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Vetralla - Un'iniziativa che mette insieme narrazione di comunità e riscoperta delle culture del territorio - Protagonisti Andrea Natali e Pietro Benedetti, entrambi del master di Antonello Ricci - L'ultimo spettacolo è stato dedicato a Domenico Tiburzi - FOTO E VIDEO

A cena con i briganti ai piedi di Montefogliano…

di Daniele Camilli

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Vetralla – “A cena coi briganti”. I primi sono loro. Andrea Natali, narratore di comunità. Pietro Benedetti, attore. E Vincenzo Pasquinelli, “fedele depositario – come si definisce – delle ricette tradizionali, e convinto sostenitore dei prodotti di qualità”. “Geniali dilettanti in selvaggia parata”. Che da qualche mese si sono inventati un format demo”eno”antropologico”. Mettono insieme storia, culture e piatti tipici. Locali e dell’epoca. L’ultima cena, quella a inizio luglio, è stata tutta dedicata al brigante Domenico Tiburzi. Con la collaborazione di Amerildo Menditto. Seduta a tavola anche il sindaco Franco Coppari. La prossima cena, il primo agosto, riguarderà invece cibo ed eros. 

A Tre Croci, comune di Vetralla. Ai piedi di Montefogliano. Davanti agli occhi, chi assiste allo spettacolo, c’ha più di mille ettari di bosco. E altrettanti di storia. Vincenzo Pasquinelli, qui c’ha aperto un ristorante. L’attività l’ha ereditata dal nonno. Il “Burano”. Come si chiama pure la valle dove tutto questo avviene. E lì dentro, al ristorante, una volta al mese, una cultura, che tutti davano per morta, quella contadina, riviene invece al mondo.


Vetralla - Andrea Natali, Vincenzo Pasquinelli e Pietro Benedetti

Vetralla – Andrea Natali, Vincenzo Pasquinelli e Pietro Benedetti


“Mettiamo insieme – racconta Andrea Natali – la storia, le storie personali che al suo interno si muovono e le culture che le esprimono. Associando il tutto a un menu legato e interpretato in base a quel che si racconta. Un modo per valorizzare anche il territorio. L’ultima cena organizzata ha riguardato il brigante Domenico Tiburzi, vissuto e ucciso in Maremma alla fine del XIX secolo”.

Andrea Natali è un narratore di comunità ed è poi esperto in conservazione dei beni culturali. Per anni ricercatore presso l’università degli studi di Bologna. Lui mette insieme i pezzi, ne costruisce gli ingranaggi per poi accendere i motori. Da anni porta avanti un intenso lavoro di recupero della cultura contadina. 

Un percorso che incrocia una scuola, che si è formata sul territorio in questi anni. “Narratori di comunità”. Al fondo, infatti, c’è il lavoro di ricerca antropologica di Antonello Ricci e Marco D’Aureli. Entrambi animano il master in narrazione di comunità dell’università degli studi della Tuscia. Voluto da Riccardo Valentini, premio nobel e docente dell’Unitus. Diretto infine da un docente di archeologia classica, Stefano De Angeli, che ha saputo fare dei suoi scavi anche un’opera di difesa e valorizzazione dei territori in cui è intervenuto.


Vetralla - "A cena con i briganti"

Vetralla – “A cena con i briganti”


Natali ha studiato con Ricci. E con Ricci, Benedetti ha rivestito i panni dell’attore che più gli si addicono. Quelli del militante, di una cultura subalterna che, grazie al lavoro di Ricci e D’Aureli, sta di nuovo riproponendo qualcosa. Ma quel che che più conta, sta di nuovo riproponendosi, in cerca anch’essa di contaminazioni con altre forme culturali subalterne che nel frattempo si stanno sviluppando con forza all’interno del tessuto sociale. A partire dalle immigrazioni e dalla ridefinizione del tessuto antropologico urbano.

Davanti a loro una platea di gente seduta ai tavoli. Figli di quei contadini di cui si racconta e di quelle storie di briganti paladini e bastonate che ogni tanto, spesse volte, il padrone ti dava sui reni. E nessuno poteva prenderlo per il collo. Tranne i briganti. Tiburzi e Fioravanti. Raccontati da Pietro Benedetti, che negli anni ’70 faceva il sindacalista della Cgil alla centrale di Montalto. E la verve del tempo non l’ha persa mai. L’ha solo incanalata. Nel mestiere dell’attore. Si muove tra i tavoli, le persone sedute. E le parole che diventano cose e arrivano alle orecchie.


