di essermi comportato da padre. Ho commesso un reato con quel consiglio? Non credo proprio. Sono suo papà, cercavo solo di pensare a lui”. Poi continua: “La verità deve ancora venire fuori e, ora come ora, non sappiamo qual è. Saranno gli inquirenti a doverla accertare. C’è un’indagine in corso e ci affidiamo a loro”.

Descrivere le scene dei filmati trovati in quel cellulare è difficilissimo. Il gip le definisce “aberranti immagini di una violenza sessuale di gruppo”, che, “al chiaro scopo di schernire ulteriormente la malcapitata, esibendo come fosse un trofeo un tale scempio, erano state condivise con altre persone, tra cui il padre di Licci, che si sono preoccupati solo di sollecitare l’immediata eliminazione delle immagini ritraenti la brutale violenza”.

Per il giudice, Licci e Chiricozzi avrebbero “approfittato della totale incapacità di reazione” della donna, “essendo riversa a terra in uno stato di totale incoscienza, e avrebbero “abusato delle sue condizioni di inferiorità fisica e psichica”. Le foto “ritraggono la vittima inerme e apparentemente priva di sensi. Completamente nuda e sdraiata sul pavimento in posizione fetale, ovvero supina con una mano sulla bocca”. I video, invece, mostrano i “reiterati abusi sessuali degli indagati con atteggiamento sprezzante oltre che beffardo, intercalato da insulti e minacce. Nel mentre la 36enne, alla quale venivano fatte assumere di volta in volta posizioni diverse, versava visibilmente in uno stato di semicoscienza, emettendo solo flebili lamenti. Con voce sfinita esortava i due a porre fine alle violenze, consistite in ripetute penetrazioni vaginali e violente masturbazioni, inflitte alla giovane donna ormai priva di alcuna valida capacità reattiva”.

Nei filmati, tra i lamenti della donna, si sente Licci dire: “Oh (bestemmia), t’ammazzo, ha’ capito? (bestemmia)”. Chiricozzi, invece, dopo essersi rammaricato per la scarsa qualità delle immagini (“Cazzo, nun se vede gnente”), esclama: “Zitta troia”.

Nelle dieci pagine che hanno fatto finire in carcere Licci e Chiricozzi, il giudice scrive: “Gli abusi sono stati commessi nella contemporanea e fattiva azione alternata degli indagati, allo scopo di soddisfare i loro insani impulsi sessuali. Gli abusi sono frutto di un discontrollo degli impulsi e dell’assenza di freni inibitori, avendo perseverato nei loro propositi nonostante lo stato di semicoscienza in cui versava la vittima. D’altro canto la successiva condivisione delle immagini e dei filmati della violenza, sintomatica del compiacimento manifestato dagli indagati, fornisce un sicuro riscontro dell’assoluta assenza di resipiscenza”. Il gip più volte sottolinea “l’assoluta incapacità di autocontrollo dimostrata dagli indagati, nonché la totale indifferenza palesata nel divulgare le immagini relative agli abusi”.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


Video: Gli avvocati:  “Per i ragazzi il rapporto era consensuale” [7] – Il procuratore capo Auriemma: “Solidi elementi di prova” [8] – Violenza di gruppo, l’arresto dei due giovani [9] – Violenza di gruppo, l’arresto dei due giovani [9]


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