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Tribunale - Le indagini risalgono al 2007 - A distanza di dodici anni è stato dichiarato tutto prescritto

Auto di lusso col trucco, colpo di spugna sulla maxinchiesta “Cayenne”

di Maurizia Marcoaldi
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Viterbo - Palazzo di giustizia

Viterbo – Palazzo di giustizia

L'avvocato Franco Taurchini

L’avvocato Franco Taurchini

Paola Conti

Paola Conti

Viterbo – Auto di lusso col trucco, tutto prescritto nella maxinchiesta “Cayenne” del 2009. 

Davanti al collegio, presieduto da Silvia Mattei, 14 gli imputati, accusati di far parte di un’associazione per delinquere specializzata in truffa e ricettazione. Erano rimasti in piedi soltanto i reati più gravi, ossia l’associazione per delinquere e il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Un sodalizio ai cui vertici, secondo il sostituto procuratore Paola Conti, c’erano Paolo Nicolò Nigrì e Dario Gemma De Julio, alla sbarra con moglie e figlio. Entrambi furono arrestati nel blitz assieme a Claudio Pacchiarotti e al concessionario d’auto Antonio Massa, che si è sempre detto vittima, costituendosi parte civile nel processo.  

Nel corso delle varie udienze è emerso come Dario Gemma De Jiulio avrebbe detto al telefono al coimputato Nigrì, mentre si trovava in compagnia di altri indagati: “Sto qui al bar con la Banda Bassotti”.

“Una battuta, ho detto Banda Bassotti, mica banda della Magliana”, aveva sottolineato il professionista durante il processo. Dario Gemma De Jiulio è assistito dall’avvocato Franco Taurchini che più volte, nel corso delle udienze, ha sottolineato come della presunta associazione per delinquere non ci fossero prove. Assistiti dall’avvocato Paolo Delle Monache i familiari. 

Una girandola di auto di lusso: Porsche, Jaguar, Mercedes.

Contro il professionista puntava il dito l’unica presunta vittima che si sia costituita parte civile, Antonio Massa, il titolare di una concessionaria sulla Cassia Nord, ex cliente dello studio, agli arresti per 26 giorni in seguito al blitz. De Julio avrebbe usato i suoi dati per intestargli delle vetture. 

Una in particolare, poi venduta a Roma. La Porsche Cayenne da cui prende il nome l’operazione, in merito alla quale Gemma De Julio e Pacchiarotti avrebbero fornito versioni contrastanti durante le varie udienze. 

Le indagini della squadra mobile sono partite nel 2007, in seguito alle 15 denunce di un ingegnere di Milano, oggi novantenne, cui una finanziaria aveva chiesto 50mila euro per una Porsche e una Mercedes mai comprate, in realtà acquistate presso un autosalone di Viterbo con un documento falso. Secondo l’accusa, avrebbero provato ad acquistare a suo nome perfino uno yacht da 90mila euro. 

Poi c’è il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il sodalizio, per incrementare i lauti guadagni, avrebbe intestato a prestanome, più o meno consapevoli, diverse società fantasma, tra cui una ditta di catering inesistente, con sede in un bar sulla Teverina, cui sarebbero figurati assunti degli extracomunitari che, pur senza un lavoro, potevano così pagarsi i contributi per restare in Italia in attesa del permesso di soggiorno. 

Silvana Cortignani


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19 giugno, 2019

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