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Stupro di gruppo, Chiricozzi e Licci restano in carcere

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Viterbo - L'arresto di Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi di CasaPound [3]

Viterbo – L’arresto di Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi di CasaPound

Viterbo - L'arresto di Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi di Casapound [4]

Viterbo – L’arresto di Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi di Casapound

Viterbo – Chiricozzi e Licci restano in carcere. Non gli è bastato dire che “lei ci stava”. Nè indicare agli investigatori i “quattro amici al pub” che sarebbero pronti a testimonarlo. Nè sventolare referti da cui “non risultano lesioni vaginali”. Nè spiegare i lividi sul corpo della vittima con l’avere fatto sesso spinto sul pavimento dell’Old Manners Tavern di piazza Sallupara.

Il gip Rita Cialoni ha detto no agli arresti domiciliari.

Francesco Chiricozzi e Riccardo Licci, 19 e 21 anni, estremisti di destra, neofascisti e militanti di Casapound fino alla cacciata in tronco dal movimento che ha fatto seguito all’arresto del 29 aprile, restano dietro le sbarre. A fare i conti in cella, nel sovraffollato carcere di Mammagialla, con le pesantissime accuse di lesioni personali aggravate e violenza sessuale di gruppo aggravata dalla minorata difesa della vittima.

Sono passate nel frattempo poco più di due settimane dallla notte tra l’11 e il 12 aprile, dal “dai, divertiamoci un po’” detto a una donna inerme allo “sto giro so’ cazzi per tutti” in chat.


“Insani impulsi sessuali”

“Insani impulsi sessuali”, per il giudice Cialoni, che nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere parla di “palesi condizioni di inferiorità psico-fisica” della vittima e di “gravissimo quadro indiziario di colpevolezza” a carico dei due indagati.

E adesso, dopo il parere negativo della procura, anche il tribunale di Viterbo ha detto no ai domiciliari.  Domiciliari che Sono stati chiesti al termine  degli interrogatori di garanzia di martedì davanti alla pm Eliana Dolce e alla gip Rita Cialoni. Alle due magistrate entrambi hanno giurato e spergiurato di essere convinti che la 36enne fosse consenziente. Ora bisognerà vedere se i difensori Marco Valerio Mazzatosta, Domenico Gorziglia e Giovanni Labate decideranno di ricorrere al riesame.

Non hanno confessato. Non si sono scusati. Non hanno pianto. Nelle oltre due ore di interrogatorio, Chiricozzi e Licci avrebbero anche provato a fornire una diversa lettura del video-trofeo condiviso in chat che li inchioda.

Una prova schiacciante, secondo l’accusa, quel video di sette minuti, definito nelle dieci pagine dell’ordinanza del gip Cialoni “raccapricciante” per la crudezza e la ferocia delle immagini di “reiterati abusi sessuali”. Le “inaudite violenze” sarebbero andate avanti oltre tre ore, mentre la 36enne era stordita da un mix di alcol e ansiolitici.


“Meno male che l’hanno filmata”

“Meno male che l’hanno filmata, altrimenti rischiava di non essere creduta”, lo sta ripetendo da giorni, come un mantra, l’avvocato Franco Taurchini, che assiste la 36enne.

Che c’erano quattro foto e tre filmati negli smartphone degli aguzzini, la donna lo ha saputo dalla polizia. Così come solo dopo il sequestro dei telefonini ha saputo cosa le hanno fatto: violenze, abusi, sevizie, gesti e parole di scherno, minacce di morte, bestemmie, sesso. Da quel suo braccio alzato e fatto cadere dall’alto, a riprova che era incosciente, ai particolari più scioccanti dello stupro.


“Sto giro so’ cazzi per tutti”

Prima che scattasse l’allarme stupro dal pronto soccorso dell’ospedale di Belcolle, prima che la vittima sapesse degli scatti e dei filmati, li avevano già visti gli iscritti del gruppo del Blocco Studentesco.

“Regà, cancellate le chat”, il tam-tam sui telefonini. Ma solo perchè “ce so’ le guardie al pub”. “Riccardo, butta subito il cellulare”, dice Licci padre a Licci figlio. “Sto giro so’ cazzi per tutti”, temono, quando sentono nell’aria il tintinnio delle manette.


Incidente probatorio per fissare i ricordi della vittima

“Meno male che la mia assistita non ricorda nulla di quello che le hanno fatto dopo averla tramortita con un cazzotto in faccia”, dice Taurchini. “Ringraziamo il blackout, il vuoto di memoria, altrimenti avrebbe ripercorso quei momenti ogni attimo della sua vita”, ribadisce.

Forse la vittima, già in terapia per pregressi problemi di depressione, dovrà ripercorrere presto quel poco che ricorda, se la sua versione, come sembra, sarà cristallizzata in sede di incidente probatorio.

Prima che quei pochi ricordi, già del loro labili, vengano definitivamente cancellati per il passare del tempo o modificati per altre ragioni. Il suo racconto potrebbe quindi entrare come prova acquisita nel fascicolo del processo. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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