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L'opinione del sociologo - Un contributo sulla situazione del centro storico

Viterbo va rifondata ma non per il tornaconto personale di qualcuno

di Francesco Mattioli

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Viterbo - Il centro storico dall'alto dall'alto

Viterbo – Il centro storico dall’alto

Viterbo - Centro storico

Viterbo – Centro storico

Viterbo - Il centro storico

Viterbo – Il centro storico

Viterbo – Una notte di attrazioni popolari, favorita dal clima estivo e dai negozi aperti fino a tardi per i tradizionali saldi di luglio, sono una rondine che non fa primavera.

Ha rianimato il centro storico? Forse ha rianimato tre o quattro vie cittadine, quelle del vecchio “struscio” (tipo corso Italia), dei percorsi turistici obbligati (come via San Lorenzo) ma, in un centro storico racchiuso in quattro chilometri di mura, quella rondine si è anche perduta in un dedalo di vie deserte e pressoché abbandonate perfino quella notte.

Viterbo non è Civita di Bagnoregio, non è un presepe (con tutto rispetto parlando, beninteso) con qualche decina di volenterosi abitanti molti dei quali vi risiedono sei mesi all’anno.

Il centro storico di Viterbo subisce un trend che (più o meno frenato, rivisitato, limitato) riguarda ogni città, piccola o grande che sia. Si tratta semplicemente delle conseguenze dell’evoluzione delle città, che nel 21esimo scolo non sono né quelle medievali delle vie strette per ragion di sicurezza, né quelle della disseminazione delle attività commerciali del ‘900. Le città oggi hanno altre forme abitative, altre vocazioni paesaggistiche e territoriali, altre dinamiche socioeconomiche e sono legate alla qualità e al significato socioculturale degli spostamenti individuali e collettivi.

La motorizzazione riveste un ruolo fondamentale. Ha bisogno di spazio. Non è questione di inquinamento, ma di spazio. Un suv elettrico continuerà a non districarsi in via della Marrocca, un bus pubblico avrà difficoltà a percorrere via Mazzini. Viterbo non è Miami, che ha tutte vie larghe e rettilinee. Se poi la città ha andamento collinare, anche i percorsi pedonali e quelli ciclabili esigono accorgimenti tecnologici particolari. Viterbo non è Ferrara, tutta piatta.

Ma sono soprattutto le modalità di consumo oggi a incidere. Le persone hanno bisogno di aree commerciali dove in pochi metri possono trovare gran parte di ciò di cui hanno bisogno, a cominciare dai supermercati. Negli anni ’50 chi abitava in centro faceva una sorta di allegra processione a piedi tra il fornaio, la latteria, la macelleria, la “pizzicheria”, la vineria, il fruttivendolo e la pasticceria. Non potendo aggirarsi con sporte troppo pesanti, per fare la “spesa” occorreva uscire tre o quattro volte al giorno, e magari tre o quattro volte alla settimana. Buono per alimentare le conoscenze e le amicizie, ma faticoso.

Per contro oggi, mentre sono cresciuti i bisogni, è diminuito il tempo a disposizione per la spesa, che in genere si concentra su un paio di volte alla settimana e in un’unica soluzione nella giornata. E’ la logica del supermercato, appunto. Che però esige un accessibilità motorizzata, tanto che i primi supermercati viterbesi nacquero quasi esclusivamente nelle nuove periferie (Ellera, Cappuccini, via Diaz). Nel tempo, si è sviluppata la logica del centro commerciale: ampi spazi, ampi parcheggi, tanti negozi diversi, rigorosamente lungo le arterie di maggiore traffico automobilistico. In particolare, risulta molto appetibile il centro commerciale coperto e delimitato da un vero e proprio spazio relazionale riparato e controllato. Qui non solo trovi il parcheggio a pochi metri dai negozi, non solo ti porti il carrello della spesa ovunque, ma non hai né il problema della pioggia, del vento o del solleone, né quello della sicurezza (grazie alla sorveglianza), né quello dell’igiene (grazie al continuo passaggio delle pulizie). Di fronte a tutto questo, il centro storico è perdente.

