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Caffeina - Angelo Argento, presidente di Cultura Italiae, all'incontro Sipari Aperti sul futuro del tetro voluto dalla direttrice del teatro Annalisa Canfora

“Caffeina è un riferimento nazionale che dà speranza…”

di Paola Pierdomenico
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Al teatro Caffeina "Sipari aperti"

Al teatro Caffeina “Sipari aperti”

Annalisa Canfora

Annalisa Canfora

Vinicio Marchioni

Vinicio Marchioni

Alessandro Longobardi

Alessandro Longobardi

Milena Mancini

Milena Mancini

Luca Fornari

Luca Fornari

 

Angelo Argento

Angelo Argento

Viterbo – “Caffeina è un riferimento nazionale che dà speranza contro il pessimismo e la rassegnazione”. Angelo Argento, presidente di Cultura Italiae, parla di una volontà di ottimismo per superare la crisi che vivono oggi il teatro e la cultura nel nostro paese. Lo ha fatto a “Sipari aperti il futuro del teatro tra pubblico e privato” iniziativa in programma martedì scorso al teatro Caffeina nell’ambito del festival che si terrà fino al 30 giugno. Su questa linea, Annalisa Canfora, direttrice del teatro che ha fortemente voluto l’incontro, ha sottolineato come fosse importante “far reinnamorare il pubblico”. 

Al tavolo c’erano l’attore e produttore Vinicio Marchioni, sua moglie Milena Mancini, anche lei attrice e produttrice, Alessandro Longobardi, produttore e direttore artistico del teatro Brancaccio, Angelo Argento e Luca Fornari, amministratore delegato dell’Atcl che cura la parte organizzativa dell’Unione. Ha moderato Katia Ippaso.

Canfora ha spiegato il senso del suo lavoro. Della nascita del suo gioiello con cui ha portato avanti due stagioni. “Questa tavola rotonda – ha detto – nasce per il teatro. La fondazione Caffeina, Filippo Rossi e Andrea Baffo hanno coraggiosamente investito in un settore, il teatro, che oggi è a rischio. Questo è uno spazio complesso che ho la fortuna di dirigere e per questo li ringrazio. Insieme proviamo da due anni a immaginare uno spazio per la città e aricostruire una comunità intorno a questo luogo. C’è un pubblico che va reimmaginato e reinnamorato del teatro.

Sono una tecnica, un’attrice che viene dal teatro stabile che negli ultimi anni ha perso molto. Ecco perché c’è da ripensare a nuove forme di teatro, così come è importante fare rete perché da soli non ce la si fa”.

Vinicio Marchioni, che è anche volto noto del cinema e della televisione e che quest’anno ha chiuso la stagione del teatro Caffeina, ha sottolineato: “Dal mio punto di vista, cerco sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno, perché quando si parla del male lo si fa crescere.

Qualche settimana fa, al Piccolo Eliseo, abbiamo portato in scena uno spettacolo di Dino Campana e per l’ora, il periodo e il tema affrontato pensavamo di fare un buco nell’acqua. Inceve, lo abbiamo riempito e lo stesso abbiamo fatto qui.

Questo per dire che vedo gente in teatro contenta, che si ferma dopo gli spettacoli e che ha voglia di frequentare, ricevere contenuti e avere un dialogo. Col pubblico ci si deve parlare e non si deve offrire solo la nostra professionalità, cosa che è ovviamente scontata. Serve qualcosa in più, la familiarizzazione.

Per lui: “la sfida è far uscire le persone di casa, perché senza pubblico non saremmo nulla. Gli spettatori hanno necessità di ripensare il luogo teatrale che non è un posto dove si va dalle 21 alle 23, ma che deve essere multifunzionale e attrarre le persone.

Ecco, per esempio, perché ci siamo innamorati di questo teatro che oggi ci ospita. Per le giovani generazioni deve essere il centro della società, lo è stato dall’antica Grecia e lo sarà fino ‘a sempre’. Deve essere un luogo in cui possono andare dalla mattina alla sera e devono sentirsi in casa loro. Non degli ospiti. Vedo curiosità, fame e un vuoto da riempire. Un vuoto che dobbiamo riempire noi”.

Ma con quali strategie? “Nel nostro paese – continua Marchioni -, facciamo un film in 4 settimane con budget che altri ci pagano per far mangiare la troupe. Mi sono detto che forse valeva la pena fare quello che piaceva a me. Ed è così che mi sono dedicato alle produzioni”.

Un settore che porta avanti con la moglie, l’attrice Milena Mancini. “Abbiamo investito nello stare bene – ha detto Mancini – creiamo gruppi di persone con cui lavorare e mangiare. È un diritto proporre e creare insieme spettacoli che siano belli per voi e interessanti per noi”.

