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Corte d'assise - Assassinio di Ferragosto a Tuscania - In aula le frasi autoaccusatorie di Aldo Sassara, presunto omicida del cognato Angelo Gianlorenzo - Avrebbe ammesso il delitto parlando da solo - "Non troverete mai le prove nel Marta", avrebbe detto schernendo i carabinieri

“Trenta-quaranta colpi che lui ansimava ancora ed era cosciente”

di Silvana Cortignani

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Angelo Gianlorenzo

Angelo Gianlorenzo

Tuscania – Omicidio Angelo Gianlorenzo – I Ris in località San Savino

Tuscania – Omicidio Angelo Gianlorenzo – I Ris in località San Savino

L'avvocato Marco Valerio Mazzatosta

L’avvocato Marco Valerio Mazzatosta

L'avvocato Giovanni Bartoletti

L’avvocato Giovanni Bartoletti

Il pm Massimiliano Siddi

Il pm Massimiliano Siddi

Tuscania – Delitto di ferragosto a Tuscania, è ripreso ieri davanti al collegio presieduto dal giudice Maria Rosaria Covelli il processo in corte d’assise al cognato della vittima, il 77enne Aldo Sassara, difeso dagli avvocati Marco Valerio Mazzatosta e Danilo Scalabrelli. 

“Trenta-quaranta colpi che lui ansimava ancora ed era cosciente”. In aula le frasi autoaccusatorie dell’imputato, accusato di essere l’omicida del cognato Angelo Gianlorenzo. Avrebbe ammesso il delitto parlando da solo. “Non troverete mai le prove nel Marta”, avrebbe detto schernendo i carabinieri mentre erano a caccia di prove nel fiume, spiandoli dalla cima della colina a bordo del suo trattore. 


Saranno tradotti dal martano all’italiano i soliloqui del presunto omicida

I famosi soliloqui di Sassara in dialetto martano stretto, o comunque “lacustre”, saranno nel frattempo trascritti con l’aiuto di un interprete, forse un giornalista locale, cui spetterà anche la traduzione in lingua italiana, dal momento che per la perita Vilma Usai così come sono, sono incomprensibili.

Dopo che il collegio ha sciolto la riserva, ritenendo quindi fondata la questione, è stata fissata l’udienza del 30 settembre per l’affidamento dell’incarico al traduttore di martano. 


“Trenta-quaranta colpi che lui ansimava ancora…”

Fin dal primo momento, il 14 agosto 2016, Sassara è stato l’unico indagato per l’efferato omicidio dell’agricoltore 83enne Angelo Gialnlorenzo, il cui cadavere massacrato di botte – al punto da fargli perfino saltare la dentiera a distanza di qualche metro – fu ritrovato – in un lago di sangue, rappreso sul terreno arido a causa del caldo insostenibile di quella giornata – all’ora di pranzo della vigilia di ferragosto in un terreno isolato nelle campagne in località San Savino.

“Trenta-quaranta colpi che lui ansimava ancora ed era cosciente”, avrebbe ammesso, sempre parlando da solo, Sassara. Ma per le difese l’uomo, che avrebbe avuto a sua volta un respiro affannoso mentre parlava, intendeva altro. 

Parti civili la vedova e i due figli della vittima, assistiti dagli avvocati Corrado Cocchi, Giovanni Bartoletti e Francesco Bergamini. Titolare dell’inchiesta il pm Massimiliano Siddi, che a suo tempo aveva chiesto l’arresto dell’indagato, secondo la procura inchiodato dalle intercettazioni telefoniche e ambientali. Difensori Scalabrelli e Mazzatosta: “Siamo convinti dell’assoluta estraneità del povero Sassara, coinvolto nella vicenda da innocente”, hanno ribadito anche ieri. 


“Tanto i miei vestiti nel fiume Marta non li troverete mai”

In particolare Sassara sarebbe stato tradito dai suoi stessi soliloqui. 

“Tanto i miei vestiti nel fiume Marta non li troverete mai”, avrebbe commentato osservando i carabinieri dalla collina, a bordo del suo trattore, mentre si affannavano a cercare in acqua il giubbino, il cui mancato ritrovamento ha contribuito a incastrarlo. “Non lo avrei mai lasciato qui (vicino alla scena del crimine, ndr), l’ho buttato”, si sarebbe detto, senza curarsi di essere visto, secondo due dei militari del Norm della compagnia di Tuscania che si sono occupati delle investigazioni, sentiti come testi.

L’imputato, che deve rispondere di omicidio volontario, sarebbe stato capace di parlare da solo anche per un’ora consecutiva – soprattutto mentre era alla guida, ma anche in altre situazioni – commentando sia la morte dell’odiato cognato (con cui aveva delle  cause in corso per vecchie questioni ereditare),  sia le indagini dei carabinieri, che avrebbe spiato da lontano durante gli innumerevoli sopralluoghi, anche del Ris di Roma con i cani molecolari e del nucleo carabinieri subacquei della capitale, che si sono immersi nel fiume Marta a caccia dei vestiti presumibilmente imbrattati di sangue di cui si sarebbe disfatto dopo il delitto.

Sono i famosi giubbino sbracciato e camicia a quadri che compaiono nelle telecamere della società nautica di Capodimonte e dell’isola ecologica di Marta mentre va in campagna in motorino e non indossa al ritorno. 

Silvana Cortignani


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17 settembre, 2019

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