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Viterbo - Checco, novant’anni compiuti, racconta la storia dell’antico stabilimento che si trovava, nella prima metà del secolo scorso, in via Faul

Le mattonelle dette ‘marmette’ della ditta Barelli

di Silvio Cappelli
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Viterbo - Francesco Barelli

Viterbo – Francesco Barelli

Viterbo - Le mattonelle dell'antica fabbrica di Francesco Barelli

Viterbo – Le mattonelle dell’antica fabbrica di Francesco Barelli

Viterbo - Francesco Barelli

Viterbo – Francesco Barelli

Viterbo - Le mattonelle dell'antica fabbrica di Francesco Barelli

Viterbo – Le mattonelle dell’antica fabbrica di Francesco Barelli

Viterbo - Francesco Barelli Viterbo - Francesco Barelli

Viterbo – Francesco Barelli

Viterbo - Francesco Barelli e Silvio Cappelli

Viterbo – Francesco Barelli e Silvio Cappelli

Viterbo - Francesco Barelli

Viterbo – Francesco Barelli

Viterbo – Non tutti sanno che nella prima metà del secolo scorso, in via Faul, proprio accanto al mattatoio, di fronte all’officina del gas, esisteva la fabbrica di mattonelle della famiglia Barelli. A raccontarci la sua storia è Francesco Barelli detto Checco, classe 1929, novant’anni compiuti da poco, figlio di Giulio Barelli.

“Mio nonno si chiamava Giacomo – racconta Checco Barelli – io ho abitato a Roma fino all’età di circa sei/sette anni e poi mi sono trasferito a Viterbo in via Faul numero 14, accanto al mattatoio comunale e di fronte all’officina del gas, dove ho abitato fino al 1958 prima di trasferirmi definitivamente a Bolsena. La mia casa, che ora non esiste più, era attaccata alla fabbrica di mattonelle. La nostra fabbrica prima era situata, sempre a Viterbo ,in strada Terme, poco prima della cosiddetta Fontana del Boia, e ci lavoravano moltissimi operai”.

Nella ‘Guida turistica, commerciale, industriale, agricola della provincia di Viterbo’ di A. Sorbini & c., del 1931-32, edita nel 1931 a Viterbo da tipografia ‘Unione’ soc. an., nel settore ‘Industria e Produzione’, tra le fabbriche di mattonelle in cemento, risultano: “Barelli cav. Antonio – stabil. fuori porta Faul – ufficio: piazza del collegio D  – tel. 100” e poi ancora “Barelli Giulio – Stab. fuori porta Faul, ufficio: via Cavour 7 I – tel. 197”. Tra i ‘Lavori per l’applicazione dell’asfalto’ risulta: Barelli Giulio – via Cavour 7 – tel. 197.

“Dal 1935 circa in poi – ricorda Barelli – in via Faul (accanto al mattatoio) lo stabilimento era attivo e occupava otto locali dove si producevano le mattonelle dette ‘marmette’, fatte con la graniglia delle pietre delle cave di marmo, quadrate di due misure da 20 cm e 25 cm, e poi c’erano i ‘marmettoni’, uguali quadrati ma più grandi da 30 cm e 40 cm.

Gli avanzi dei marmisti venivano impastati col cemento 500 a lenta presa e messi negli stampi ad essiccare. Le mattonelle venivano fatte a mano, una per volta, con lo stampo in ferro fatto dal fabbro. Molti lavori li facevano le donne. Per fare le ‘greche’ ci voleva molta pazienza, Mi ricordo che nella fabbrica ha lavorato anche la ‘Caterinaccia’ la mamma di Alfio Pannega. Che bei tempi. Mi ricordo che il nostro parroco era don Pietro, sopra al duomo, e io gli ho servito la messa fino all’età di quattordici anni. Di fronte alla nostra casa c’era il terreno del consorzio agrario provinciale, dove adesso c’è il parcheggio, ed era coltivato dal ‘sor’ Mario Fedi di Pistoia. Abitava nella casa accanto al ‘Lazzaretto’ insieme a sua moglie Rina”.

“Mi ricordo  continua nel suo racconto Checco Barelli – che, sempre in via Faul, c’erano i ‘facocchi’ Amedeo e Raimondo Cappelli, coadiuvati dai figli Fulvio e Osvaldo, che fabbricavano i cocchi, i carri legno per le campagne, e poi le carriole e facevano diversi generi di lavoro che comprendeva come materia prima il legno e il ferro. Mi ricordo che Amedeo, quando si assentava dal lavoro, era solito dire scherzando: ‘Se mi cercano non mi cercate'”.

E ancora: “Accanto a noi c’era il mattatoio comunale dove ci venivano moltissimi allevatori per macellare le carni. In viterbese era chiamato ‘l’ammazzatoro’ … dalla tanta gente che andava e veniva sembrava una vera e propria giostra. Operativamente al lavoro c’era Gagliardino figlio di Giacomone Ragonesi. Il fratello di Gagliardino si chiamava Poldo. Quando venivano ammazzate le bestie si faceva il ‘sanguinaccio’, poi si trovava la pagliata, la trippa, il cervelletto, la coda e tante altre parti degli animali che, se cucinate bene, sono molto buone. Al mattatoio in molti ci venivano a prendere il ‘sego’, e gli avanzi del grasso animale, per fare il sapone con la soda. A quel tempo si faceva tutto in casa. Noi facevamo anche il ‘ramato’ per dare alla vigna. Lo facevamo con i pezzi di rame raccolti tra gli scarti e messi dentro l’acido”.

