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L'opinione del sociologo - Non ad Atene, non nel '68, non in Rousseau

“La democrazia diretta non esiste”

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Parliamoci chiaro: la democrazia diretta non esiste e non è mai esistita.
Democrazia diretta significherebbe che tutto un popolo si riunisce in un luogo, reale o simbolico, e ciascun membro ha facoltà di parlare, di discutere e di decidere.

Non accadeva nell’Atene di Pericle perché quando tutti gli uomini liberi si riunivano nell’agorà Pericle finiva per prevalere grazie alla sua intelligenza, al suo carisma, alla sua capacità di persuadere con le buone o con le cattive; non accadeva nell’arengo dei Comuni dove le personalità più in vista, più ricche, più potenti, più smaliziate prevalevano nettamente su contadini e pastori abituati a chiacchierare per ore, durante il giorno, solo con pecore e zucche.

Non accadeva neppure nelle assemblee del ’68, dove ci si chiamava tutti per nome, a costo di farti attribuire un Francesco 5, se prima di te avevano parlato quattro Franceschi. In quelle assemblee c’era sempre una sorta di “comitato centrale” che interveniva, decideva, selezionava persone, argomenti, strategie di lotta.

Non accade, con buona pace della piattaforma Rousseau, neppure con la gestione della politica del Movimento Cinque Stelle, e per una ragione banale: nei social, nei blog, nelle reti ci sono sempre degli influencer che costruiscono le opinioni, governano le tendenze, catturano le adesioni.

Il fatto è che più un consesso si fa “democratico” e più esprime una leadership che esercita la sua influenza grazie al potere dei ragionamenti, delle competenze, delle capacità di persuasione, o semplicemente a seconda degli argomenti. Quando nella storia un popolo, preda di volontà istintiva e di eccitazione collettiva, ha provato a decidere e a muoversi come un sol uomo, sono accadute sempre due cose: o si è verificata una esplosione di cieca violenza oppure la gente si è consegnata nelle mani di un dittatore che, il giorno dopo, le ha messo il dovuto bavaglio.

La democrazia è sempre “rappresentativa”: lo è fisiologicamente, quando coinvolge una massa di persone; lo è sociologicamente, perché nel processo sociale si creano sempre delle gerarchie relazionali e situazionali.

Quindi, la democrazia diretta è solo l’illusione ottica di chi osserva i social superficialmente, di chi pensa che lanciando un twit, mettendo un like o un pollice verso partecipi alla politica, alla cultura, al cambiamento, alla formazione di decisioni supreme. Non è così; nel bene o nel male, il pensiero di chi si esprime nei social si forma attraverso un complesso processo di influenze, di comunicazioni persuasive, di costruzioni di senso, di adesioni di testa o di pancia. La partecipazione di costoro non è in discussione, ma in realtà è “mediata” e filtrata da una fitta rete gerarchica di soggetti comunicatori che, per posizione, competenza, capacità espressiva, intuito o fortuna, sono in grado di governare le opinioni altrui e farsene carico nelle elites che, come descriveva Roberto Michels al netto delle sue inclinazioni politiche, di fatto governano la società.

Francesco Mattioli


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15 settembre, 2019

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