Vetralla - "A cena con i briganti"

Vetralla – “A cena con i briganti”


“Portiamo in scena Tiburzi, non lui direttamente – racconta Benedetti – ma del suo braccio destro Fioravanti, che qualcuno sostiene abbia tradito Tiburzi ammazzato poi dai carabinieri e sotterrato mezzo dentro e mezzo fuori nel cimitero di Capalbio. In Maremma. La terra che poi si racconta. Amara per i contadini sfruttati, non per i grandi proprietari terrieri. Tiburzi era un brigante, con un anima. Sicuramente popolare. E’ stato in latitanza per venticinque anni. Se non fosse stato sostenuto dalla gente non sarebbe sopravvissuto. E probabilmente, lui e i suoi, hanno dato sostegno alla Lega castrense, nata proprio dalle parti dove Tiburzi agiva, facendo le staffette per i garibaldini”. Altra storia che Benedetti racconta nello spettacolo. Per ridare dignità a una scelta. In vista del futuro. In Maremma, nella seconda metà dell’ottocento, ci sono state bande di poveri contadini che fino all’ultimo hanno dato filo da torcere a chi voleva imporgli un destino fatto solo di sacrifici, fatica e sfruttamento. E alla fine, sono caduti quando erano ormai vecchi e stanchi. Nel frattempo, prendevano pure parte alle cose del mondo, alimentandone la forza.

Tiburzi non parla. Lo fa solo chi l’ha conosciuto oppure sfiorato. Tiburzi resta nel mito, dove nascono le leggende. A piedi di bosco. Il tutto, per mezzo di un cronista di allora, Cosimi Quintilio.

“Un personaggio si crea – spiega Benedetti – raccogliendo elementi dalla cultura e dal tessuto sociale che raccontiamo. Noi stessi siamo poi parte della stessa cultura che raccontiamo, delle stesse storie portate in scena. Come vestire i panni che avrebbe potuto vestire mio nonno bracciante nell’ottocento. Oggi, io che appartengo alle generazioni successive, parlo di nuovo con e per mezzo della mia stessa cultura. Creandone, dove possibile, concreti canali di espressione. Linguistici e culturali”.


Vetralla - "A cena con i briganti"

Vetralla – “A cena con i briganti”


La narrazione di comunità è infatti uno strumento. Per raccogliere. Storie, elementi, dinamiche, è restituirle. Dall’emergenza, si parla infatti di una cultura contadina che ha vissuto lo shock atomico della modernizzazione del boom economico. A una specie di intellettuale rovesciato, che invece di prendere e portare via per mostrare altrove, raccoglie direttamente sullo stesso campo dove poi semina. Infine restituisce, e dà coscienza. Le cosiddette passeggiate, o gli spettacoli. L’intervento sul territorio. La pratica del racconto, che è anch’essa pratica del bisogno. Il narratore dà forza alla stessa cultura che si esprime nel racconto di comunità. Ristrutturandola come tale. Di nuovo come cultura. L’alba stessa di un’alternativa. Il narratore è innanzitutto una forma di espressione e di organizzazione spontanea del mondo popolare. In tal caso della Tuscia. Che Antonello Ricci, dalla banda del racconto al master, ha saputo trasformare in metodo. Scientifico e di intervento. Dando pure vita a una scuola di cui le cene organizzate da Natali e Pasquinelli sono una delle versioni meglio riuscite. Un atto d’amore per la propria terra.


Vetralla - Pietro Benedetti

Vetralla – Pietro Benedetti


Il menu è infine interpretato da Vincenzo Pasquinelli. Il nonno era il Burano. Poeta a braccio, come ce ne erano tanti da queste parti e per tutta la Maremma. Le sue poesie stanno dappertutto, per accompagnare le serate di tutti. A braccio, perché questi poeti, spesso poveri e additati, ma sacri per chi li esprimeva, prendevano spunto da un tema qualsiasi, datogli lì anche all’istante, e creavano dal nulla rime come l’uomo ragno la tela dai polsi. Astuti conoscitori dei capolavori della letteratura, da Dante a Tasso e all’Ariosto, gli ultimi quarant’anni se li sono portati via quasi tutti. Non per cause naturali. Ma perché un’intera cultura contadina per poco non è stata annientata dalla modernizzazione. Il lavoro di Vincenzo Pasquinelli tiene in vita questa cultura. Ha studiato materiale scientifiche all’università di Perugia, dove ha conosciuto la moglie Lorena. Hanno avuto quattro figlie femmine e un maschio, Achille. Come il nonno. 

“Non ho pensato al menu – racconta Pasquinelli -. Ho pensato a cosa avrebbe potuto mangiare una persona che stava vivendo una latitanza decennale nei boschi. Alla fine mangiavano quello che mangiavano i contadini che gli davano protezione. Il cibo di una cultura, che qui abbiamo voluto riproporre. Il cibo, di qualità, di queste terre. Una cultura che abbiamo voluto interpretare anche rispetto al presente”. In vista della sua trasmissione al futuro.

Daniele Camilli 


Multimedia – Fotogallery: “A cena con i briganti…” – Video: Narratori e comunità   

 


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19 luglio, 2019

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