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Caffeina - Pasquale Mauri presenta il suo libro “Il figlio del boss”

“La camorra uccide anche senza premere il grilletto”

di Silvia Nizzoli – Tusciaweb academy

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Pasquale Mauri

Pasquale Mauri

Pasquale Mauri a Caffeina

Pasquale Mauri a Caffeina

Pasquale Mauri a Caffeina

Pasquale Mauri a Caffeina

Viterbo – “La camorra uccide anche senza premere il grilletto”. Pasquale Mauri, 38 anni, racconta la sua storia nel libro Il figlio del boss, edito da Cairo e presentato ieri a Caffeina.

Il libro si apre col racconto della sera in cui suo padre venne assassinato, nel 2004, durante un agguato. Pasquale allora aveva 24 anni e racconta che da quel momento in poi la sua vita subisce un drastico cambiamento.

“Sono cresciuto con la nonna paterna. Non ho mai avuto la libertà di un qualsiasi bambino o adolescente – racconta Mauri -, non potevo uscire né ho potuto scegliere ciò che preferivo, neanche la scuola. La mia passione era l’arte. Volevo fare il liceo artistico, ma mio padre me l’ha impedito. La sua uccisione è stata quasi una liberazione per me”.

Da bambino nessuno gli ha mai detto che lavoro facesse suo padre. È costretto a capirlo da solo. “Due volte a settimana andavo a trovarlo per forza in carcere, anche se per me era un peso – dice -. Avevo piacere di vedere mio padre, ma quel posto mi metteva tristezza. Non era un ambiente adatto a un bambino. Mio padre era duro anche con me, ma mi ha protetto sempre dall’ambiente in cui lavorava, facendo in modo che ne rimanessi fuori”.

Cresciuto dalla nonna, gli era stato detto che la madre era morta, finché, all’età di otto anni circa, la donna gli confessa che sua madre in realtà è viva, anche se lei non sa dove si trovi.

“Un giorno ho preso le chiavi di un appartamento in cui mi era stato proibito entrare, per vedere cosa c’era – ricorda Mauri -. Era la casa dove vivevano i miei genitori quando stavano insieme. Ho trovato negativi di foto, vestiti, il passaporto di mamma, alcune lettere. Mia mamma era inglese, riceveva molte lettere dai suoi parenti”.

Pasquale inizia a cercare sua madre solo dopo la morte del padre perché, da vivo, lui probabilmente gliel’avrebbe impedito. E la trova.

“A trent’anni, dopo una vita passata a desiderare di vederla. È stato emozionante, eravamo in una hall di un albergo. Appena è arrivata ci siamo subito riconosciuti. Ho capito che anche lei aveva sofferto tantissimo – aggiunge Mauri -, sia per il distacco, sia per il trauma e la paura che ancora oggi non l’hanno del tutto abbandonata”.

Si torna al padre.

“Ho donato in beneficienza l’eredità di mio padre a persone bisognose che conoscevo personalmente o tramite la parrocchia. È una cosa che mi ha fatto stare bene” afferma.

Oggi Mauri vive a Sant’Anastasia con la moglie Teresa e con i suoi due figli, Vincenzo e Sharon, di 14 e 12 anni, che portano rispettivamente i nomi di suo padre e sua madre. “Teresa, mia moglie, altra donna fondamentale nella mia vita – dice  Mauri -, ha saputo vedere l’uomo che c’era in me, al di là del mio cognome. Con i miei figli cerco di essere presente, di ascoltarli. Cerco di dare loro ciò che io non ho mai avuto da mio padre”.

Mauri sta portando la sua testimonianza anche nelle scuole: “Nella speranza che il mio contributo possa cambiare qualcosa, far riflettere chi è dentro la camorra e quei ragazzi che possono evitare di entrarci. Si vive meglio lavorando onestamente. La serenità è la cosa più importante”.

Alla fine risponde ad alcune domande.:

A Napoli, un ragazzo di 23 anni figlio di un camorrista ha rinnegato suo padre e la camorra. Che effetto ti ha fatto?

“Mi ha fatto molto piacere. Io ho pubblicato un appello ai figli e parenti dei camorristi, affinché possa crearsi un’alleanza benefica. Unendo le forze penso che qualcosa possa cambiare. Qualcosa sta già cambiando positivamente. Quando sento qualcuno affermare che “la camorra però, almeno, non uccide donne e bambini” non lo sopporto. La camorra uccide anche senza premere il grilletto!”.

Che ne pensa del lavoro che sta facendo il giudice Di Bella con i figli dei condannati, cioè di separarli dalla loro famiglia per allontanarli dalla mafia?

“Non sono d’accordo. Credo che lo Stato possa fare tanto, ma non è giusto togliere i figli ai genitori. Proprio per la mia esperienza personale, credo che nessun bambino meriti di essere strappato a un genitore. Forse potrebbero essere più utili percorsi rieducativi da affrontare insieme, genitori e figli”.

Silvia Nizzoli – Tusciaweb academy


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30 giugno, 2019

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