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Tribunale - Ventimila euro a testa a due delle 14 parti civili - Cinquemila agli altri - Speravano in un lavoro in ambito sanitario

Corsi fantasma, finta dottoressa condannata a un anno e provvisonali record

di Maurizia Marcoaldi
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Viterbo - Palazzo di giustizia

Viterbo – Palazzo di giustizia

Angelo di Silvio

Angelo di Silvio

Viterbo – Corsi fantasma, finta dottoressa condannata a un anno e provvisonali record. Risarcimento di 20mila euro per due delle 14 parti civili che sono state truffate. Oltre a pagare a caro prezzo per un corso di formazione inesistente, con la promessa di un posto alla Asl, si sono anche licenziati dal lavoro per frequentarlo. Agli altri cinquemila euro a testa. Il resto, se vogliono, in sede civile. 

E’ terminato ieri il processo che ha visto imputata per truffa aggravata la parrucchiera 43enne di Montefiascone che si spacciava per dottoressa della Asl di Viterbo e promotrice di un corso per Oss presso la Asl. Davanti al giudice Giovanni Pintimalli, si sono costituite parti civili ben quattordici parti offese, persone che tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 avrebbero sborsato sui 2500 euro a testa sperando di trovare un posto di lavoro sicuro dopo avere frequentato il corso per operatori sanitari. 

Ieri in aula la discussione con l’avvocato Angelo Di Silvio che nel corso del processo ha assistito le parti civili.


Articoli: Corso fantasma per operatori sociosanitari, finta dottoressa alla sbarra


Il pm ha chiesto la condanna dell’imputata riconoscendole la piena responsabilità visto che, a suo avviso, sono stati provati tutti i capi di imputazione a lei addebbitati. 

L’avvocato Di Silvio si è soffermato su due aspetti. Il primo in riferimento alla personalità dell’imputata e il secondo sull’istruttoria dibattimentale. 

Il legale non ha esitato a definire la finta dottoressa “una delinquente seriale che genera truffe approfittando dello stato sociale delle persone”. Una donna che ha “creato ad arte delle situazioni facendo leva sullo stato di necessità della gente” e che “negli anni ha perpetrato decine di truffe”. 

“Una persona spregiudicata – ha continuato Di Silvio – che ha agito senza un minimo di ritegno e che nei confronti del processo ha manifestato un totale disinteresse”.

L’avvocato ha anche ricordato come la finta dottoressa “non si sia fatta scrupoli nel somministrare un farmaco in vena a una persona, mettendone a rischio anche la salute”.

Il riferimento, di cui già si era venuti a conoscenza nelle precedenti udienze, è all’episodio in cui l’imputata avrebbe fatto un’iniezione a una delle aspiranti corsiste, afflitta da una sciatalgia. Nel corso del processo è emerso inoltre che la donna avrebbe avuto con sé la tipica borsa di pelle rigida coi manici da medico, dotata di stetoscopio, sfigmomanometro e colma di medicinali.  

Di Silvio ha poi chiarito che per l’accusa non si pone alcun dubbio circa la difficoltà di identicazione dell’imputata e ha specificato come tutte le persone truffate avrebbero chiesto prestiti o aiuto ai famigliari per pagare il corso. Due di loro si sono anche licenziati in prospettiva di una sistemazione migliore.

Durante la discussione è stato ricordato come le vittime la mattina del 15 gennaio 2015, alle 7,30, si fossero trovate alla Cittadella della salute, per l’inizio del corso. Invece niente. Volatilizzata la dottoressa, con cui avevano appuntamento, hanno scoperto in breve che né al quarto piano, né altrove erano in programma corsi e che la carta intestata della Asl era simile ma farlocca.

La difesa ha invece chiesto l’assoluzione della finta dottoressa, dichiarando di trovarsi di fronte a una “situazione paradossale dal momento che un gruppo di persone versava una somma in denaro per avere un posto di lavoro e che nessuno invece si è preoccupato di visionare il bando per capire così che c’era una prova da sostenere per ottenere quel posto” e che “nel bando non si parlava di somma di denaro da versare e non si indicava alcuna retribuzione”. 

La difesa ha specificato di trovarsi di fronte a un gruppo di persone che “tramite un escamotage volevano ottenere un lavoro” e ha inoltre chiarito come “siano emerse delle poche certezze sull’ identificazione dell’imputata”. Infine il legale ha messo in luce che “la querela di parte è stata presentata in ritardo rispetto al momento in cui i partecipanti al progetto si sarebbero resi conto di essere stati truffati”.

Al termine il giudice Giovanni Pintimalli ha deciso per la condanna dell’imputata a 1 anno di reclusione e 800 euro di multa, pena sospesa subordinata a un risarcimento per danno da liquidarsi in separata sede in una provvisionale di 5 mila euro per tutte le parti civili. Per i due che avevano lasciato il posto di lavoro la provvisionale è di 20mila euro. 

Maurizia Marcoaldi


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19 giugno, 2019

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