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Viterbo - "Amburgo", una scritta di tanti anni fa su un muro in via Garibaldi ricorda una finale di Coppa campioni che aprì uno dei periodi più tristi e cupi del calcio italiano

“Quel maledetto goal di Magath…”

di Daniele Camilli

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Viterbo – “Quel maledetto goal di Magath, che c’ha fatto perdere la coppa e lo scudetto”. 25 maggio 1983. La Juventus perse la finale di Coppa dei campioni contro i tedeschi dell’Amburgo. E quell’anno pure il campionato andò alla Roma, la prima squadra in Italia, quella dello svedese Nils Liedholm, a vincere lo scudetto giocando a zona.

A Viterbo, una scritta sul muro di un bar in via Garibaldi, molto probabilmente sta lì a ricordarla. Come un relitto affiorato dal passato. “Amburgo”. Bianca, fatta con la vernice, sbiadita. Espressione comunque sia di un’epoca andata. Quando perdere una finale di calcio, dal torneo di calcetto in parrocchia al campionato e alle coppe europee, significava che se la squadra era quella per cui tifavi allora dovevi aspettarti prese per il culo inenarrabili che sarebbero potute durare pure una settimana. “Amburgo”, una scritta messa quasi certamente lì per ricordare agli juventini di Viterbo che avevano perso una partita già vinta. L’Amburgo non era certo il favorito.


Viterbo - La scritta "Amburgo" in via Garibaldi

Viterbo – La scritta “Amburgo” in via Garibaldi


“Amburgo”. Una scritta secca. Come a tirarci il cappello. Fatta lungo una via dove si poteva facilmente essere sorpresi. Uno schiaffo in faccia. Quella scritta oggi ancora c’è. Un piccolo monumento che nasconde una ricchezza immateriale fatta di voci e passioni di un’Italia che stava progressivamente uscendo dalla lotta armata e dal lungo ’68. Con i mondiali vinti dell”82 a significare anch’essi un passaggio storico importante. Per la prima volta dopo anni, per le vittorie contro Brasile, Polonia e Germania, riportarono in piazza le persone sotto un unico vessillo. Quello del tricolore. In piazze che fino a poco prima erano state rosse, bianche, nere e insanguinate. Nel luglio del 1982 furono solo italiane e piene di gioia.


Viterbo - Via Garibaldi

Viterbo – Via Garibaldi


Per quella finale la Juventus aveva dato tutto. C’aveva pure perso lo scudetto vinto dalla Roma. La fine di un’epoca, quella del gioco a uomo e del catenaggio. A simboleggiare sul campo la catena di montaggio di cui la Juve, figlia della fabbrica Fiat  e proprietà privata degli Agnelli, era la massima espressione. Vincere a zona, di cui l’Olanda di Cruijff nel ’74 ne aveva mostrato tutta l’efficacia e la bellezza, nel 1983 era un vero e proprio affronto. Perché rappresentava non solo l’inizio della fine di un modo di giocare a calcio. Ma anche l’inizio della fine di un modello e metodo di produzione delle merci. Il calcio e il nuovo modo dell’Olanda di stare in campo avevano anticipato tutto. Gioco a zona e just in time. Mentre il gioco a uomo traduceva di fatto sul campo la catena di montaggio della fabbrica, a ciascuno il suo bullone da avvitare, a ciascuno il suo uomo da marcare, il gioco a zona spostava l’attenzione su schemi e strutture e soprattutto sulla flessibilità di tutti i giocatori. La flessibilità di tutti i fattori produttivi. Dove tutti devono saper fare tutto e, soprattutto, giocare a tutto campo. Mettersi in gioco ovunque sul mercato del lavoro senza una connotazione di ruolo precisa.


Calcio - Felix Magath

Calcio – Felix Magath


Erano gli anni ’70, da cui l’Italia uscì simbolicamente la sera della finale del mondiale dell’11 luglio 1982. Traghettata dall’Italia-Juve della Fiat e alla ricerca di vittorie sportive che distraessero un po’ tutti. Dopo la finale con la Germania ovest furono invece solo cupe sconfitte. E quasi sempre all’ultimo. Come quella della Roma contro il Liverpool nel 1984. A Roma. Un trauma collettivo senza precedenti che contribuì a deprimere una città uscita dagli anni di piombo grazie alle giunte Argan, Petroselli e Vetere. Per poi riprecipitare nel vuoto nella seconda metà degli anni ’80.

Un mondo del calcio che aveva vissuto anch’esso le passioni e le tensioni degli anni ’70. Con Paolo Sollier del Perugia a pugno chiuso all’inizio di ogni partita e Socrates, giocherà anche in Italia con la Fiorentina, uno dei primissimi a tirare fuori la maglietta dai pantaloncini, che nel Brasile della dittatura militare rilevò una squadra di serie A, la trasformò in una cooperativa dove si votava tutto e la chiamò Democrazia. Vinse il campionato e anche quell’esperienza lì contribuì non poco a far crollare il regime militare brasiliano.


Viterbo - La scritta "Amburgo" in via Garibaldi

Viterbo – La scritta “Amburgo” in via Garibaldi


La finale di Coppa dei campioni, il massimo trofeo calcistico europeo nato anche a sigillo del processo di formazione della comunità europea, nel 1983 si giocò ad Atene. Al nono minuto del primo tempo, il numero 10 Felix Magath manda al tappeto il colpevole Dino Zoff con un tiro da fuori area. Decisamente alla portata del portiere che poco più di un anno prima in Spagna, partita contro il Brasile vinta per 3 a 2, al 90esimo del secondo tempo fece la più bella e più importante parata di sempre. Su colpo di testa ravvicinato di Isidoro. Ma aveva fatto la stessa cosa cinque anni prima in Argentina. Due fischioni da trenta metri dell’Olanda impedirono all’Italia di andare in finale. Si disse che ci vedesse poco. Il mondiale dell”82 fece dimenticare tutto. Con tanto di partita a carte col presidente della Repubblica Pertini di ritorno in aereo da Madrid. Altra pietra miliare nella storia della televisione e più in generale in quella italiana.