E non è solo questione di consumi, anche di vivibilità. Le abitazioni del centro storico non offrono le stesse comodità di quelle di periferia. In termini di spazi, di accessi, di risparmio energetico, di manutenzione, di riservatezza, di disponibilità di garage e di parcheggi, di verde. Così, con l’eccezione di talune abitazioni monumentali e di pregio, il centro storico si svuota di residenti. Si crea un processo di gentrificazione non virtuosa, per cui il valore immobiliare delle case diminuisce, la scarsa popolazione perde anche di qualità sociale e non si riconosce nelle tradizioni culturali dei vecchi quartieri, che così vedono sparire anche la loro identità storica (si pensi a San Faustino). Restano certi percorsi-Disneyland a beneficio del turista (e non si possono concepire diversamente, perché oggi anche il turismo culturale deve essere popolare, non d’elite alla Stendhal). Ma il resto del centro si degrada, nonostante la buona volontà di qualche residente più romantico e tignoso che vuol restare tra le mura amiche della città antica.

I tempi cambiano e cambiano velocemente. Tra dieci anni lo sviluppo del e-commerce, già gigantesco in alcuni paesi, soprattutto oltreoceano e nel nord Europa, metterà in crisi anche i punti vendita dei centri commerciali. E’ una specie di nemesi storica: i negozi misero in crisi gli ambulanti, i centri commerciali hanno messo in crisi i negozi, le vendite online metteranno in crisi i centri commerciali. Già oggi molti punti vendita si stanno trasformando in centri di servizio e assistenza al consumatore on line, entrando in un articolato processo di consumer care.

Allora, che fare dei centri storici? Se la chiusura al traffico veicolare appare scontata, è chiaro che gli spostamenti interni devono essere garantiti da servizi pubblici capillari, sia sul piano spaziale che soprattutto sul piano temporale. Se devo aspettare un quarto d’ora un bus per andare da porta Romana a porta Fiorentina, vado a piedi o prendo la macchina (euro 6, elettrica o quel che si vuole) intasando così le vie.

Se il mercato immobiliare langue, è chiaro che occorre creare accessi e parcheggi facilitati per i residenti, magari scavando nel sottosuolo. Come è chiaro che occorre dimezzare le tasse per chi abita o opera in centro e semplificare le modalità tecnico-burocratiche di riqualificazione delle abitazioni.

Se si vogliono incentivare le attività commerciali (compreso un artigianato compatibile con la vita urbana di oggi, altrimenti stiamo nel vaneggio ideologico), occorre trasformare le vie di maggiore attrazione in veri e propri centri commerciali: protetti dalle intemperie con strutture rimovibili, controllati da una stretta vigilanza, pubblica e privata, anche negli accessi secondari, continuamente assistiti da un servizio di igiene di controllo e rimozione dei rifiuti, completamente chiusi (e sempre) a qualsivoglia traffico veicolare, ma soprattutto assistiti da ampi parcheggi prossimali, sotterranei e comunque facilmente accessibili e raggiungibili.

Non si tratta di sogni. Molte città sono riuscite ad invertire i trends negativi proprio intervenendo pesantemente in queste direzioni. Sono ovviamente facilitate le città di grande attrazione turistica, anche se magari languono al di fuori dei circuiti e dei percorsi tradizionali. Ma anche città più piccole hanno sfruttato le loro dimensioni limitate proprio per ricreare spazi di aggregazione continuativi, non legati a singoli eventi. E’ sufficiente talvolta un grosso polo turistico per invertire la rotta, per creare una mentalità culturale diversa. Gli esempi migliori sono nell’Italia centrosettentrionale e soprattutto all’estero.

Certo, il cambiamento culturale, delle abitudini e delle mentalità, è fondamentale. Se qualcuno ancora divisa di creare case popolari nel complesso dell’ex ospedale, invece che accogliervi la spa di una catena alberghiera internazionale, se qualcuno scoraggia l’impresa privata, se qualcuno ha interesse a che la bella addormentata continui il suo sonno, se qualcuno è preda di gelosie private piuttosto che della sana voglia di cooperare per una crescita che è innanzitutto culturale, allora il cammino è segnato: ci pensano la storia, il cambiamento, a fare triste giustizia della mancanza di determinazione, di fantasia, di cultura, e a far sprofondare definitivamente il centro storico di Viterbo in un deserto senza ritorno.

Dice: le idee ci sono, mancano i mezzi. Non è esatto, specie se si apre al privato e se da Roma, oltre alla monnezza, arrivano anche i soldi. Urbanisti, architetti, socioantropologi, donne e uomini di cultura e di buona volontà, operatori economici e imprenditori coraggiosi, politici d’avanguardia pronti a cavalcare una utopia creatrice sono chiamati non a sproloquiare su ipotetici progetti o su paletti ideologici, ma a mettersi attorno ad un tavolo per stilare linee guida generali e conseguenti programmi operativi. A una condizione: che il primo obiettivo sia rifondare Viterbo, non il proprio, pur lecito e rispettabile, tornaconto personale.

Francesco Mattioli


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19 luglio, 2019

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