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Tribunale - L'ex vicecomandante di Orte: "Dopo sette anni è stata fatta giustizia" - Il giudice dà ragione alla difesa: "Il fatto non sussiste"

Non spiava la moglie dalla caserma, assolto carabiniere

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L'avvocato Carlo Taormina

L’avvocato Carlo Taormina

Orte – Non spiava la moglie dalla caserma, assolto con formula piena l’ex vicecomandante della stazione dei carabinieri di Orte.

“Dopo otto anni finalmente è stata fatta giustizia”, il commento a caldo dell’imputato, un maresciallo dell’arma, all’epoca vicecomandante della stazione di Orte e poi traferito su sua richiesta a Vasanello.

Era accusato di essersi intrufolato nella banca dati dei carabinieri per spiare dati sensibili della ex moglie, con la quale era in corso una turbolenta separazione.

I presunti accessi fuorilegge del maresciallo al sistema risalgono al 26 aprile e al 7 maggio 2012.

Da allora sono passati oltre sette anni, mentre il processo si è chiuso ieri davanti al giudice Elisabetta Massini che, sentita l’arringa del professor Carlo Taormina, da sempre convinto dell’innocenza del suo assistito, ha assolto con formula piena, perchè il fatto non sussiste, il militare.

L’imputato, abilitato all’accesso alla banca dati per motivi di servizio, si sarebbe lamentato coi colleghi per dati errati che riguardavano la vicenda sua e della ex moglie, i quali avevano entrambi presentato reciproche querele presso la stazione di Orte, intimando che venissero rettificati. 

Proprio a causa delle beghe dovute alla separazione, si era messo in malattia e aveva chiesto di essere mandato altrove, ottenendo il trasferimento alla stazione di Vasanello. 

Lo ha ricordato lui stesso, nel corso del processo, rilasciando spontanee dichiarazioni: “Chiesi di andare a Vasanello a causa delle continue querele sporte da mia moglie nei miei confronti. Ma gli accessi alla banca dati non c’entrano con la nostra separazione, li ho fatti per ragioni di servizio. Siccome ero stato trasferito, ma ero in malattia, ho dovuto fare due accessi, uno per registrare le nuove credenziali, il secondo, un mese dopo, per non perderle, come succede se non si usano. Così, digitando a caso il mio nome, per vedere se tutto funzionava bene, ho scoperto querele inesatte a mio carico, con ascritti reati mai contestati, ovvero la calunnia. Ho pensato a un errore e sono andato alla mia ex caserma, a Orte, per dire al comandante di inserire i dati corretti. Lui non c’era, così l’ho detto ai colleghi”.

Prima che lo bloccassero, essendo la caserma un sito militare, l’imputato avrebbe anche tentato di scattare delle foto del citofono fuori la porta del suo ex ufficio, dove qualche bontempone aveva scritto “fu” a fianco del suo nome.

“Una scritta offensiva, in un luogo aperto al pubblico, in un posto dove tutti mi conoscevano, in quanto fino a poco prima ero stato il vicecomandante. Non volevo carpire dati sensibili della mia ex, non ho divulgato niente. Sono io la vittima”, ha sempre sostenutio l’imputato davanti al giudice. 

Silvana Cortignani


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10 settembre, 2019

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