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Acquapendente - Interrogatorio di garanzia per il 59enne accusato di sfruttamento da tre richiedenti asilo impiegati come taglialegna - La difesa chiede la revoca dei domiciliari

Boscaioli sottopagati e schiavizzati, l’imprenditore arrestato respinge le accuse

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Viterbo - Tribunale - Carabinieri

Viterbo – Tribunale – Carabinieri

Acquapendente – (sil.co.) – Boscaioli extracomunitari sottopagati e schiavizzati, l’imprenditore rigetta tutte le accuse. 

Non si è sottratto alle domande del gip Rita Cialoni il commerciante di legname di Acqupendente arrestato lunedì mattina con l’accusa di sfruttamento dei lavoratori aggravato dal caporalato.

Ieri mattina C.S., 59 anni, è comparso con il difensore Enrico Valentini davanti al giudice per l’interrogatorio di garanzia, che si è svolto in tribunale. Non si è avvalso della facoltà di non rispondere e ha negato ogni addebito.

“Il mio assistito ha risposto a tutte le domande, chiarendo al giudice per le indagini preliminari la sua posizione. Al termine ho chiesto la revoca degli arresti domiciliari oppure la sostituzione della misura di custodia cautelare”, ha spiegato Valentini, lasciando il palazzo di giustizia di via Falcone e Borsellino.

E’ il taglialegna titolare di una piccola ditta a gestione familiare arrestato in seguito alle accuse di tre dipendenti. Presunte vittime degli extracomunitari richiedenti asilo impiegati come boscaioli. 

“Ma quale caporalato? Ma quali boscaioli schiavizzati? La mattina offriva la colazione al bar agli operai e per dargli i soldi per festeggiare la fine del ramadan ha venduto la madia della nonna”, diceva Valentini alla vigilia dell’interrogatorio. 

“Tutti e tre venivano pagati settimanalmente. La busta paga complessiva di 850 euro è relativa alle ore di lavoro, un giorno sì e tre no. Quella di 1530 euro, sempre per tutti e tre, è perché manca dei 300 euro già dati agli operai come acconto, per cui si arriva a 1830 euro. Durante l’estate, invece, è impossibile che lavorassero di pomeriggio, perché nelle ore pomeridiane nei boschi, col caldo, non si può stare a tagliare la legna”, avrebbe spiegato il 59enne al giudice.

Secondo il pm Massimiliano Siddi, li avrebbe costretti a lavorare per 200 euro al mese, approfittando del loro stato estremo di bisogno. Le vittime sarebbero state sottoposte ad orari di lavoro esorbitanti rispetto ai limiti previsti dai contratti collettivi nazionali, arrivando a tenerli nei boschi per giornate intere, e retribuendoli in modo palesemente difforme dai contratti, pagandoli 150/200 euro al mese e esponendoli a situazioni di grave pericolo per la loro incolumità personale poiché totalmente sprovvisti di dispositivi di protezione individuale.

“Se ci sono delle questioni tra l’imprenditore e i lavoratori sono di natura squisitamente civilistica e non certo penale. Per quanto ci riguarda, andremo avanti con le indagini difensive”, sottolinea il difensore. 

“Un barista dice che la mattina verso le 7, prima di partire per il lavoro, offriva sempre la colazione ai suoi operai. Non è il tipo da schiavizzare nessuno. Parliamo persone che lo avevano già denunciato per lavoro al nero e che lui ha subito messo in regola, con la busta paga. Ma loro volevano essere pagate settimanalmente o giornalmente. Ecco il motivo degli attriti. Risultano iscritti all’Inps e pagava loro regolarmente i contributi”, conclude l’avvocato Valentini, ricordando ancora come l’intera città di Acquapendente sia dalla parte del taglialegna in questa delicata vicenda.


Articoli: “Boscaioli schiavi? Ha venduto la madia della nonna per fargli festeggiare il ramadan” – Di Berardino: “La legge sul caporalato si estenda ad ogni settore” –  Costretti a tagliare boschi per giornate intere per 200 euro al mese – “Se non mi pagano non posso comprare i vestiti a mio figlio di un anno”


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26 settembre, 2019

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