Viterbo - La scritta "Amburgo" in via Garibaldi

Viterbo – La scritta “Amburgo” in via Garibaldi


Dopo la finale con l’Amburgo Zoff si ritirò dopo una lunghissima e bellissima carriera. Era ormai un quarantenne. Anni dopo allenò l’Italia arrivata alla finale di Coppa Europa con la Francia, persa pure quella. L’ex presidente del consiglio che sarebbe tornato di nuovo a farlo di lì a poco. Era il 2000. Un’intromissione provocatoria e inammissibile. Zoff convocò subito una conferenza stampa e si dimise. “Per una questione di dignità”, disse.


Calcio - Il Liverpool che vinse la Coppa campioni 1984

Calcio – Il Liverpool che vinse la Coppa campioni 1984


La Juve perse così, sicura di vincerlo, il solo trofeo continentale che le mancava. Il più ambito e prestigioso. Vincerne uno valeva, come si ricordava agli juventini nelle prese per il culo dell’epoca, più di venti scudetti. Una coppa dei campioni ce l’avevano pure Inter e Milan. L’altro polo, contrapposto a Torino, industriale del paese. E alla famiglia Agnelli questa cosa non andò mai giù. Per niente. E quella sera, ad Atene, non valse nemmeno il polacco Boniek, giocatore straordinario, definito da Gianni Agnelli “il bello di notte” perché giocava bene solo le partite di Coppa. Andatevi però a vedere il film di Buñuel “Bella di giorno” che Agnelli cita. Per capire fino in fondo la sottigliezza della definizione e quanto gli Agnelli considerassero la Juve cosa propria. Un patrimonio di famiglia cui sul camino acceso non poteva mancare la Coppa dei campioni e i racconti da fare ai tifosi.


Calcio - Il portiere Dino Zoff

Calcio – Il portiere Dino Zoff


La sconfitta della Juve con l’Amburgo apre poi le porte agli anni più tristi e drammatici del calcio in Italia. I tre anni di piombo del calcio italiano. Iniziarono quella notte ad Atene e finirono due anni dopo allo stadio Heysel di Bruxelles. In mezzo, stadi diventati campi di battaglia tra tifoserie e che in qualche maniera circoscrivevano così, in uno spazio meno dannoso per le proprietà private, la conflittualità degli anni precedenti. All’Heysel sempre un’altra finale di Coppa dei campioni. Sempre la Juventus in finale. Questa volta contro il Liverpool che l’anno prima aveva umiliato la Roma e fatto piangere tutta Roma. Era il 29 maggio 1985.

Prima che la partita iniziasse persero la vita 39 persone. Trentadue erano tifosi juventini. Una strage terribile. Sotto gli occhi di tutti. E, sotto gli occhi di tutti, nessuno fece nulla. Tranne il giornalista Bruno Pizzul, storico commentatore della televisione italiana. L’unico a ribellarsi, raccontando per filo e per segno quello che stava accadendo sugli spalti, quando la volontà iniziale della tv di Stato sembrava essere di tutt’altro avviso. Gli hooligans inglesi che assalivano le persone, il muro del settore Z crollato. La gente schiacciata e uccisa. La polizia belga nel panico più assoluto. Il campo di calcio trasformato in un campo di battaglia. Con 39 morti e 600 feriti. Non solo, ma quando la partita iniziò, disse che il suo commento sarebbe stato “in tono il più neutro, impersonale e asettico possibile”.


Calcio - La Juventus che disputò la finale di Coppa campioni 1985

Calcio – La Juventus che disputò la finale di Coppa campioni 1985


La televisione tedesca si rifiutò invece di trasmettere la finale di coppa del 1985. Quella austriaca sospese la telecronaca e mise in sovrimpressione la scritta: “questa che andiamo a trasmettere non è una manifestazione sportiva”. Era infatti un massacro. La partita venne giocata lo stesso. Si disse per evitare il peggio e che i calciatori della Juve, la società bianconera aveva comunque manifestato la volontà di non giocare, non ne sapessero molto di quanto stava accadendo. Sapevano però che c’erano stati dei morti.

Vinse la Juve. Uno a zero, rigore di Platini. Festeggiarono pure, nello stadio della strage di qualche ora prima. La prima Coppa dei campioni vinta dalla Juve. Boniek non ritirò mai il premio partita e Marco Tardelli, intervistato da Gianni Minoli per la Storia siamo noi, qualche anno più tardi chiese scusa per aver giocato quella partita. Durante tutta l’intervista di Minoli era palesemente sconvolto dalle immagini che il giornalista gli faceva vedere di nuovo.  


Calcio - La targa che a Bruxelles ricorda i 39 morti dell'Heysel

Calcio – La targa che a Bruxelles ricorda i 39 morti dell’Heysel


Un intero gruppo di giocatori che per anni avevano costituito e rappresentato l’ossatura e l’immagine stessa del calcio italiano, tenendo testa alle grandi squadre degli anni ’70, vincendo pure il mondiale del 1982, terminava così la sua carriera. Nel giro di poco tempo, dopo quella partita all’Heysel, smisero tutti di giocare. Dino Zoff già non giocava più. Un’epopea calcistica finiva. Nel peggiore dei modi. E la scritta “Amburgo”, bianca e sbiadita, in via Garibaldi a Viterbo racconta da un muro anche questo. “Quel maledetto goal di Magath”.

Daniele Camilli


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25 settembre, 2019

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