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Bari - E' il magistrato che imponeva un dress-code alle borsiste - Sta ai domiciliari anche per calunnia e minacce al presidente del consiglio Giuseppe Conte

Minigonna obbligatoria e minacce al premier, arrestato l’ex giudice Francesco Bellomo

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Francesco Bellomo

Francesco Bellomo

Bari – Arresti domiciliari per Francesco Bellomo, 47 anni, l’ex giudice barese del consiglio di stato, docente e direttore scientifico dei corsi post-universitari che imponeva la minigonna alle borsiste. 

È accusato di abusi contro le studentesse che frequentavano i suoi corsi e anche di aver minacciato il premier Giuseppe Conte.

L’ex direttore scientifico, dal 2009, dei corsi post-universitari per la preparazione al concorso in magistratura della scuola di formazione giuridica avanzata “Diritto e Scienza”, risponde dei reati di maltrattamento nei confronti di quattro donne, tre borsiste e una ricercatrice, alle quali aveva imposto un dress code, e di estorsione aggravata ai danni di un’altra corsista.

Secondo Bellomo, le borsiste della scuola di formazione dovevano attenersi ad un preciso dress code: classico per gli “eventi burocratici”, intermedio per “corsi e convegni” ed estremo, per “eventi mondani” e dovevano “curare la propria immagine anche dal punto di vista dinamico (gesti, conversazione, movimenti), onde assicurare il più possibile l’armonia, l’eleganza e la superiore trasgressività, al fine di pubblicizzare l’immagine della scuola e della società.

L’abbigliamento definito estremo prevedeva “gonna molto corta (1/3 della lunghezza tra giro vita e ginocchio), sia stretta che morbida più maglioncino o maglina, oppure vestito di analoga lunghezza”; quello “intermedio” “gonna corta (da 1/3 a ½ della lunghezza tra giro vita e ginocchio), sia stretta che morbida più camicetta, oppure vestito morbido di analoga lunghezza, anche senza maniche; il “classico” “gonna sopra il ginocchio (da ½ a 2/3 della lunghezza tra giro vita e ginocchio) diritta più camicetta, oppure tailleur, oppure pantaloni aderenti + maglia scollata. Alternati”.

Il dress code imponeva anche “gonne e vestiti di colore preferibilmente nero o, nella stagione estiva, bianco. Nella stagione invernale calze chiare o velate leggere, non con pizzo o disegni di fantasia; cappotto poco sopra al ginocchio o piumino di colore rosso o nero, oppure giacca di pelle. Stivali o scarpe non a punta, anche eleganti in vernice, tacco 8-12 cm a seconda dell’altezza, preferibilmente non a spillo. Borsa piccola. Trucco calcato o intermedio, preferibilmente un rossetto acceso e valorizzazione di zigomi e sopracciglia; smalto sulle mani di colore chiaro o medio (no rosso e no nero) oppure french”.

Ad alcune borsiste della scuola di formazione era imposto “il divieto di contrarre matrimonio a pena di decadenza automatica dalla borsa”. Alle ragazze era imposto un contratto che “imponeva una serie di obblighi e di divieti”, come la “fedeltà nei confronti del direttore scientifico” e “l’obbligo di segretezza sul contenuto delle comunicazioni intercorse”.

Bellomo è indagato anche per i reati di calunnia e minaccia ai danni del presidente del consiglio Conte. L’accusa, contenuta nell’ordinanza di arresto per maltrattamenti ed estorsione nei confronti di cinque ex borsiste, risale al settembre 2017, quando Conte era vicepresidente del consiglio di presidenza della giustizia amministrativa e presidente della commissione disciplinare chiamata a pronunciarsi su Bellomo.

L’ex magistrato aveva citato per danni dinanzi al tribunale di Bari Conte e un’altra ex componente della commissione disciplinare, Concetta Plantamura, “incolpandoli falsamente di aver esercitato in modo strumentale e illegale il potere disciplinare, svolgendo deliberatamente e sistematicamente una “attività di oppressione nei suoi confronti, mossa – denunciava Bellomo – da un palese intento persecutorio, dipanatosi in un numero impressionante di violazioni procedurali e sostanziali, in dichiarazioni e comportamenti apertamente contrassegnate dal pregiudizio”.

Pochi giorni dopo la notifica della citazione e nell’imminenza della seduta del Plenum per la discussione finale del procedimento disciplinare a suo carico, Bellomo avrebbe depositato una memoria chiedendo “l’annullamento in autotutela degli atti del giudizio disciplinare per vizio di procedura” e il suo “proscioglimento immediato” per “evitare ogni ulteriore aggravamento dei danni ingiusti già subiti”.

Per la procura di Bari, Bellomo avrebbe così “implicitamente prospettato oltre all’aggravarsi dell’entità del risarcimento chiesto, anche il possibile esercizio di azioni civili in caso di ulteriori danni”. Avrebbe quindi minacciato Conte e Plantamura “per turbarne l’attività nel procedimento disciplinare a suo carico – si legge nell’imputazione – e impedire la loro partecipazione alla discussione finale, influenzandone la libertà di scelta e determinando la loro estensione, benché il Cpga avesse votato all’unanimità, ed in loro assenza, l’insussistenza di cause di astensione e ricusazione”.


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9 luglio, 2019

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