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L'opinione del sociologo - Un'analisi dei recenti scontri tra maggioranza e opposizione al comune di Viterbo

Insulti e schermaglie ci possono anche stare, ma le soluzioni per la città dove sono?

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Recentemente è stato celebrato il ricordo del grande giornalista viterbese Alessandro Vismara. Ho goduto della sua amicizia, in un rapporto di reciproca stima. Tra gli insegnamenti che mi ha dato, con quel suo sorriso ironico e ammiccante, c’è quello che la politica rischia spesso – come si direbbe oggi, ricordando Robert De Niro nelle scene finali del film “Gli intoccabili” – di essere “tutta chiacchiere e distintivo”.  Cioè che quelli che stanno al potere si preoccupano più di mantenerlo e di litigare fra loro per spartirselo che di governare con efficienza; e che quelli che stanno all’opposizione hanno gioco facile nel criticare solo perché non sono chiamati ad operare affrontando i mille ostacoli reali dell’attività amministrativa.

Con gli amici Umberto Laurenti e Carlo Scipio, persone di larghissima esperienza e soprattutto di ampie vedute, giusto un anno fa proposi ai candidati a sindaco alcune linee guida per una amministrazione non solo efficiente ma creatrice di innovazione e progresso.

Non avevamo la pretesa di possedere la verità, ma sulla base di una ormai consolidata conoscenza dei problemi sia locali che nazionali facevamo proposte sia di carattere generale, direi di metodo, sia di tipo operativo. Tra l’altro, invitavamo a “salire di grado”, a migliorare la qualità del dibattito trasformandolo in un operoso confronto per il bene della città.

Discorso difficile. Perché l’agone politico, a tutti i livelli, rischia di essere soprattutto strillato e comporta spesso un rallentamento dell’attività di governo, un’attività beninteso che non attiene solo alle maggioranze ma anche alle minoranze.

Nello scontro politico non si va tanto per il sottile. E’ possibile che su certi punti vi sia discordanza per così dire “ideologica” sugli indirizzi da seguire e sulle priorità, ma in molte circostanze il conflitto assume quasi le forme di un rituale già scritto. Infatti accade talvolta che le maggioranze ignorino le proposte delle minoranze per evitare che queste si intestino qualche merito e, semmai quelle proposte siano valide, vi lavorano attorno per creare un progetto nuovo nella forma se non nella sostanza ed assumersi meriti esclusivi.

E accade che le minoranze facciano opposizione a prescindere – senza tener conto di quei vincoli e di quei limiti che esse stesse si troverebbero ad affrontare se governassero – pur di mettere in difficoltà le maggioranze di governo agli occhi dei cittadini elettori. Ma non solo.

Il gioco dei rapporti fra partiti, i riferimenti al contesto nazionale, la personalizzazione di certi confronti rendono inevitabili anche i mal di pancia nelle maggioranze, dove si sgomita un po’ per avere la giusta – o dovuta – visibilità rappresentativa. E lo stesso accade nelle opposizioni, dove ciascuna formazione tenta di accreditarsi come il maggiore e più autorevole avversario di chi governa. E’ un rito questo che si nota anche in Parlamento, ma che nell’amministrazione locale diventa ancor più evidente.

Ad esempio, che a Viterbo esistano problemi da risolvere come quelli del centro storico, dello sviluppo economico e turistico, dell’ambiente, della sicurezza e dell’inclusione sociale lo sanno tutte le forze politiche; e tutti sanno quali siano le risposte necessarie e, soprattutto, quali ostacoli oggettivi vi si frappongano. Possono divergere le priorità, i livelli di creatività nella risposta, ma non è che si scappa dal ring di certi inevitabili impegni. Eppure, spesso sembra che il dialogo avvenga tra sordi. Le schermaglie politiche, volte soprattutto a rafforzare l’identità dei partiti e degli schieramenti, inevitabilmente rallentano la risposta ai problemi, così i cittadini finiscono per non capire: molti fanno spallucce allontanandosi sempre più da un’idea virtuosa della politica; altri finiscono semplicemente per assegnare un like a chi grida più forte; altri ancora rafforzano la loro adesione alla fazione di appartenenza spaccando semplicemente la realtà in due, buoni e cattivi.

