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Viterbo - 22enne condannato in via definitiva a 4 anni e 8 mesi di reclusione per tentato omicidio - La Cassazione: "Animato da sete di vendetta, voleva uccidere la vittima"

Gli spacca la testa a sprangate nel centro d’accoglienza

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La suprema corte di Cassazione

La suprema corte di Cassazione

Viterbo – (r.s.) – Sprangate nel centro d’accoglienza, 22enne condannato a 4 anni e 8 mesi di reclusione per tentato omicidio.

L’episodio risale ad alcuni anni fa. Ma è recente la sentenza con cui la Cassazione ha respinto il ricorso del 22enne, facendo così diventare definitiva la pena inflitta dal gip del tribunale di Viterbo e già confermata dai giudici d’appello di Roma.

Stando alle carte della suprema corte, è notte quando il 22enne, ospite di un centro d’accoglienza del Viterbese, piomba nella camera della vittima e la colpisce “ripetutamente e violentemente al capo, al volto, all’addome e alle gambe”. Con un tubo Innocenti, utilizzato soprattutto per la realizzazione di ponteggi in metallo, “che aveva prelevato da un magazzino della struttura di accoglienza”. I giudici la definiscono “un’arma micidiale, anche perché aveva dei ferri nella parte finale”.

Per la vittima “gravi fratture ed ematomi alla testa” e il ricovero “al pronto soccorso in codice rosso”, da cui sarebbe uscita solo dopo 10 giorni. Dalla sentenza emerge che la vittima “non aveva avuto la possibilità di reagire in alcun modo”, mentre il 22enne non sarebbe riuscito “nell’intento omicida soltanto in conseguenza dell’intervento di altri due ospiti che lo avevano bloccato con la forza e lo avevano disarmato”. Il primo ospite intervenuto è stato il compagno di stanza della vittima che, stando sempre alle carte della Cassazione, “aveva urlato al 22enne di fermarsi”. Ma “questi non lo aveva fatto e si era divincolato”, per poi “reagire contro di lui che, però, era riuscito a bloccarlo con l’aiuto di un altro ospite, afferrandolo da dietro”.

Il movente delle sprangate? Il 22enne ha “sostenuto di aver colpito la vittima perché da lui aggredito”. Una “versione inattendibile” però per i giudici, secondo i quali “l’imputato era animato da sete di vendetta per quanto avvenuto in un episodio precedente e aveva agito con dolo omicidiario, accettando il rischio di lesioni o di un evento più grave”. A dimostrare l’intento omicida, secondo i giudici, “il numero e la violenza dei colpi, nonché la parte del corpo attinta”. A tutto ciò vanno aggiunte le “dichiarazioni della direttrice del centro d’accoglienza sull’indole violenta dell’imputato, che l’aveva indotta a segnalarlo già in due precedenti occasioni alla prefettura”.

Già in secondo grado l’avvocato del 22enne aveva chiesto la riqualificazione del reato in lesioni personali gravi. Respinto l’appello, si è rivolto in Cassazione. Ma anche per la suprema corte “il ricorso è inammissibile”. I giudici di terzo grado hanno negato le attenuanti generiche evidenziando i “motivi della condotta, una vendetta rispetto a un episodio precedente, oltre che sull’intensità del dolo, evidente poiché l’imputato avrebbe continuato a colpire la testa della vittima con il tubo di metallo se non fosse intervenuto il connazionale. Nonché sulla personalità negativa del soggetto”. La condanna a 4 anni e 8 mesi di reclusione, inflitta per tentato omicidio dal gip di Viterbo, è così diventata definitiva.


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19 agosto, 2019

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