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Le strade che raccontano la memoria di chi non c’è più

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Viterbo – I morti si contano. Soprattutto per strada. Una memoria diffusa. La cimina, la vetrallese, la cassia. Incidenti dove qualcuno ha perso la vita ricordati da fiori e piccoli monumenti a ricordo.

Lungo la via. A fare da contro canto alla sepoltura. Il luogo dove riposano. Il luogo dove sono andati incontro alla fine. Come se l’anima, oppure parte d’essa, fosse ancora lì conservata. La sua immagine. Come se fosse in parte intrappolata. 




Le strade della memoria [4]

Le strade della memoria


Lungo la via il ricordo. Fin dal passato, quando lungo la cassia s’incontravano i mausolei, oggi ancora visibili i ruderi. Oppure i cimiteri urbani, in città fino all’editto di Napoleone che li spostò fuori, per tornare di nuovo ad essere parte integrante del tessuto urbano più di recente. Nelle città che contano, veri e propri quartieri circondati da mura, come il Verano a Roma.


Fotoracconto: Le strade della memoria [5]


Le lapidi in strada sono l’altro lato della medaglia della sepoltura quanto la morte è stata violenta e prematura. Come ogni morte violenta. Quasi fosse una guerra, quella del motore che soltanto sull’asfalto si manifesta. E arrivare la morte, a volte inspiegabile, dovuta a distrazione.


Le strade della memoria [6]

Le strade della memoria


Questi piccoli templi che di volta in volta incontriamo ricordano una vita spezzata. Un monito per chi percorre la strada. Il libro dei morti. Un po’ come il cimitero di Massimiliano Fuksas a Civita Castellana. Su palafitte che, per quel che ne resta, mostrano cassetti e valigie aperte. C’è sempre qualcosa in disordine, lasciato indietro. Quando si muore. Qualcuno che aspetta a pranzo. A casa. O al ritorno da una festa. Una maglietta della Lazio. E soprattutto i fiori. Lasciati lì a resistere, a ricordare. Col tempo che passa e qualche ricordo lasciato lì che scompare.


Le strade della memoria [7]

Le strade della memoria


A volte basta spostare un pò l’erba sul ciglio della carreggiata. Per trovare il monumento a un ragazzo morto in moto nell’84, tanti anni fa. Tra Cura e Tre Croci, vicino Vetralla. I morti d’incidente lungo la Cimina, che quest’anno sono stati tanti. Il mazzo sul guardrail tra Fabrica e Vignanello. La cassia, uno appresso all’altro. Fino a una decina d’anni fa, prima del bivio per il lago Di Vico, i monumenti a figli defunti erano almeno cinque. Su uno, a ridosso di una cisterna romana, stava anche la bandiera albanese col simbolo di Scanderbeg, Giorgio Castriota che nel XV secolo tenne testa ai turchi.


Le strade della memoria [8]

Le strade della memoria


Monumenti che ciascun comune potrebbe fare propri. Potrebbe, basterebbe una delibera d’intenti, dichiararli parte della propria memoria e tutelarli. Ogni tanto, aiutando le famiglie, sistemarli. Come figli che gli sono appartenuti.

Daniele Camilli 


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