--
    Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • Wikio IT
    • YahooMyWeb
    • MySpace
    • Y!GG
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Ricordi - Nel 1919 debuttava nei Puritani di Vincenzo Bellini uno dei più grandi tenori del mondo originario di Lanuvio

Viterbo al tempo di Giacomo Lauri-Volpi

di Vincenzo Ceniti

Condividi la notizia:

Il tenore Giacomo Lauri-Volpi

Il tenore Giacomo Lauri-Volpi

Il tenore Giacomo Lauri-Volpi

Il tenore Giacomo Lauri-Volpi

Viterbo - Il teatro dell'Unione in una foto d'epoca

Viterbo – Il teatro dell’Unione in una foto d’epoca

Viterbo – Un secolo fa, giorno più giorno meno, il 2 settembre 1919 debuttava al teatro Unione di Viterbo a 27 anni, il giovane tenore Giacomo Lauri-Volpi (originario di Lanuvio nei Castelli Romani 1892-1979) nei panni di Arturo nell’opera “I puritani” di Vincenzo Bellini (quattro rappresentazioni: compenso pattuito 100 lire a serata) inserita nel cartellone del Settembre Viterbese insieme a Ernani e Rigoletto.

Nel cast oltre a lui c’erano il soprano Rosina Gronchi, il baritono Mario Gubiani e il basso Paolo Argentini; direttore Alberto Di Miniello.

Dal momento che la paura fa sempre novanta e che era pronta una scrittura con la top manager Emma Carelli per la successiva e ben più importante performance al Costanzi di Roma del 20 gennaio 1920 nella “Manon” di Massenet con Rosina Storchio, Lauri-Volpi – ascoltando anche il consiglio fraterno di Mario Gubiani – ritenne più prudente presentarsi nei manifesti e alla stampa sotto falso nome.

Scelse quello di Giacomo Rubini in omaggio a Giovanni Battista Rubini, uno dei più grandi interpreti dell’Arturo belliniano. Hai visto mai un fiasco. Fu invece un successo clamoroso, se è vero che nelle successive tre serate del “Rigoletto” buttò la maschera e uscì allo scoperto con tanto di nome e cognome autentici.

I co-protagonisti dell’opera verdiana erano Elda Di Veroli, Edoardo Faticanti e Paolo Argentini, per la direzione del maestro Luigi Ricci.

Riguardo a “I puritani”, Lauri-Volpi nei suoi diari scrisse “…La prima parte dell’aria (di Arturo) soavissima, sussurrata a mezza voce ad Elvira estasiata, produsse un mormorio di consenso: ma alla seconda strofa dove la passione erompe con le parole ‘Al brillar di sì bell’ora,/se rammento il mio tormento,/si raddoppia il mio contento,/m’è più caro il palpitar…. il pubblico scattò in un’ovazione che mi fece tremare dalla testa ai piedi”.

Il nome di Giacomo Rubini gli aveva portato fortuna. Ebbe inizio così la fantastica carriera di un cantante lirico tra i più acclamati della storia, dalla voce longeva (ancora intonava “La donna è mobile” a 85 anni) che si è esibito nei principali teatri di tutto il mondo.

Non solo tenore, ma anche scrittore e saggista, virtù non comuni per quelli come lui. Addio alle scene nel “Trovatore” al Costanzi di Roma del 1959 a 67 anni.

Dunque Lauri-Volpi a Viterbo, dove sostò in ritiro una quindicina di giorni tra Ferragosto e Settembre 1919, col sole a picco, per familiarizzare con l’opera e con quelli del posto. Con uno di essi, Eugenio Linardi vicesegretario capo del municipio di Viterbo, strinse un rapporto di reciproca stima e cordiale amicizia.

Ce lo immaginiamo a passeggio per le vie della città nelle ore libere dalle prove, magari seduto al tavolo del ristorante della Grande Locanda dell’Angelo in piazza delle Erbe (allora piazza Vittorio Emanuele) in quegli anni gestita da Giuseppe Moscucci (che qualche anno dopo aprirà l’hotel Nuovo Angelo), oppure in posa davanti ad una vecchia macchina fotografica in bianco e nero nel giardinetto di palazzo dei Priori, come mostra la foto ingiallita qui a fianco.