Luca Fornari (Atcl) ha parlato dei circuiti nati per “riequilibrare l’offerta, la distribuzione degli spettacoli e per sostenere la produzione e che poi si sono spostati sulla formazione del pubblico”. Inoltre ha sottolineato una necessità: “queste occasioni di discussione sono importanti. È sempre più facile lavorare con chi ti sta simpatico, ma la situazione di sopravvivenza delle strutture è difficile ed è necessario fare rete.

Il lavoro che facciamo è un presidio continuo contro la solitudine e l’emarginazione e i risultati sono incredibili. Ma non si riesce a dargli continuità. Noi siamo qui e andremo avanti. Nonostante le poche risorse, solo a sistema, potremmo costruire un percorso. Da noi, infatti, il problema non è quello di avere pochi soldi, ma di non avere un sistema. È necessario costruirlo per far sì che si crei una base che parta dai territori e che lavori anche a livello istituzionale. Solo così si può agire concretamente”.

Il direttore del Teatro Brancaccio Alessandro Longobardi ha spiegato come “un soggetto pubblico investe dove il privato non arriva e deve agire sul territorio e sulle scuole. Siamo il paese dei campanili e non si pensa al sistema. Noi abbiamo una struttura interna che fa selezione su tutti gli spettacoli e spesso la difficoltà è far coincidere la disponibilità del periodo rispetto a quello che accade in città. Anche nelle scuole è così perché ci sono condizionamenti e limitazioni. Non esiste il concetto di sistema, ma esiste quello di persone fantastiche. Solo grazie a questo riusciamo a fare cose. Sono un attivista culturale resistente. Credo che bisognerebbe dare risorse per formare il pubblico specie i giovani facendo loro conoscere il linguaggio teatrale. Per non vedere solo il teatro ma per farlo e viverlo”.

Angelo Argento, presidente di Cultura Italiae ha esordito: “Sono siciliano è c’è un’idea che sia pessimista. Ecco, se dovessi sintetizzare l’incontro di oggi lo farei con due parole: pessimismo e rassegnazione. Anche se poi, c’è l’ottimismo della volontà per ribellarsi a questi due termini.

Prendo a esempio Caffeina che ormai è un punto di riferimento per gli spettacoli estivi e invernali. Non più a carattere provinciale, ma nazionale e dà speranza di fronte a quelle due parole che ho detto poco fa. È un esempio di volontà e lo dico convintamente. Lo conferma la presenza di persone, questa sera, che si ritrovano al terzo piano di una struttura, alle 20 e quando in contemporanea ci sono altre offerte culturali. E’ una minoranza della minoranza.

Nel 2018, i dati Istat dicono che la percentuale di chi è andato a teatro è sotto il 18 per cento. Quel 18%, con lo sbigliettamento, riesce a coprire un 30 per cento dell’intera macchina. Il teatro, però, è uno dei pochi strumenti che ha resistito allo smartphone. Dobbiamo tornare a riconoscere il valore della cultura che, nella società di oggi, che sta diventando un’offesa. E’ una vergogna”.

Marchioni ha voluto ribadire che: “non cesserà mai la necessità dello spettatore di guardarsi e conoscersi da un altro rispetto a sé. Il teatro è sopravvissuto all’Olocausto e chi fa questo mestiere è come se avesse una malattia.  Se non ci sarà un teatro, andrà in una cantina e se i vigili del fuoco la chiuderanno andrà in uno scantinato. Io il teatro lo faccio e continuerò a farlo”.

La conclusione è toccata al presidente della Fondazione Caffeina Andrea Baffo: “Abbiamo preso un teatro e lo abbiamo ristrutturato con i nostri soldi, pochi, e ora abbiamo i debiti, molti. C’è un benefattore e ci sono diversi sponsor. Ad Annalisa, abbiamo propinato questa cosa mettendola nelle sue mani.  Mi secca un po’ dire ciò e vivere tutto questo come eroismo autoriferito.

Abbiamo pensato a un luogo che non spaventasse e che non creasse un dentro da un fuori. Concepito come qualcosa che cambia le persone in grado di interpretare il mondo di oggi. Una pazzia, ma del resto certe cose o le si affrontano con l’irrazionalità tipica dell’amore o non le si fanno. Non bisogna avere la sindrome del naufrago che nell’attesa di una barca non nuota. Bisogna continuare a nuotare. Sempre, poi qualcosa accadrà.

Siamo una realtà a rischio. A rischio di chiudere ogni giorno e costruiamo la strada che corriamo, mentre la percorriamo. Però si è appena chiusa la seconda stagione, senza grandi risorse, ma che è stata vera. Quindi o si agisce con una battaglia di posizione piantandosi qui e costruendo luoghi e contenitori in base a un criterio e cioè per come le persone dovrebbero essere e non per come sono, oppure non si fa nulla. Dobbiamo costruire quel pezzo che manca, perché c’è domanda, va solo stanata. Il nostro era un fallimento annunciato… siamo qui. Bisogna continuare sempre a fare ciò che è irrealizzabile”.

Paola Pierdomenico


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27 giugno, 2019

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