--
    Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • Wikio IT
    • YahooMyWeb
    • MySpace
    • Y!GG
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Milano - L'uomo è stato condannato al "fine pena mai" a distanza di 31 anni dal delitto - Inchiodato da una lettera spedita il giorno del funerale

Omicidio Lidia Macchi, chiesto l’ergastolo anche in appello per Stefano Binda

Teverina-Buskers-560x60-sett-19

Condividi la notizia:

Lidia Macchi

Lidia Macchi

Milano – Delitto Macchi, chiesto l’ergastolo anche in appello per Binda condannato dopo 31 anni.

E’ il cold case per eccellenza della cronaca nera italiana. Tra oggi e domani è attesa la sentenza sul caso Lidia Macchi.

La corte d’appello di Milano è in camera di consiglio per decidere sull’assoluzione o condanna dell’oggi 51enne Stefano Binda, l’amico della ragazza accoltellata senza pietà con 29 fendenti nel bosco di Cittiglio nell’ormai lontanissimo 1987.

In primo grado Binda è stato condannato all’ergastolo per omicidio volontario aggravato dalla violenza sessuale nell’aprile 2018, dopo la clamorosa riapertura del caso in seguito a una lettera a lui riconducibile. La lettera “In morta di un’amica”, spedita il giorno del funerale e considerata dall’accusa la prova regina contro l’uomo.

Per il procuratore generale di Milano, Gemma Gualdi, che al termine della sua requisitoria ha chiesto la condanna all’ergastolo anche in appello: “Il poeta anonimo è certamente Stefano Binda e Binda ha scritto quella lettera perché ha vissuto i fatti descritti”.

“Io sono innocente. Non l’ho uccisa io, non so nulla di quella sera, ero a Pragelato dall’uno al sei gennaio 1987, ricordo di due pullman di persone e solo al ritorno ho appreso della notizia dell’uccisione di Lidia Macchi”, si è difeso Binda in aula, facendo riferimento alla vacanza di Gioventù Studentesca, dove l’allora ragazzo sosteneva di esser stato per l’intera durata non potendo dunque essere presente al momento dell’omicidio.

“Sono estraneo a tutti i fatti, a tutti gli addebiti. Non ho spedito, non ho fatto arrivare a chicchessia nulla che fosse anonimo . Non ho ucciso persone, sono innocente”,  ha proseguito. 

L’indagine sull’omicidio del 1987, inizialmente a Varese, è stata presa in carico dalla procura di Milano. Nel 2014 la segnalazione di una donna ha portato a una svolta. La donna diceva di aver riconosciuto la scrittura di Binda nella lettera anonima recapitata ai genitori di Lidia nel 1987 e ripubblicata dai giornali ai giorni nostri. 

Stefano Binda, negli anni Ottanta, avrebbe avuto un certo ascendente tra i coetanei, ma doveva anche fare i conti con la tossicodipendenza. La ricostruzione della procura ipotizza che Lidia volesse aiutare Stefano e che per questo sia finita nel boschetto dietro l’ospedale di Cittiglio, dove consumò un rapporto sessuale con il presunto assassino (non si sa se consenziente o meno). La procura sintetizza così il movente: “Ha paura che Lidia confessi quanto è successo alla sua famiglia, alle guide spirituali, agli amici. Allora perde la testa, estrae un coltello e colpisce Lidia al torace e al collo”. 


Condividi la notizia:
24 luglio, 2019

    • Altri articoli

    • Articoli recenti

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564Informativa GDPR