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Tribunale - Arsenico - Confermata in appello la condanna del comune di Ronciglione a risarcire tre parti offese - Gli avvocati Pistilli e Catini: "Adesso potranno chiedere i danni anche privati e ristoratori"

Acqua non potabile, storica sentenza apre la via a una pioggia di risarcimenti

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Riccardo Catini

L’avvocato Riccardo Catini

Massimo Pistilli

L’avvocato Massimo Pistilli

Ronciglione – (sil.co.) – “Acqua non potabile, adesso potranno chiedere il risarcimento anche i privati cittadini e le attività imprenditoriali, in particolare quelle del settore ristorazione, costrette per lavorare senza sanzioni a ricorrere a proprie spese a costosi impianti di depurazione”.

Così gli avvocati Riccardo Catini e Massimo Pistilli commentano la sentenza d’appello con cui il giudice Federico Bonato del tribunale di Viterbo ha confermato in secondo grado la condanna inflitta in primo grado dal giudice di pace al comune di Ronciglione, accusato di avere fornito acqua non potabile “contrariamente a quanto contrattualmente e normativamente dovuto”.

Una sentenza storica, dice l’avvocato Catini: “E’ la prima sentenza in appello dopo che la cassazione a sezioni unite ha stabilito per questo tipo di controversie che la competenza è del giudice ordinario. Ce ne sono tante altre in decisione”.

Il ricorso discusso davanti al giudice Federico Bonato, con le tre parti offese assistite dagli avvocati Catini e Massimo Pistilli, è il primo di una lunga serie, un’ottantina contro il Comune di Ronciglione e circa 300 contro il gestore unico Talete. 

“Non era oggetto della sentenza, ma ha diritto al rimborso anche chi ha fatto gli impianti di depurazione a proprie spese, nel periodo tra il 2013 e il 2015, quando i parametri non erano ancora rientrati, come ad esempio i titolari di bar, ristoranti, pizzerie, costretti per legge sennò rischiavano la sanzione, ma anche i privati che hanno fatto gli impianti dentro casa”, spiegano i legali Pistilli e Catini.  

”E’ evidente – si legge nella sentenza – che l’erogazione di acqua non conforme ai valori minimi di potabilità, con presenza di arsenico e fluoruli, sia prospettabile come un inadempimento contrattuale del rapporto di utenza e, in quanto tale, integri il presupposto o la causa mediata dell’evento lesivo”. Secondo il giudice inoltre ”l’espressione uso domestico ricomprende in sé il concetto di acqua potabile essendo la stessa omnicomprensiva”.

Le parti offese erano ricorse al giudice di pace, che aveva già dato ragione loro in primo grado, ”a seguito della somministrazione e vendita dal gennaio 2008 di acqua non potabile e comunque priva di requisiti di legge per l’accertato superamento dei parametri massimi consentiti, per arsenico, fluoruri e micrositina ad alga Planktotrix Rubescens e Uranio 238”.


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11 luglio, 2019

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