Nella Viterbo di allora, ancora sottoprefettura di Roma (sottoprefetto il Conte di Monale), sedeva a Palazzo dei Priori in attesa di nuove elezioni un regio commissario, il Conte Alessandro Ciofi degli Atti, che se la doveva vedere, tra l’altro, con i fermenti per il ritorno di Viterbo a capoluogo di provincia (avverrà solo nel 1927), con un velleitario progetto presentato dall’ing. Cristofori per la valorizzazione delle risorse termali, con il caro-vita sempre più preoccupante e con il nome da dare alla nuova porta in procinto di essere aperta sulle mura castellane (si discuteva anche di questo), l’attuale porta Murata.

Capo del Governo era Francesco Saverio Nitti. Sul trono regnava Vittorio Emanuele III. La Macchina di Santa Rosa, che Lauri-Volpi avrà visto il 3 settembre di quell’anno, era ancora il modello anteguerra 1915 di Virgilio Papini.

Le cronache raccontano che alcune “teste calde” di allora parlavano già di divorzio, facendo impallidire Benedetto XV. In un periodico del tempo si legge “I cattolici vogliono impedire che la provvida legge civile (del divorzio) divenga un fatto perché la Chiesa non vuole che si superi la legge religiosa”.

Nel suo piccolo, don Alceste – prete storico della città – proprio in quel 1919, guidato dal Signore e dal vescovo Emilio Trenta, prendeva possesso della parrocchia di San Leonardo e vi rimase fino alla sua morte nel 1974 facendole di tutti i colori: beneficienza, accoglienza, una tipografia per giovani, la Casa del Catechismo, una sala cinematografica, una polisportiva e molto atro ancora.

In quegli anni si scendeva al Grand Hotel Viterbe in piazza della Rocca, realizzato sulla spinta emotiva di un effimero entusiasmo per la costruzione a fine Ottocento della ferrovia Viterbo-Roma che avrebbe dovuto incrementare le presenze turistiche e termali, ma che non produsse gli esiti sperati.

Chiuderà ben presto. Nell’attuale piazza delle Erbe sostavano due o tre botticelle per le stazioni di Porta Romana e Porta Fiorentina e le zone più periferiche della città. In giro già da qualche anno alcune automobili che creavano il panico per l’alta velocità. Negli anni Sessanta Achille Togliani ricordava quel 1919 con struggente nostalgia “Nel millenovecentodiciannove,vestita di voile e di chiffon…”.

Ma torniamo a Lauri-Volpi. Sappiamo poco di quella serata del 2 settembre 1919 se non che l’Unione era gremito dal loggione alla platea a conferma che la lirica fluiva nelle vene dei viterbesi che peraltro vantavano tra le mura alcune eccellenze, come il baritono Fausto Ricci coetaneo di Lauri-Volpi (1892-1954), già acclamato al Costanzi di Roma e alla Scala di Milano, l’Istituto Musicale Giuseppe Verdi e il musicista-compositore Adriano Ceccarini (1877-1955) oriundo di Giulianova ma viterbese d’adozione.

Nel novembre del 1920 debutterà all’Unione il suo capolavoro “Donna Rios” (libretto di Enrico Golisciani) diretta da Antonio Gallo, con Laura Gagliardi (soprano), Gabriella De Galli (mezzo soprano), Arnaldo Luzi (tenore), Giuseppe Bartolini (baritono) e Guido Passeri (basso).

Va ricordato anche il baritono viterbese Raffaele De Falchi che farà coppia con Lauri-Volpi qualche decennio dopo, nel 1952 al Costanzi di Roma nella “Fanciulla del West” di Puccini accanto a Maria Caniglia. Da parte sua Pietro Mascagni ebbe modo di sostenere che De Falchi era uno dei migliori Alfio da lui sentiti. Lo stesso complimento lo fece a Lauri-Volpi per Turiddu.

Un’ultima curiosità. La città dei papi oltre a decretare il primo successo di Giacomo Lauri-Volpi certificò anche il suo doppio cognome. Motivo? In effetti il tenore Volpi aggiunse Lauri proprio a Viterbo in occasione del “Rigoletto” del 12 settembre di quel 1919 (presente anche Emma Carelli) per non confondersi con un presunto omonimo tenore, tale Guido Volpi, certamente meno dotato di lui.

Vincenzo Ceniti  


Condividi la notizia:
17 giugno, 2019

    • Articoli recenti

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564Informativa GDPR