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L'irriverente

De Crescenzo, elogio del pressappoco

di Renzo Trappolini

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Luciano De Crescenzo

Luciano De Crescenzo

Viterbo – Pressappoco è morto, Luciano De Crescenzo che al “pressappoco” dedicò uno dei suoi libri di cultura e didattica sociale, perché il dubito ergo sum – mi chiedo se è vero che ci sono e, allora, ci sono – per lui era il livello più alto del pensare umano “ salvo poi pentirsi non appena si scopre che il Paradiso esiste davvero”.

E, pensando di dover litigare, una volta morto, col custode per entrarvisi preparava a citare “tutte le volte che avrei potuto comportarmi da fetente e che, invece, grazie a Dio, anzi grazie al pressappochismo, ho evitato di farlo”.

Perché “pressappoco” non è solo un avverbio ma un modo di intendere la vita e l’uso di parole come quasi, circa, forse gli faceva preferire chi se ne serviva ad ogni frase rispetto a quelli che son sicuri, certi di tutto, tutto quel che pensano.

Il pressappoco è – dice il sociologo De Masi – metafora dell’arte, della poesia, della fantasia. Un andar per curve che consente, quando necessario, di correggere la direzione e si contrappone alla linea retta delle certezze, tecnologiche o religiose che siano.

Due concetti antitetici nella stessa parola: uno “violento” come pressare, l’altro affettuoso, umile come “poco”, il modo più adatto per cogliere e capire le difficolta che ci sono d’intorno e da cui non farsi sopraffare, consapevolezza che ogni problema può avere più soluzioni e chi le considera senza sposarne subito d’impatto una lo chiamano pressappochista e può pure rimetterci la carriera.

Come quando, il cultore del pressappoco, ancora ingegner De Crescenzo dell’Ibm, rischiò il posto per aver suggerito due ipotesi di progetto senza preferirne alcuna.

Anche per l’ordine e il disordine vale il pressappoco, perché, se, ad esempio, sporcizia è uguale a disordine, “pulire un posto vuol dire sporcarne un altro”, quello in cui viene trasferito lo sporco del primo luogo.

Insomma, elogio del pressappoco, che a una certa età si sente di più perché” è difficile stabilire quando uno si può chiamare vecchio. Quando non riesce a sopportare le perdite di tempo, come stare due ore a vedere un film noioso. Per il Maestro di vita, di filosofia e di certezza delle incertezze, il consiglio è ” sedersi nelle ultime file in modo da potersene andare senza farsi vedere”.

“Il cristianesimo ha scelto come slogan: siamo nati per soffrire e, sarò un pochino ateo, ma considero la morte il più bel regalo di Dio a una persona che soffre e l’importante non è tanto l’esistenza di Dio, quanto l’esistenza del Dopo”.

Addio professor Bellavista. Pressappoco, Luciano De Crescenzo.

Renzo Trappolini


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21 luglio, 2019

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