Quando ci riunimmo con gli aspiranti sindaci – peraltro con molti di loro c’era un rapporto di amicizia o quanto meno di reciproca stima – sembrava quasi sorprendente che tutti fossero d’accordo sul cosa fare e come fare. Personalmente non mi illudevo che tale concordanza fosse reale, ma speravo quanto meno in un innalzamento dei toni.

Rattrista e preoccupa, invece, quello che sta accadendo. Attenzione: non allarma tanto la scarsa tempestività delle risposte, perché l’attività amministrativa di una nuova giunta parte talvolta inevitabilmente lenta a causa della messa in moto delle prassi e delle procedure, e perché i vincoli di bilancio, l’emergere di imprevisti, l’assestamento delle deleghe possono incidere sui tempi e sui ritmi operativi. Non preoccupa neppure l’aggressivo marcamento dell’opposizione, che anzi deve svolgere il suo ruolo di critica, di alternativa propositiva, di severo controllo dell’attività di governo sul piano formale e, soprattutto, sostanziale.

Quel che angoscia è piuttosto l’incomunicabilità tra maggioranza e opposizione, cioè il tenore dello scontro, spesso giocato semplicemente sugli insulti, le ripicche e le risposte per le rime, quasi fosse un gioco delle parti recitato più a beneficio di una platea elettorale che a favore della città. Perfino all’interno della maggioranza si vedono strane schermaglie competitive, tanto che talvolta finisce per diventare più importante apparire, distinguere e distinguersi che discutere di programmi.

Dice: ma è questa la politica, bellezza… Eppure, a questo esborso di realismo e di cinismo, a questo mero e personalistico volare di stracci non ci voglio stare. Perché se tu prendessi uno ad uno i belligeranti e ci parlassi a quattr’occhi ti accorgeresti che la volontà di fare c’è; che la maggior parte delle risposte coincidono; che si tratta di persone civili, educate e motivate; che quel che diverge attiene più alla componente caratteriale dei singoli, alcuni più intraprendenti, altri più prudenti, alcuni più influenzati dall’ambiente in cui è cresciuta la propria esperienza politica, altri più inclini a porsi come profeti disarmati, alcuni più condizionati dalle dinamiche politiche nazionali, altri battitori liberi con inevitabili difficoltà di rapporti organici a livello sovracomunale.

Perché valorizzare le terme o il centro storico, creare occasioni di sviluppo culturale, chiudere le buche delle strade, dare attenzione alle categorie sociali a rischio, mettere in sicurezza gli spazi urbani non è né di destra, né di sinistra, né di su né di giù, ma significa semplicemente volersi prendere veramente cura della città.

I cittadini spesso si divertono ad assistere alla singolar tenzone, alla lotta senza esclusione di colpi tra avversari; lo fanno dai tempi del Colosseo e lo fanno ogni domenica negli stadi o attaccati alla tv, che si tratti di un talk show o di un incontro sportivo. Oltre tutto, serve loro per rafforzare il proprio senso di appartenenza, stando dalla parte di qualcuno.

Poi però si guardano intorno, nel loro vivere quotidiano, e vogliono risposte, soluzioni, semmai proposte alternative reali, non solo accuse e risposte colorite, colpi di teatro o puntini sulle i.

Così si comprende come, oggigiorno, calino l’entusiasmo e la fiducia, come subentri un populismo rinunciatario e manicheo, come le persone disertino sempre più spesso le urne, prendendo a schiaffi il più sacrosanto dei diritti della democrazia, il voto elettorale, sempre più disincantati dai ritualismi e dai veti incrociati di un agone politico minimalista e autoreferenziale.

Francesco Mattioli

 


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2 giugno, 2019

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