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Viterbo - Omicidio del Suffragio - Per il difensore Luca Paoletti si tratta o di totale vizio di mente o di omicidio preterintenzionale - Il 32enne di Corchiano, al momento del delitto, sarebbe stato ricercato per essersi sottratto al ricovero in residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza

“Pavani non voleva uccidere, non merita una condanna a 15 anni”

di Silvana Cortignani

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Viterbo - Omicidio in via Fontanella del Suffragio - Il fermato Stefano Pavani e la vittima Daniele Barchi

Viterbo – Omicidio in via Fontanella del Suffragio – Il fermato Stefano Pavani e la vittima Daniele Barchi

Il pm Stefano D'Arma

Il pm Stefano D’Arma

L'avvocato Luca Paoletti

L’avvocato Luca Paoletti

Viterbo – “Stefano Pavani non voleva uccidere Daniele Barchi”. Non secondo l’avvocato Luca Paoletti, che difende il 32enne di Corchiano che la notte tra il 20 e il 21 maggio dell’anno scorso ha massacrato di botte fino a ucciderlo il 42enne che lo ospitava nella sua casa di via Fontanella del Suffragio.

Secondo una prima ricostruzione, a scatenare la furia omicida sarebbe stata la richiesta di andarsene. 

Il pubblico ministero Stefano D’arma, pur riconoscendo la seminfermità di mente, ha chiesto, con lo sconto di un terzo della pena previsto dal rito, che il 32enne venga condannato a 15 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio volontario aggravato. Il giudice ha rinviato a mercoledì prossimo, il 10 luglio, la sentenza. 


– Omicidio del Suffragio, l’accusa chiede 15 anni e 4 mesi per Stefano Pavani


Barchi, originario di Novi Velia in provincia di Salerno e cresciuto a Gaeta, dove vivono i suoi genitori, sarebbe stato vittima di una feroce aggressione, forse andata avanti per più giorni, si disse per un intero fine settimana, in seguito alla quale, secondo l’accusa, sarebbe morto in maniera orribile, dopo avere tentato in tutti i modi di difendersi dal suo assassino. 

Non appena rinvenuto il cadavere, la sera del 22 maggio, tra le mura di un garage trasformato in monolocale in quella stradina tra corso Italia e via Mazzini, si è parlato di “mattanza”, di calci, pugni, graffi, lividi su tutto il corpo, di una “forchettata” al collo del 42enne.

“Credo che lui abbia ammazzato un uomo, perché quell’uomo non respira più”, disse la fidanzata di Pavani alla polizia conducendo gli agenti sulla scena del crimine, finendo indagata in concorso, dal momento che non aveva denunciato subito il delitto.

“Il mio assistito non voleva uccidere. Non sono stati i futili motivi il movente dell’aggressione, ma la sua totale infermità mentale”, ha detto ieri il legale chiedendo il proscioglimento dell’omicida del Suffragio per totale vizio di mente alla gip Savina Poli, davanti alla quale è in corso il processo col rito abbreviato a Pavani.

“Non si tratta di omicidio volontario aggravato come sostiene l’accusa. La morte è stata conseguenza della condotta di Pavani, sulla cui seminfermità mentale, se non totale, concordano tutti gli psichiatri che lo hanno visitato. Ma Pavani non voleva cagionare la morte di Barchi. Per questo chiedo, in subordine alla non imputabilità per totale vizio di mente, la riqualificazione del reato da omicidio volontario aggravato a omicidio preterintenzionale, con l’esclusione di tutte le aggravanti“, ha detto Paoletti durante la sua arringa difensiva. 

Alla discussione erano presenti, come in tutte le precedenti udienze, anche i genitori della vittima, che si sono costituiti parte civile con l’avvocato Pasqualino Magliuzzi del foro di Latina.

Impossibile non ripensare al precedente. Cinque anni fa Pavani, la notte tra il 21 e il 22 giugno 2014, era stato già arrestato per una brutale aggressione a bottigliate nei confronti di un sessantenne di Corchiano, avvenuta in un bar del centro storico.

La bottiglia, per la violenza dei colpi inferti, finì in frantumi e la vittima riportò uno sfregio all’occhio destro, con una prognosi di trenta giorni, riportando danni permanenti alla vista.

Processato per lesioni aggravate, fu condannato ma non finì in carcere, bensì fu disposto il ricovero in una Rems (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), in base alla perizia psichiatrica disposta dal tribunale e richiesta anche allora dal difensore Luca Paoletti, secondo cui Pavani era affetto da un disturbo della personalità che minava fortemente la sua capacità di intendere e di volere.

Dal ricovero in una Rems però Pavani si sarebbe sottratto, trovando ospitalità a casa di un ignaro Daniele Barchi, tanto che sulla banca dati, al momento del fermo,il 32enne sarebbe risultato come “ricercato”. 

Silvana Cortignani


 

 


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5 luglio, 2019

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