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Pedofilo seriale - Parla uno dei difensori del 29enne pakistano, arrestato il primo giugno per pedofilia - E' rimasto in carcere fino al 26 luglio, quando le vittime, che lo avevano visto solo in foto, dal vivo non lo hanno riconosciuto

“Due mesi dietro le sbarre, quando sarebbe bastato fare prima il confronto all’americana”

di Silvana Cortignani
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Tribunale - I difensori Marina Bernini e Samuele De Santis

Tribunale – I difensori Marina Bernini e Samuele De Santis

Viterbo – “Due mesi di carcere, quando sarebbe bastato fare prima il confronto all’americana”. Non hanno dubbi i difensori del 29enne pakistano, tuttora indagato per violenza sessuale su minori, rimesso in libertà venerdì scorso, col solo obbligo quotidiano di firma, in seguito al mancato riconoscimento da parte delle quattro presunte vittime durante l’incidente probatorio.

Prima del confronto dal vivo, lo avevano visto solo in foto. 

Un innocente, secondo la difesa. Il quadro indiziario resta invece lo stesso per la pm Chiara Capezzuto che, a differenza del gip Francesco Rigato, ha dato parere sfavorevole alla scarcerazione.

Durante le indagini che hanno preceduto la misura di custodia cautelare nel carcere di Mammagialla, il giovane era stato riconosciuto in una rosa di fotografie. In quei giorni le indagini erano coperte dal segreto e il 29enne non sapeva di essere indagato per cui non poteva difendersi, contestando la bontà del riconoscimento. Ha potuto farlo dopo l’arresto, quando si trovava già dietro le sbarre, dove è rimasto dal 1 giugno al 26 luglio. Vedendolo dal vivo, le ragazzine, di età compresa tra i 10 e 13 anni, non sono state in grado  di identificarlo con certezza.

“Nei video girati in questura, si capisce che le bambine erano state suggestionate vedendo le foto. Da subito, vedendo quel video, si capiva quanto fragili e suggestionate fossero le minori. E’ ora di finirla con i riconoscimenti fotografici atipici e scarsamente garantisti nei confronti delle persone indagate. Non è colpa degli operanti, la cui serietà e buonafede non viene messa in discussione, ma di una prassi che deve cambiare”, spiega l’avvocato De Santis, che con la collega Marina Bernini assiste il giovane operaio agricolo, regolare in Italia, scappato dal Pakistan in cerca di un futuro migliore. 

Due delle ragazzine, la tredicenne e l’undicenne che avrebbe molestato a poche ore di distanza l’una dall’altra il 2 maggio, avevano effettuato in precedenza il cosiddetto riconoscimento fotografico che, assieme ai filmati della videosorveglianza, aveva portato all’arresto del primo giugno. Gli avvocati Marina Bernini e Samuele De Santis hanno però contestato tale riconoscimento fin dal primo momento, chiedendo che il giovane venisse nuovamente mostrato alle vittime, comprese le due individuate successivamente, per episodi del 9 e del 28 maggio, al di là di uno specchio unidirezionale, vicino ad altri due uomini a lui somiglianti nell’aspetto e nell’abbigliamento. A partire dalla carnagione scura e dai capelli neri, indicati da tutte le minori.

“Se la ricognizione dal vivo con altri soggetti simili fosse stata fatta subito, il nostro assistito non sarebbe rimasto ingiustamente per quasi due mesi a Mammagialla”, la conclusione del legale. 

Silvana Cortignani


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31 luglio, 2019

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