“Accanto ai facocchi Cappelli – aggiunge nel suo racconto Checco Barelli – sempre in Via Faul, Tiburli ci costruì un casaletto utilizzato per la concia delle pelli che provenivano dalla macellazione delle bestie. Più verso la salita di via Valle Piatta c’era un altro locale di lavorazione delle pelli ed era della famiglia Lucci. Si prendevano le pelli grezze al mattatoio col carretto, si portavano a destinazione, si mettevano sotto sale, si raschiavano, si seccavano e poi si vendevano, cuoio e pelli, a diversi laboratori di trasformazione del prodotto grezzo”.

“Poi di fronte a noi c’era l’officina del gas – racconta Checco Barelli – e il capo operaio si chiamava Ferdinando Bastianini. Nel 1929 l’officina era gestita dalla Soc. an. Sorbello g. & c. e il capo operaio Bastianini era sposato con Oda, una donna energica e simpatica. Dentro l’officina del gas mi ricordo, all’interno del locale di fronte a sinistra, la ‘storta’ per la produzione del gas ottenuto dal carbone. Era un contenitore fatto come un grande tubo orizzontale che poi girava e faceva cadere i residui della produzione del gas: acqua, catrame e carbon coke per riscaldamento”.

“Mi ricordo – seguita a raccontare Barelli – un giorno durante il periodo della guerra, che dentro all’officina del gas le strumentazioni delle apparecchiature funzionavano male. Si sentiva troppo in giro l’odore del gas. Il capo operaio Ferdinando Bastianini aprì uno sportello a oblò dell’impianto, per controllare e vedere a distanza, perché sospettava ci fosse una perdita. L’allora direttore del gas Mattioli, che stava accanto a lui, volle infilare dentro la testa per vedere meglio, a nulla valse il tentativo di Bastianini di bloccarlo dicendogli anche: ‘Ma che scherzate diretto’?’, il direttore con gesto fulmineo infilò dentro la testa insieme ad una lampadina elettrica, che a causa di una scintilla provocò una forte esplosione. Il direttore Mattioli fu portato subito al vicino Ospedale Grande degli Infermi ma non ce la fece a salvarsi e morì. A lui subentrò come direttore Todini”.

“Che bei tempi quelli di allora – continua –. Io con Florido, figlio di Ferdinando Bastianini, ero molto amico e ci giocavo sempre insieme. Poi la mia famiglia di asfaltisti comperava il catrame prodotto all’interno dell’officina del gas. Sopra a questa c’era un grottone che funzionava come rifugio durante i bombardamenti. Un altro rifugio era nelle cantine dei facocchi Cappelli, sopra la loro bottega, che le aveva iniziate ad allargare Fulvio figlio di Amedeo, aiutato poi dagli altri famigliari che impauriti ci si andavano a rifugiare durante i bombardamenti. Ci abitavano una ventina di persone. Una sera, in piena guerra, dentro l’officina del gas, si sentì un botto forte sopra il ‘grottone’. Un aereo aveva perso o sganciato un grosso serbatoio di benzina. Il giorno dopo fu una festa perché, col permesso di Bastianini, tutti andammo a prendere la benzina”.

“Invece un’altra volta – aggiunge –  all’inizio di via San Clemente, vicino a dove stava la famiglia Angeli, non mi ricordo come si chiamava la famiglia che ci abitava, un altro grottone fu colpito da una bomba durante il bombardamento: morirono in molti, quasi tutti, cani, gatti, persone, somaro, pecore, agnelli, si sentivano da lontano le persone chiedere aiuto ma non facemmo in tempo a salvarle. Quasi tutti morti. Io facevo l’asfaltista, lavoravo con l’asfalto, proveniente dalle miniere della Majella, poi con il bitume che è un sottoprodotto della distillazione del petrolio, un miscelato di materiali inerti, e poi con il catrame che anche lui è un prodotto della distillazione del petrolio. Mi ricordo che in quegli anni a Viterbo c’erano diversi di asfaltisti. Uno di questi era Ermenegildo Celestini che abitava vicino a Santa Maria Nuova, un professionista preparato, persona seria e corretta”.

“Che bei ricordi ho della Valle di Faul e dintorni a quei tempi – racconta -. L’osteria del pero in via Sant’Antonio, la fabbrica delle reti da letto di Zangari in via Valle Piatta, qui all’inizio di questa via c’era anche il casino. A quel tempo era permesso. Io non ci sono mai stato dentro ma, per sentito dire, c’erano circa otto ragazze tutte di un’età compresa tra diciotto e quarant’anni circa, tutte bellissime e vestite bene. Prevalentemente ci andavano i militari. Qui le donne venivano trattate come oggetti e io questo non lo potevo accettare. C’era la ‘matrona’ all’accoglienza, il casino era su due piani, all’inizio della salita a sinistra, e poi c’era il ‘lenone’, che era uno sfruttatore e favoreggiatore della prostituzione, che preparava e organizzava gli appuntamenti con la padrona della casa. Le tariffe erano fisse a seconda della prestazione. In questi posti capitava che le ragazze ci prendevano anche marito. Venivano offese e trattate male per il lavoro che facevano ma, in fondo, molte lo facevano per necessità, per sopravvivere, e erano sempre alla ricerca dell’anima gemella, dell’amore della vita, e di una situazione più tranquilla. Venivano chiamate puttane ma bisogna stare attenti a usare le parole. Certe volte la lingua uccide più del pugnale”.

Sono contento oggi di aver fatto questa chiacchierata. Checco è commosso, piange e gli escono le lacrime dagli occhi mentre mi mostra alcune mattonelle prodotte e tenute per ricordo. “Per me – conclude – questa chiacchierata è stata come un pasto, si vive anche di ricordi, e chi dimentica le cose è come se non fosse mai esistito”.

Silvio Cappelli


Multimedia – Gallery: La fabbrica di mattonelle della famiglia Barelli


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8 settembre, 2019

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